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Archivio Novembre 2015

Natale tempo di regali

28 Novembre 2015 Nessun commento

Natale è una Festa immensa. Esaurirla in poche righe è impossibile. È necessario fare delle scelte. Quest’anno parleremo del Natale come tempo di regali, come tempo di doni. Ne parleremo, ovviamente, dal punto di vista pedagogico
Il succo del Natale, quello vero, non quello taroccato d’oggi, è tutto qui: Natale è un regalo, il più stupefacente regalo della storia intera: Dio dona se stesso!
Così il dono occupa un posto centrale nella nostra Festa più bella, così come dovrebbe occupare un posto centrale nell’arte di educare qualora pensassimo a tutta la sua valenza pedagogica.
Ebbene, proprio il mese del Natale ci offre l’occasione per riflettere sullo straordinario valore educativo del regalo.
Il dono è un modo per insegnare la bontà.
Il dono fa uscire dal narcisismo, vale a dire dal pensare solo a sé, dall’essere avvitati su se stessi. Il dono ci fa ‘allocentrici’. È il primo grande apporto educativo del dono, perché il narcisismo è il cancro dell’educazione. Tutti ne sono convinti.
Lo psicanalista tedesco Erich Fromm (1900-80) è esplicito:

«La piena maturità dell’uomo si compie solo con la completa liberazione dal narcisismo».

Viktor Frankl (1905-1997), altro psicanalista, conferma: «Solamente nella misura in cui ci doniamo, realizziamo noi stessi».
Il dono contrasta con la mentalità dell’avere. Anche questo è un prezioso servizio pedagogico del donare. Le cose non sono mai innocue! Una sola prova: oggi, a forza di avere sempre più, l’uomo rischia di non essere più!
Il dono riscalda il cuore. Sarà proprio il Bambino che festeggiamo a Natale che domani, cresciuto, avrà questa stupenda intuizione: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20, 35).
Il dono è educativo per natura sua. Educativo in sé in quanto rientra nella pedagogia positiva che è sempre costruttiva, all’opposto della pedagogia negativa. Donare qualcosa a qualcuno significa prenderlo in considerazione, stimarlo, apprezzarlo. Questa è pedagogia positiva allo stato puro, pedagogia sempre vincente!
Aveva ragione Baden Powell (1857-1941), il fondatore dello scoutismo, a sostenere che “un sorriso fa fare il doppio di strada di un brontolio!”. Della stessa opinione era il noto scrittore francese Michel Quoist (1921-1997) il quale osservava che se nella sua vita di sacerdote era riuscito a fare qualcosa di buono era perché aveva fatto leva sull’amore di Dio, non sulle fiamme dell’inferno! Insomma, abbiamo ragioni più che sufficienti per concludere che il dono deve entrare a pieno nell’arte di educare. Ecco perché deve essere fatto a tutti, anche a Pierino. Fino ad oggi il carbone nero non ha mai educato nessuno.

IN CONCRETO
Perché il dono esprima tutta la sua valenza pedagogica, non è il caso di svuotare il supermarket. Non è la quantità che fa la bontà del dono, ma sono alcune caratteristiche che lo impreziosiscono.
Il regalo dovrebbe essere personalizzato. Sui singoli pacchetti è bene scrivere: “Questo è per Marco”. “Questo è per Laura”. Così facendo, sottolineiamo l’amore, l’attenzione per ciascun figlio, indistintamente.
È bene che il dono sia moderato. Coprire il figlio di doni non è educativo per varie ragioni: lo può far sentire troppo importante; lo mette nell’imbarazzo della scelta; lo può rendere sempre più incontentabile.
È bene che il regalo sia desiderato. Il regalo è indovinato se soddisfa le attese del figlio in quel particolare momento della sua fase della vita evolutiva. Il genitore attento scopre facilmente quello che il figlio attende: lo coglie da ciò che dice, da ciò che lo soddisfa maggiormente, da ciò che ‘invidia’ negli amici.
È bene che il regalo sia duraturo. Non ha senso essere generosi quindici giorni all’anno! I doni devono continuare anche dopo Natale! Vi sono regali che non finiscono mai! E sono anche, una volta tanto, i meno costosi. Qualche esempio?
Ai figli regalo il mio tempo: mi occupo di più di essi e mi preoccupo di meno.
Regalo le mie orecchie: li ascolto.
Regalo la mia bocca: le mie preghiere, le mie parole buone, incoraggianti, balsamiche.
Regalo la mia faccia serena.
Regalo i miei occhi: mi accorgo della loro presenza.
Regalo tenerezza, perdono e pace in famiglia.
Non è un bel mazzetto di regali stupendi? Regali meravigliosi che fanno sì che Natale duri tutto l’anno. Regali così attraenti da farci pensare che siano proprio questi i doni che quest’anno si propongono di scegliere tutti i lettori del Bollettino Salesiano.

