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Archivio Agosto 2015

occhio al “cosismo”!!!!

28 Agosto 2015 Nessun commento


Occhio al “cosismo”!
Le cose ci arricchiscono di beni, ma ci impoveriscono d’umanità.
L’educatore (genitore ecc…) deve prenderne coscienza.
Per questo desideriamo informarlo


sull’insidia del “cosismo”

per mettere in salvo l’educazione.
Pensiamo di avere tutte le carte in regola per usare questi termini.

‘Cosismo’: parola che non si trova nei dizionari, ma in mille cervelli. Il ‘cosismo’ è una malattia subdola, difficile da portare a galla. Noi vogliamo provarci, per guardarla in faccia e metterla KO, tanta è la sua pericolosità.
Insomma, che cos’è il misterioso ‘cosismo’?
Il ‘cosismo’ è la malattia di chi è affascinato dalle cose, ammaliato dalle cose. Nelle cose crede, dalle cose spera, le cose ama! In una parola, il ‘cosismo’ è la ‘filosofia’ di chi pensa che tutto si possa risolvere con l’avere cose.
‘Avere’ una bella casa, risolve il problema della famiglia.
‘Avere’ l’attrezzatura scolastica perfetta, risolve il problema dell’apprendimento.
Oh, intendiamoci! Le ‘cose’ hanno, certo, il loro valore, ma un valore molto relativo.
Il motivo è chiaro: perché le ‘cose’, di per sé, non sono fattori di crescita!

“Credere che per essere di più occorra avere di più è il tranello del ‘cosismo’!”

Vi sono scolari brillanti per nulla accessoriati.
Vi sono famiglie riuscite in case che non hanno il robot aspirapolvere, il Bimby, il condizionatore, la vasca idromassaggio…
A questo punto il lettore già ha capito dove vogliamo arrivare: vogliamo togliere alle ‘cose’ la dignità che non hanno! L’operazione è seria e urgente!
Oggi le ‘cose’ stanno superando in importanza le persone.
Ieri si diceva: «La mia maestra», oggi si dice: «La mia auto». Le cose diventano criterio di valore. Chi non produce (vecchi e bambini) viene considerato inutile. Le cose minacciano la nostra stessa identità. C’è chi pensa che per essere elegante nei modi sia sufficiente essere elegante e alla moda.
Le ‘cose’ creano mentalità: la mentalità del ‘produrre’, del ‘fare’.
È dalla mentalità prodotta dal ‘cosismo’ che nasce uno dei modi di dire più pericolosi per la dignità dell’uomo: è il dire, tranquillamente: «Fare un figlio». Gli uomini non si producono come le melanzane: gli uomini si generano!
Ma andiamo più a fondo e vediamo come le ‘cose’ possono disturbare l’educazione.
Le cose causano persone insoddisfatte. Più cose si vedono, più diventano necessarie.
Ieri erano le necessità a far nascere le cose, oggi sono le ‘cose’ a far nascere le necessità! Un tempo si cercava l’acqua perché si aveva sete; oggi, tutte quelle bibite, tutti quei gelati fanno nascere mille seti che, se non vengono soddisfatte, creano tensioni. Lo psichiatra Massimo Recalcati (1959) è arrivato a dire che “l’ingorgo degli oggetti genera angoscia!”.
Le cose possono formare individui deboli. Avendo sempre più cose, finiamo con il far lavorare sempre meno noi stessi. Usiamo l’automobile più che i piedi, la calcolatrice più che il cervello, la ‘biro’ per gli appuntamenti, più che la memoria.
Insomma, le cose possono addormentarci!
Un terzo danno causato dalle cose è più raffinato:
troppe cose portano alla caduta del desiderio.
Che cosa può ancora sognare per Natale un piccolo d’oggi già ingolfato da tutti i giochi elettronici possibili e da tutti i cibi e i divertimenti immaginabili?
Tiriamo le somme:
ragazzi insoddisfatti
ragazzi deboli
ragazzi spenti, senza tensione.
Occhio, dunque, alle ‘cose’! Le ‘cose’ non sono mai innocue!
A forza di ‘avere’ sempre più, l’uomo rischia di non ‘essere’ più! In altre parole: le ‘cose’ ci arricchiscono di beni, ma ci impoveriscono di umanità. Occorre reagire!
In che modo?
La risposta sarà il tema dell’appuntamento del prossimo mese.

