Archivio

Archivio Dicembre 2015

l’ “eroe” di turno

29 Dicembre 2015 Nessun commento

Non è la prima volta. In fondo non ha niente da temere. Offende, insulta, irride. In nome della libertà di stampa e di espressione, crede che tutto gli sia permesso. Poi, male che vada, a difenderlo ci penseranno gli amici di sempre. Stiamo parlando di Vauro Senesi. Il disegnatore ha pubblicato, alla vigilia di Natale, su “il Fatto quotidiano” una vignetta con uno strano presepe.

La Sacra Famiglia, infatti, è composta da due uomini e il Bambino. Manca la figura femminile, Maria. Non occorre essere indovini per capire dove vuole andare a parare. La didascalia, infatti, recita: «Grecia. Legalizzate le unioni civili tra persone dello stesso sesso».

Si è liberi di credere o di non credere. Non si è però liberi di offendere coloro che su quel Bambino si stanno giocando la vita. Non è un bene irridere la fede degli altri. Gli uomini – quelli veri – hanno imparato che nessuno ha il diritto di offendere nessuno. I cristiani – quelli veri – si sforzano di non farlo nemmeno in risposta alle offese ricevute. Non conviene però approfittare di questa situazione.

Ma Vauro sa bene che a offendere i cattolici, a differenza di qualche altro, non si rischia niente. Sa, che i cristiani quando vedono derisi i fondamenti della loro fede, si rattristano e soffrono, ma non si vendicano. Sa che prendere di mira la Chiesa cattolica e i suoi rappresentanti tira sempre. Se poi ci sarà maretta, tanto meglio. Un bel polverone mediatico per ritornare a galla, dopo anni di ripetitività e declino, fa sempre comodo. In questo modo, però, non si va da nessuna parte. Semplicemente non serve a nulla di buono. Anzi, fa decisamente male.

Leggo su facebook commenti di persone rimaste amareggiate, arrabbiate, addolorate dalla vignetta. Le domande sono secche. Che diritto ha il signor Vauro Senesi di offendere – proprio nel giorno in cui i cattolici celebrano il Natale – la loro fede? Che diritto ha il quotidiano che lo ospita, di strumentalizzare la festa della Nascita di Gesù per propagandare il proprio favore per pratiche usate per dare “figli” a coppie dello stesso sesso, cancellando per principio o la madre o il padre di quegli stessi bambini? La risposta a entrambe le domande è la stessa: nessuno diritto, e un dovere di civiltà violato.
(da AVVENIRE)

La storia di Ruben. La storia di ognuno di noi.

27 Dicembre 2015 Nessun commento

Dio esce allo scoperto

Recentemente ho avuto la possibilità di vedere in anteprima un nuovo film dai creatori di Terra di Maria (capolavoro, se non lo avete ancora visto, fatelo!). Si tratta del film documentario Dio esce allo scoperto, nato un paio di anni fa in Spagna e da qualche tempo visionabile nelle sale italiane previo raggiungimento di un numero minimo di prenotazioni (per prenotarsi http://www.infinitomasuno.it/index.php/iscriviti-alla-mailing-list/).

Come per i libri, chi mi conosce sa che io non scrivo mai di qualcosa che non abbia visto e che non mi sia personalmente piaciuto, così come non ho mai chiesto a nessuno di promuovere il mio romanzo senza averlo prima letto. È perciò con estrema convinzione che oggi vi parlo di questo film che per me andrebbe proiettato in ogni sala pubblica e privata dello Stivale dalle Alpi a Pantelleria, e mostrato a tutti.