VOGLIO LA GENTE!
Quest’anno Natale
mi ha fatto un bel dono,
un dono un po’ speciale.

Mi ha dato allegria
canzoni cantate
in gran compagnia.

Mi ha dato pensieri
parole e sorrisi di
amici sinceri.

Dei vecchi regali
non voglio più niente,
ad ogni Natale
io voglio la gente!
(Roberto Piumini)

HANNO DETTO
«In Dio tutto è gioia, perché tutto è dono» (Paolo VI, papa).
«Donate ben poco se donate solo i vostri beni. È quando donate voi stessi che donate veramente!» (Gibran Kahlil Gibran, poeta libanese).
«È meglio regalare una poesia che una cravatta!» (Massimo Gramellini, giornalista scrittore).
«Fatico a camminare per il peso del cuore carico dei doni che non ho ancora donato!» (R. Tagore, poeta indiano).
(PINO PELLEGRINO Bollettino Salesiano novembre 2015)

mancano i diritti

28 Novembre 2015 Nessun commento

La vita in Eritrea è bella, è il nostro governo che è crudele; le leggi sono fuori controllo. Abbiamo abbastanza cibo, abbastanza acqua e abbastanza lavoro ma quello che ci manca sono i diritti, non c’è democrazia. L’unica soluzione che abbiamo è andarcene, ma per farlo non possiamo chiedere aiuto ad altri governi, è per questo motivo che intraprendiamo viaggi pericolosi. Decidiamo di mettere le nostre vite nelle mani di Dio.

Quando ho detto a mia madre che sarei andato in Libia per poi da lì provare ad arrivare in Europa, mi ha implorato di non farlo. Era spaventata perché moltissimi eritrei sono morti così. Tre anni fa il mio migliore amico è morto sulla strada per l’Europa e pochi mesi fa anche mio cugino ci ha provato: ma è stato catturato dall’ISIS e ucciso. Ciò nonostante non potevo stare ad ascoltare mia madre, sapevo che il viaggio sarebbe stato lungo e pieno di pericoli ma non potevo scegliere di restare a casa.

Ho provato ad andar via per la prima volta nel 2012, ma sono stato catturato e messo in prigione. Alla fine sono riuscito a entrare in Etiopia, dove c’è democrazia e, invece, manca il lavoro. Da lì sono andato a Karthoum in Sudan e ho intrapreso il mio viaggio attraverso il deserto fino alla Libia.
Il Sahara è un posto molto pericoloso, vedi tantissimi morti. Sei persone che stavano viaggiando con me sono morte sulla strada per Ajdabiya. Ajdabiya è un brutto posto, è qui che abbiamo pagato i trafficanti. Chiedevano molti soldi, ma per fortuna ho avuto un aiuto da parte di mio fratello che vive in Israele, e dalla sorella di mia moglie, che sta in Svezia.