LA SOBRIETÀ S’IMPARA
Sì, al valore ‘sobrietà’ può essere riservato un capitolo di tutto rispetto nei Trattati dell’arte di educare. La sobrietà, infatti, può essere materia di insegnamento e di apprendimento. Ecco tre proposte.

Incominciamo con l’alleggerirci
Le statistiche dicono che nelle case italiane sarebbero nascosti cinque miliardi di vecchi abiti che non si usano più. È vero: sarà duro liberarci di tante cose. Ogni oggetto, per quanto inutile, rappresenta un legame emotivo con un luogo, una persona, un momento. Sarà duro, ma proviamoci! Daremo meno tempo alle cose e più a noi. Ci sentiremo più liberi, più sciolti, meno schiavi.

Godiamoci le gioie senza soldi
Anche questa è una buona mossa per liberarci dall’idea che solo l”avere’ possa portare a una qualche felicità. In realtà vi sono tante gioie che non hanno per nulla bisogno di cose.
Guardare un bambino che ride.
Accarezzare chi ci ama.
Ritrovare un oggetto che avevamo smarrito.
Svegliarsi dopo aver dormito bene.
Contemplare il tramonto.
Sentire lo squillo del telefono quando si è innamorati.
Ricevere gli esami fatti all’ospedale attestanti che non c’è da preoccuparci per niente!
L’elenco delle felicità impalpabili potrebbe benissimo continuare per una sola conclusione: nel mondo vi sono germi gratuiti di gioie sparsi ovunque che dipendono solo dal cuore che sa accoglierli, non dalle cose.

Regaliamo!
Donare è un ottimo esercizio per allenarci all’essenziale, per liberarci dal virus dell’accumulo.
Il dono contrasta con la mentalità del possesso; fa uscire dal narcisismo, dall’egocentrismo.
Il dono sconfigge la malattia del cosismo di chi è ammaliato dalle cose, affascinato dalle cose.
Il dono è occasione di felicità: «È più bello dare che ricevere» (Atti 20,35) ha detto Gesù.

Scelta di cultura
La sobrietà è una scelta: la scelta di chi decide di resistere allo spreco, al lusso, al consumismo. Essere sobri non significa essere poveri, miseri, pitocchi. Essere sobri significa rifiutare il superfluo e accontentarci del necessario.
Di ritorno dall’India, un grande scrittore ha confidato: «Ho imparato a lavarmi dalla testa ai piedi con meno di mezzo litro d’acqua».
PINO PELLEGRINO

…”PER tutto: GRAZIE mio Dio!!”…

26 Agosto 2015 Nessun commento

Testamento spirituale di Santa Bernardetta Soubirous
“Per l’indigenza di mamma e papà per la rovina del mulino, per il vino della stanchezza, per le pecore rognose : grazie, mio Dio!
Bocca di troppo da sfamare che ero; per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie! Grazie o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario, per i Gendarmi, per le dure parole di Peyremale. Per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria, per quelli in cui non siete venuta, non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi, per coloro che mi hanno presa per pazza, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata. GRAZIE, MADONNA !

Per l’ortografia che non ho mai saputa, per la memoria che non ho mai avuta, per la mia ignoranza e per la mia stupidità, grazie! Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più stupida di me, avreste scelto quella! Per la mia madre morta lontano, per la pena che ebbi quando mio padre, invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette, mi chiamò Suor Maria Bernarde: grazie, Gesù! Grazie per aver abbeverato di amarezza questo cuore troppo tenero che mi avete dato. Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata: “Buona a nulla”. GRAZIE!

Per i sarcasmi della madre Maestra, la sua voce dura, le sue ingiustizie, le sue ironie, e per il pane della umiliazione, grazie! Grazie per essere stata quella cui la Madre Teresa Poteva dire :”Non me ne combinate mai abbastanza”. Grazie per essere stata quella privilegiata dai rimproveri, di cui le mie sorelle dicevano: “Che fortuna non essere come Bernadette Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché vi avevo vista, Vergine Santa ! Guardata dalla gente come bestia rara; quella Bernadette così meschina che a vederla si diceva: “Non è che questa?!”. Per questo corpo miserando che mi avete dato, per questa malattia di fuoco e di fumo, per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti,

GRAZIE MIO DIO!

Per quest’anima che mi avete data, per il deserto della aridità interiore, per la vostra notte e per i vostri baleni, per i vostri silenzi e i vostri fulmini;

per tutto, per Voi assente e presente, grazie! Grazie o Gesù!.”