Dio esce allo scoperto

è un documentario che ripercorre la vita di Ruben, uomo messicano che per essere vissuto in una famiglia dalla quale non si è mai sentito accolto (scoprirà troppo presto il tragico motivo), deciderà di voltare le spalle a Dio, incolpandolo del male subito e sperimentando ogni tipo di strada offerta dalla società moderna per la “realizzazione di sé”. Questa scelta farà precipitare Ruben in una spirale sempre più profonda di disperazione: dal sesso occasionale, alla prostituzione, fino alla perdita dell’identità, un passo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra Ruben percorrerà tutti i gironi dell’inferno fino a toccarne e il fondo.

E sarà lì, al fondo dell’inferno, che Dio verrà a riprenderselo.

Fin qui nulla di strano. Nella sua essenza, la storia di Ruben è la storia di tutti: nascita, morte, resurrezione.

E già questo basterebbe a spiegare perché, secondo me, questo film andrebbe visto da chiunque. Indifferentemente da quale sia l’origine del vostro male, infatti, ciò che realmente conta è che quel male non è mai né l’unica, né l’ultima parola su di voi.

C’è però un’altra ragione, e non è meno importante della prima. Ruben ha tendenze omosessuali. Sì, avete capito bene: questa è una motivazione per cui tutti farebbero bene a guardare questo film. Tutti, non solo gli omosessuali. E arriviamo al punto: il dolore delle persone che hanno problemi di identità sessuale, riguarda solo queste persone? Semplifico la domanda: il dolore di ciascuno è affare solo suo?

Io non credo. E non solo io, a quanto pare. Almeno secondo quanto riportato dall’allora cardinale Ratzinger nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali:

Nella Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale del 1975, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva sottolineato il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale. […] Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. […] Un programma pastorale autentico aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale[…]. In tal modo, l’intera comunità cristiana può giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro la delusione e l’isolamento.

Capite? L’intera comunità cristiana ha il dovere di comprendere.

Siamo nel 1986, e da allora questa è rimasta per lo più lettera morta, salvo tentativi eroici di singoli pastori illuminati, o semplicemente armati di buona volontà.

Ma la buona volontà non è sempre sufficiente. Bisogna anche fornire gli strumenti, non solo spirituali, ma anche psicologici e umani perché i pastori e le comunità possano capire davvero e in maniera adeguata la situazione e il dolore di chi ha tendenze omosessuali, per potere aiutare nel modo giusto questi fratelli, prima di tutto senza lasciarli soli.

Sia chiaro: il mio non è un inno al volemose bene, né un volere porre l’accento sul dolore delle persone omosessuali come se fosse più grande di altri. Però un conto è sopravvalutare un disagio, come cerca di fare oggi la società civile, un conto è ignorarlo come se non esistesse. Non siete ancora convinti?

Parliamo allora del signor Charamsa. Le sue dichiarazioni hanno confuso e scandalizzato molti, me compreso. E tuttavia, se davanti a episodi del genere continueremo solo a scandalizzarci per poi voltarci dall’altra parte, temo che i signori Charamsa nella Chiesa non faranno altro che proliferare.

Non voglio giustificarlo: Charamsa è un teologo e quindi possiede tutti gli strumenti culturali e intellettuali per sapere che quando dice che “la Chiesa chiede ai suoi figli omosessuali di rinunciare alla vita amorosa”, sta dicendo una pura menzogna. Soffermarsi però solo su questo o sul fatto che il celibato è richiesto a tutti i sacerdoti e “quando lui si è fatto prete lo sapeva”, vuol dire ancora una volta ignorare il problema vero che questa storia porta alla luce, e cioè che le persone che vivono situazioni di omosessualità nella Chiesa, vengono ad oggi lasciate sole, esponendole a tentazioni peggiori. Con tanti saluti alla lettera pastorale.

È un dato di fatto: di fronte all’assordante silenzio della Chiesa su queste questioni, purtroppo i suoi figli confusi cercano risposte da altre parti. E quelle risposte non sono difficili da trovare, poiché vengono gridate in tutte le piazze, fisiche e virtuali, da oltre trent’anni. Ammettiamolo, non possiamo scandalizzarci di Charamsa, senza scandalizzarci di noi stessi e della nostra indifferenza verso un problema che abbiamo volutamente fatto finta di non vedere, per molto, troppo tempo. Dopotutto la Chiesa siamo noi, no?