Per arrivare a Tripoli abbiamo dovuto superare molti check point e ci sono voluti 8 giorni. Eravamo molto spaventati. Se l’Isis ti trova ti uccide, se la polizia ti trova ti rapina. In Libia è come se tutti, grandi o piccoli, avessero un’arma. Una volta arrivati a Tripoli abbiamo trovato rifugio in una casa molto grande con altre 700 persone, eravamo divisi in uomini e donne, oltre che per nazionalità. Di notte era impossibile dormire perché sentivamo i colpi di arma da fuoco fuori dalla casa – non c’è pace in Libia.

Dopo 12 notti a Tripoli siamo stati messi su un piccolo gommone nel cuore della notte. Poi ci hanno fatto salire gruppo dopo gruppo su una barca più grande di legno. Ero con altri 200 uomini nello scafo, sotto il ponte – l’acqua entrava, avevamo caldo e il motore faceva moltissimo rumore. Le donne, i bambini e i tre piloti erano sopra, ma erano persone come noi, né scafisti, né capitani. Pregavamo Dio che ci facesse sopravvivere al viaggio, molte ragazze piangevano.

Dopo 7 ore siamo stati trovati dalla MY Phoenix, ci hanno salvato loro. Ora voglio andare in Svezia. Lì è bello, sanno dei problemi dell’Eritrea e per questo ci aiuteranno. Mia moglie vuole andare in Olanda, ma ne parleremo…

è dappertutto!

16 Novembre 2015 Nessun commento

“La sua memoria è dappertutto. Sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili, dei tabernacoli e dei monti, a capo dei letti e sopra le tombe, milioni di croci rammentano la morte del Crocifisso. Raschiate gli affreschi delle chiese, portate via i quadri dagli altari e dalle case e la vita di Cristo riempie i musei e le gallerie. Buttate nel fuoco messali, breviari ed eucologi e ritrovate il suo nome e le sue parole in tutti i libri delle letterature. Perfin le bestemmie sono un involontario ricordo della sua presenza” (G. Papini, Vita di Cristo)

“Quanto mi hai fatto soffrire, Chiesa!..Eppure…

7 Novembre 2015 Nessun commento

Quanto mi hai fatto soffrire, Chiesa, eppure…

Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!
Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo!
Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza.
Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità!
Nulla ho visto al mondo di più oscurantista, più compresso, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.
Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porte della mia anima, quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure.

No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te.
E poi, dove andrei?
A costruirne un’altra?
Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò, sarà la mia Chiesa, non più quella di Cristo.
Sono abbastanza vecchio per capire che non sono migliore degli altri.

L’altro ieri un amico ha scritto una lettera ad un giornale: “Lascio la Chiesa perché, con la sua compromissione con i ricchi, non è più credibile”. Mi fa pena!
O è un sentimentale che non ha esperienza, e lo scuso; o è un orgoglioso che crede di essere migliore degli altri.
Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra…
La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo.

Forse che la Chiesa di ieri era migliore di quella di oggi? Forse che la Chiesa di Gerusalemme era più credibile di quella di Roma?
Quando Paolo arrivò a Gerusalemme portando nel cuore la sua sete di universalità, forse che i discorsi di Giacomo sul prepuzio da tagliare o la debolezza di Pietro che si attardava con i ricchi di allora e che dava lo scandalo di pranzare solo con i puri, poterono dargli dei dubbi sulla veridicità della Chiesa, che Cristo aveva fonda to fresca fresca, e fargli venire la voglia di andarne a fondare un’altra ad Antiochia o a Tarso?
Forse che a Santa Caterina da Siena, vedendo il Papa che faceva una sporca politica contro la sua città, poteva saltare in capo l’idea di andare sulle colline senesi, trasparenti come il cielo, e fare un’altra Chiesa più trasparente di quella di Roma cosi spessa, così piena di peccati e così politicante?