( Bernardetta Soubirous )

quello che i giornali non vi dicono

9 Agosto 2015 Nessun commento

“Sono stata stuprata TRENTA VOLTE e non è ancora neanche mezzogiorno. Non sono in condizioni di andare al bagno. PER FAVORE, BOMBARDATECI”.

Sono queste le parole sconvolgenti riferite da una giovane yazidi durante una conversazione via cellulare con degli attivisti di Compassion4Kurdistan. In base a un articolo di Nina Shea sul The American Interest, quella ragazza non è l’unica. Ragazze e donne continuano ad essere vendute per riempire le casse dell’abominio che si è autoproclamato “Stato Islamico”, e per attirare giovani uomini alla barbarie del jihad in Iraq e in Siria.

Mentre il mondo ricorda questa settimana il primo anniversario dell’espulsione di migliaia di cristiani dal nord dell’Iraq, la direttrice senior del Dipartimento dell’Istituto Hudson per la Libertà Religiosa, Nina Shea, afferma che la schiavitù sessuale di donne cristiane e yazidi nelle mani dei militanti dello Stato Islamico resta ampiamente ignorata.

Il direttore del Wilson Center Middle East, Haleh Esfandiari, osserva che “i Governi arabi e musulmani, pur condannando ad alta voce lo Stato Islamico come organizzazione terroristica, tacciono sul trattamento riservato alle donne”.

Anche la reazione della Casa Bianca è di un silenzio assordante. Il resoconto 2015 del Dipartimento di Stato nordamericano sul traffico sessuale, diffuso il 27 luglio, dedica due paragrafi su 380 pagine all’istituzionalizzazione della schiavitù sessuale da parte dello Stato Islamico lo scorso anno.

“Ad agosto dell’anno scorso, poco dopo che lo SI aveva istituito il suo ‘califfato’, hanno iniziato a catturare donne e ragazze non sunnite e a darle come premio o a venderle come schiave sessuali. Nella grande maggioranza erano yazidi, ma in base ai resoconti dell’ONU c’erano anche cristiane”, scrive la Shea, tra i cui racconti angoscianti ci sono quelli di bambine di 9 anni violentate dai loro “padroni”.

Frank Wolf, ex deputato nordamericano che a gennaio ha intervistato dei rifugiati in Kurdistan, ha ascoltato il racconto di Du’a, un’adolescente yazidi tenuta prigioniera a Mosul con altre 700 ragazzine della stessa etnia. Gli ostaggi erano separati in base al colore degli occhi e i membri dello SI le sceglievano per sé come prodotti. Il “resto” era separato tra “belle” e “brutte”. Le più belle erano date ai membri di spicco dello SI.

In questo mese, il SITE Intelligence Group, che monitora le attività on-line degli estremisti, ha scoperto su Twitter un opuscolo dello SI che annunciava che le ragazzine catturate in battaglia sarebbero state i tre primi premi di un concorso di recitazione del Corano realizzato in due moschee siriane durante il Ramadan. La copertura dello scandalo si è limitata a messaggi via Internet.

Il fenomeno è così innegabile che “giuristi islamici” hanno dovuto fare dei pronunciamenti teologici al riguardo: il Dipartimento della Fatwa dello Stato Islamico “ha chiarito” che “le femmine dei Popoli del Libro”, incluse le cristiane, possono essere schiavizzate a fini sessuali, ma le “musulmane apostate” no.

Non si conosce il numero delle schiave sessuali. A marzo, 135 donne e bambini erano tra i sequestrati di 35 villaggi cristiani della regione del fiume Khabour, in Siria. Lo SI ha chiesto 23 milioni di dollari per il riscatto, che ovviamente le famiglie non erano in condizioni di pagare.

“Ora appartengono a noi”, hanno scritto i fanatici. Le meno giovani sono state liberate, le più giovani no. Anche se non ci sono conferme, la cosa più probabile è che siano state ridotte in schiavitù.

Questa pratica, scrive la Shea, “dev’essere vigorosamente condannata come parte di un genocidio religioso tanto quanto le orribili decapitazioni”.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: ALETEIA

“…e ai poveracci niente?”

6 Agosto 2015 Nessun commento

Lettera aperta al presidente del Senato Grasso

Qualsiasi unione tenuta insieme dall’affetto, dalla solidarietà e dalla condivisione di un progetto comune, merita di essere tutelata». Così il presidente del Senato, Pietro Grasso, spendeva pochi giorni fa la sua autorità di seconda carica dello Stato e la credibilità di magistrato giunto a incarichi prestigiosissimi per sostenere il disegno di legge Cirinnà sulle unioni gay. Ecco voglio commentare le sue parole partendo da due storie della “ggent”e, come avrebbe detto il mitico direttore Sandro Curzi, che possano aiutare a riflettere.