…La Chiesa ha il potere di darmi la santità ed è fatta tutta quanta, dal primo all’ultimo, di soli peccatori, e che peccatori!
Ha la fede onnipotente e invincibile di rinnovare il mistero eucaristico, ed è composta di uomini deboli che brancolano nel buio e che si battono ogni giorno contro la tentazione di perdere la fede.
Porta un messaggio di pura trasparenza ed è incarnata in una pasta sporca, come è sporco il mondo.
Parla della dolcezza dei Maestro, della sua non-violenza, e nella storia ha mandato eserciti a sbudellare infedeli e tortu rare eresiarchi.
Trasmette un messaggio di evangelica povertà, e non fa’ che cercare denaro e alleanze con i potenti.

Coloro che sognano cose diverse da questa realtà non fanno che perdere tempo e ricominciare sempre da capo. E in più dimostrano di non aver capito l’uomo.

Perché quello è l’uomo, proprio come lo vede visibile la Chiesa, nella sua cattiveria e nello stesso tempo nel suo coraggio invincibile che la fede in Cristo gli ha dato e la carità dei Cristo gli fa vivere.
Quando ero giovane non capivo perché Gesù, nonostante il rinnegamento di Pietro, lo volle capo, suo successore, primo Papa- Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che avere fondato la Chiesa sulla tomba di un traditore, di un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nella umiltà e nella coscienza della propria fragilità.

No, non vado fuori di questa Chiesa fondata su una roccia così debole, perché ne fonderei un’altra su una pietra ancora più debole che sono io.

…E se le minacce sono così numerose e la violenza del castigo così grande, più numerose sono le parole d’amore e più grande è la sua misericordia. Direi proprio, pensando alla Chiesa e alla mia povera anima, che Dio è più grande della nostra debolezza.

E poi cosa contano le pietre? Ciò che conta è la promessa di Cristo, ciò che conta è il cemento che unisce le pietre, che è lo Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo è capace di fare la Chiesa con delle pietre mai tagliate come siamo noi!…
E il mistero sta qui.
Questo impasto di bene e di male, di grandezza e di miseria, di santità e di peccato che è la Chiesa, in fondo sono io…

Ognuno di noi può sentire con tremore e con infinito gaudio che ciò che passa nel rapporto Dio-Chiesa è qualcosa che ci appartiene nell’intimo.
In ciascuno di noi si ripercuotono le minacce e la dolcezza con cui Dio tratta il suo popolo di Israele, la Chiesa. A Ognuno di noi Dio dice come alla Chiesa: “Io ti farò mia sposa per sempre” (Osea 2, 21), ma nello stesso tempo ci ricorda la nostra realtà: “La tua impurità è come la ruggine. Ho cercato di toglierla, fatica sprecata! E’ così abbondante che non va via nemmeno col fuoco” (Ezechiele 24, 12).

Ma poi c’è ancora un’altra cosa che forse è più bella. Lo Spirito Santo, che è l’Amore, è capace di vederci santi, immacolati, belli, anche se vestiti da mascalzoni e adulteri.

Il perdono di Dio, quando ci tocca, fa diventare trasparente Zaccheo, il pubblicano, e immacolata la Maddalena, la peccatrice.

E’ come se il male non avesse potuto toccare la profondità più intima dell’uomo. E’ come se l’Amore avesse impedito di lasciar imputridire l’anima lontana dall’amore.

“Io ho buttato i tuoi peccati dietro le mie spalle”, dice Dio a ciascuno di noi nel perdono, e continua: “Ti ho amato di amore eterno; per questo ti ho riservato la mia bontà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine Israele” (Geremia 3 1, 3-4).

Ecco, ci chiama “vergini” anche quando siamo di ritorno dall’ennesima prostituzione nel corpo, nello spirito e nel cuore.
In questo, Dio è veramente Dio, cioè l’unico capace di fare le “cose nuove”.
Perché non m’importa che Lui faccia i cieli e la terra nuovi, è più necessario che faccia “nuovi” i nostri cuori.
E questo è il lavoro di Cristo.
E questo è l’ambiente divino della Chiesa… (Carlo Carretto)