«Ho rinunciato a lavorare e a sposarmi per la mia mamma, sapevo che avere un marito e dei figli avrebbe significato non potere assisterla e nelle sue condizioni non potrebbe vivere da sola, l’assistenza pubblica non è assolutamente sufficiente, viviamo con la sua sola pensione. Mamma è stata lasciata da mio padre quando ero piccola ed io sono il suo unico affetto, il suo unico amore e lei lo è per me». Sono le parole di Sonia, una donna di 48 anni, una vita dedicata alla madre, ammalata da una grave forma di diabete. «Quando i nostri genitori sono morti io e mio fratello siamo rimasti soli», dice invece Giuseppe. «Non ci siamo mai sposati, abbiamo passato la vita insieme lavorando nella piccola attività di riparazione di elettrodomestici che avevamo messo su. Io penso più alle cose di casa, mio fratello invece coltiva un pezzetto d’orto e pensa alle galline e ai conigli. Da undici anni siamo pensionati, ma dobbiamo stare molto attenti, perché i soldi bastano appena». Come farebbero se uno di loro dovesse rimanere solo? «Non lo so», è la risposta, «Quello che siamo riusciti a mettere da parte può bastare al massimo per un annetto, poi, non ho idea di come si potrebbe fare».

Sonia e Giuseppe, due storie di ordinario amore, di quelle che s’incontrano tutti i giorni, ma inesistenti agli occhi dei maître-à-penser. Nessuno si prende la briga di raccontare l’amore che per l’intera vita lega una figlia alla madre, o quello tra due fratelli. Troppo normale, o come oggi si usa dire, uno stereotipo. Eppure di amore si parla a tonnellate in questa estate torrida, non solo meteorologicamente, non solo perché la stagione è quella prediletta dai cronisti d’infedeltà bollenti, ma anche perché questa è l’estate della Corte Suprema Usa che abroga le leggi degli Stati che limitano il matrimonio ad un uomo e una donna e del governicchio a guida Renzi, dove un manipolo di attivisti lavora ossessivamente per metterci sul versante “giusto” della storia e dotarci del matrimonio omosessuale, chiamandolo ipocritamente unione civile per questioni di realpolitik. Ma in che cosa è meno degno l’amore di Sonia per la madre e quello tra i fratelli Giuseppe e Rolando rispetto a quello di Scialpi per il manager Roberto di cui sono annunciate le prossime nozze? La senatrice Cirinnà dice di volere tutelare l’amore tra persone dello stesso sesso, ma nel primo articolo del suo disegno di legge esclude espressamente la tutela della relazione tra consanguinei che comunque si amano da una vita. La loro è un’unione meno civile? È un’unione incivile?

Coabitazione, fedeltà reciproca, collaborazione per la famiglia, assistenza morale e materiale, niente degli impegni richiesti ai coniugi dalla legge ed estesi alle persone dello stesso sesso dal progetto della Cirinnà mancano nell’esperienza di vita di Sonia e della madre o di Giuseppe col fratello. Dunque dove sta la differenza? Ci può aiutare uno studio pubblicato a marzo sull’autorevolissima rivista scientifica Plos One intitolato “Comportamenti degli uomini omosessuali e bisessuali in Francia: un approccio generazionale”, condotto su un campione di poco meno di trentanovemila soggetti reclutati attraverso la stampa gay cartacea e online esaminati dal 1985 al 2011.

Secondo i risultati il sesso orale è praticato da oltre il 95% del campione e quello anale è riportato da otto soggetti su dieci. Una panoramica di undici varianti di sesso lesbico attuato da 803 donne è invece riportata nella tabella numero 3 di uno studio pubblicato nel 2003 su Sexually Transmitted Infections dalla dottoressa Julia Bailey, del Dipartimento di cure primarie del londinese King’s College. Per come vedo le cose, questa è la sola differenza: Sonia alla madre malata tutte le mattine e tutte le sere dà solo un bacino sulla fronte; tra Giuseppe e Rolando nemmeno quello, una pacca sulle spalle, ma solo ogni tanto, e un abbraccio quando Giuseppe va in città per il controllo del pace-maker. L’amore che li lega sconta la colpa di non coinvolgere i genitali.

Ma quale rilevanza pubblica può avere un’attività sessuale intrinsecamente sterile? Quale interesse ha la comunità a discriminare tra relazioni dove il sesso praticato è di un tipo senza alcuna finalità procreativa e quelle dove di comune accordo il sesso non viene praticato per nulla? Una volta a regime non è chiaro quale sarà il costo a carico della collettività per estendere la pensione di reversibilità alle coppie gay, alcune stime parlano di una forbice compresa tra 1 e 44 milioni di euro annui. Un costo basso, si dice, un costo che la legge Cirinnà prevede di porre a carico del contribuente. Altri hanno fatto stime differenti e dicono che il costo complessivo sarà di 3 miliardi e mezzo di euro. Il ministero della Giustizia, con la mera validazione della Tesoreria Generale dello Stato e del Mef, ha ora detto la sua: 22,7 milioni nel 2025. Comunque sia è evidente che per l’Occidente moderno e secolarizzato è segno di civiltà dare più valore a un rapporto sessuale orale che al bacio tra una madre e la figlia.

Affetto, solidarietà, condivisione di un progetto comune, nessuno degli ingredienti richiesti dal presidentePietro Grasso manca all’unione di Sonia e di Giuseppe, ma per loro, quando rimarranno soli, Cirinnà e Scalfarotto non prevedono alcuna pensione di reversibilità e neanche uno tra i paladini dei «più diritti per tutti» pensa ai loro “sacrosanti diritti”. I tecnici non hanno contabilizzato una pensione di reversibilità per riconoscere il loro amore. Dovranno arrangiarsi, non hanno Elton John a fare loro da testimonial, lady Gaga non li vede nemmeno, non hanno la sponsorizzazione delle più grandi multinazionali del pianeta, non alimentano alcuna industria ricreativa, camminano fieri, ma senza orgoglio e soprattutto hanno il fardello di essere molto più numerosi della comunità Lgbt e riconoscere a loro gli stessi diritti dei gay vorrebbe dire mandare all’aria le traballanti finanze di questa sgangherata nazione incattivita dal buonismo.

Love is love, ma a quanto pare non per tutti. Dell’amore omofilo che vince, Sonia e Giuseppe oggi sono i vinti, ma prima o poi, ridefinito il matrimonio su basi meramente sentimentali, giungerà il giorno in cui un giudice a Berlino riconoscerà che il principio del presidente Grasso non consente di discriminare l’amore che scocca le frecce senza l’arco-baleno.
(” Perché tante tutele ai gay e ai poveracci niente?”)
di Renzo Puccetti

Insomma, perché la famiglia?

4 Agosto 2015 Nessun commento

Parliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale. Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti! Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma: il bisogno del grembo familiare è scritto nel nostro DNA sia per soddisfare il bisogno innato di appartenenza, sia per la necessità di imparare a vivere da umani.
A questo punto, le conseguenze corrono logiche.
La famiglia non sarà mai un residuo storico: non è un’istituzione dello Stato né della Chiesa, ma appartiene al diritto naturale. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”. Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”.
Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci.
È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argento: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)

un mondo così fa paura e orrore

4 Agosto 2015 Nessun commento

INDIGNAZIONE PLANETARIA PER IL LEONE CECIL. MA PER I BAMBINI SGOZZATI ?
Non c’è partita, fra il leone Cecil e il dentista americano che l’ha ammazzato durante un safari. E’ ovvio che stiamo tutti dalla parte del leone.
Particolare indignazione ha suscitato il fatto che il felino, una volta ucciso, sia stato decapitato così da diventare un trofeo di caccia.
Lo sdegno planetario è esploso su internet e sui media. Così ieri una petizione con 146 mila firme è stata consegnata al governo americano: “Sollecitiamo il segretario di Stato John Kerry e il ministro della Giustizia, Loretta Lynch, a cooperare pienamente con le autorità dello Zimbabwe e ad estradare tempestivamente Walter Palmer”.

Nel frattempo il dentista Palmer ha dovuto eclissarsi perché davanti alla sua casa si svolgono continui sit-in di manifestanti indignati.

Ha pure dovuto chiudere lo studio dentistico comunicando ai suoi pazienti l’impossibilità, in questo momento, di continuare l’attività.

Bene. Nulla da dire. Solidarietà al leone Cecil anche da parte mia e sdegno per il dentista.

Però permettetemi di accostare questo episodio – che è diventato un affare di stato di cui si occupa la Casa Bianca – a un altro fatto accaduto negli stessi giorni.

SACRIFICI UMANI

Martedì scorso, nel villaggio nepalese di Kudiya, al confine con l’India, un ragazzino di 10 anni, Jivan Kohar, è stato sgozzato da un gruppo di adulti – a loro dire – per scacciare degli spiriti da un’altra persona.

Secondo le testimonianze raccolte dalla Cnn il “sacrificio umano” sarebbe stato perpetrato in un tempietto indù. Il bambino è stato costretto a terra mentre un uomo gli tagliava la gola con un falcetto.

La pratica dei “sacrifici umani”, tipica delle religioni pagane spazzate via dal cristianesimo (per il quale i sacrifici umani sono degli abominevoli crimini satanici), non è solo un orrore del passato. La Bbc, riportando la denuncia di una ong inglese, ha affermato che solo in Uganda negli ultimi anni si sono verificati circa 900 casi.

Domanda: avete visto per il bambino Jivan Kohar (o per un’altra vittima di questi crimini rituali) qualche manifestazione di sdegno e protesta? Avete notato un moto di pietà e solidarietà anche lontanamente paragonabile a quella per il leone? C’è stata una sollevazione popolare sulla rete?

A me non risulta. Per restare all’Africa, dove è stato ucciso il leone, va detto che quel continente è martoriato da violenze e massacri quotidiani di esseri umani innocenti e di fronte a questo oceano di dolore, a cui siamo pressoché disinteressati, francamente appare singolare che in Occidente diventi un affare di stato l’uccisione di un leone.

Un esempio.

CRISTIANI MASSACRATI

Lunedì scorso i terroristi islamici di Boko Aram, in un villaggio del nord della Nigeria, hanno ucciso e decapitato venti pescatori cristiani originari del Ciad. Fra loro anche un ragazzo di 16 anni.

Le vittime stavano gettando le reti nel lago Ciad quando sono arrivati i jihadisti armati.

Abubakar Gamandi, l’unico che è riuscito a scappare (è fratello del sedicenne ucciso), ha testimoniato che gli assassini sono piombati sui pescatori e li hanno accusati di essere “seguaci di Gesù, un profeta che con le sue parole ha attirato molte persone stolte, tentando di corrompere il mondo”.

Dopodiché hanno ucciso i poveretti a colpi di kalashnikov. Un dettaglio agghiacciante: alcuni che erano rimasti vivi sono stati recuperati dalle acque del lago e decapitate.

Come il leone, ma da vivi. Per loro però nessuna indignazione planetaria, nessuna sollevazione sulla rete e sui media. Nulla di nulla.

D’altronde nei primi mesi del 2015 sono già centinaia in Nigeria le vittime di Boko Aram, ma non fanno notizia. Nessun clamore. Nessun moto di pietà o di solidarietà collettiva.

I terorristi islamisti sono all’attacco in diverse zone dell’Africa con l’ambizione di sradicare il cristianesimo come ormai stanno riuscendo a fare in Medio Oriente.

Vogliono islamizzare l’intero continente africano a furia di massacri. Tutto questo nell’indifferenza del mondo.

Ora mi chiedo: è accettabile che l’uccisione (per quanto esecrabile e assurda) di un leone scateni una reazione così spropositata rispetto alla quotidiana uccisione di tanti esseri umani innocenti?

Si può sommessamente far notare che c’è un doppiopesismo etico?

ORRIDO MONDO

Periodicamente su queste colonne proviamo a segnalarlo. Nel settembre scorso mi aveva colpito la sollevazione generale di protesta per l’uccisione (oltretutto accidentale) di un orso in Trentino, con servizi nei tg della sera, per diversi giorni.

Una sorta di tragedia nazionale impressionante se paragonata al disinteresse collettivo per l’uccisione di tre suore italiane in Burundi (Africa), avvenuta nelle stesse ore.

L’episodio dell’orso era pure concomitante con le stragi dell’Isis nel Nord Iraq. Anche in quel caso il doppio standard dell’indignazione collettiva fu palese.

Cosa dobbiamo concludere da tutto questo? Che tipo di società stiamo diventando? Che mentalità sta vincendo?

A me un mondo così fa paura e orrore.

Ovviamente simpatizziamo tutti per l’orsa e per il leone. Ma gli esseri umani? Se non c’è una pietà almeno paragonabile per le vittime umane di violenze atroci, a me sembra che ci sia un problema. Un grosso problema.

A voi no? Non vi pare che in tutto questo ci sia qualcosa di inquietante?
Antonio Socci

(nella foto: Jivan Zohar, il bambino vittima di un “sacrificio umano”)
Da “Libero”, 2 agosto 2015
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