Per fortuna oggi ci viene data un’opportunità in più per fare qualcosa di diverso. Vogliamo davvero che “l’intera comunità cristiana possa giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro la delusione e l’isolamento”?

Se lo vogliamo, se lo volete voi che state leggendo, prenotate Dio Esce allo Scoperto, guardatelo con i vostri parroci, mostratelo ai vostri educatori.

Una testimonianza di vita che in un’ora e mezza pone luce sia sulle ferite legate all’omosessualità che su quelle legate alla transessualità, ma che soprattutto, al di là della storia specifica di Ruben, mostra una grande speranza, una via possibile per tutti quei fratelli che vogliono vivere nella Chiesa e che da essa si sono allontanati, convinti che qui non ci fosse un posto per loro.

Una via che nel concreto può passare anche da Courage (www.courageitalia.it), l’unica (e sottolineo unica) realtà esistente nella Chiesa, voluta da Giovanni Paolo II, che si occupa di aiutare le persone omosessuali a vivere secondo il Magistero in castità, rispettando la natura del proprio corpo. Una realtà di cui Ruben fa parte attivamente oggi, andando persino a fare apostolato nei locali gay.

Parlo a te che stai leggendo ora e che magari hai un fratello che ti ha confidato il suo dolore e non sai come aiutarlo; o a te che sei un sacerdote e ti chiedi come si possa parlare al tuo parrocchiano che confessandosi piange l’ennesimo rapporto col suo ragazzo; o a te che vivi il turbamento di non capire cosa stia passando tuo figlio e ti rendi conto che forse qualcosa te lo sei perso per strada; o a te che vorresti amare i tuoi amici senza fargli male, ma senza dover rinunciare a testimoniare la tua fede: guardate Dio esce allo scoperto.

La storia di un omosessuale, di un peccatore, di un figlio di Dio amato. La storia di Ruben. La storia di ciascuno di noi!
————————————————–

fonte: La Croce Quotidiano – Giorgio Ponte -

ROMA, CINEMA TEATRO FLAVIO

Venerdì 1 Gennaio, ore 17:00 e 20:30.
Sabato 2 Gennaio, ore 17:00.
Domenica 3 Gennaio, ore 20:30.

lento – paziente – ostinato

24 Dicembre 2015 Nessun commento

Cosa vuol dire fare del bene?
A volte si pensa che fare del bene sia difficile, complicato, quasi impossibile; un’operazione matematica dalle mille incognite. Eppure è così semplice, il suo segreto svelato dalle parole di San Giovanni: “chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha”. E così è stato per la dottoressa Rita Fossaceca, un costante e semplice donare se stessa al prossimo; un amore fatto di sveglie all’alba per andare al lavoro presso l’ambulatorio di Mijomboni, in Kenya, di partite al pallone, di una tazza di latte insieme ai bambini orfani di cui si occupava, di una parola dolce, di un sorriso a chi ne aveva il bisogno scritto negli occhi; un bene semplice, un Amore immenso.
La semplicità di Rita traspare nel diario su cui era solita annotare i pensieri della giornata: un condizionatore nuovo da acquistare, il buon lavoro di Amon e Nelson, la mucca che presto darà alla luce un agnellino, la necessità di vestiti per Abdallah che sta crescendo e i bambini contenti… Dove è scritto che la felicità dipenda da quanto possiedi? Joseph Addison diceva che ” I tre grandi elementi essenziali alla felicità in questa vita sono qualcosa da fare, qualcosa da amare, e qualcosa da sperare”; questa era Rita: una Donna operosa nella carità, innamorata di qualunque bisognoso le chiedesse aiuto, piena di fiducia in un domani migliore per la cui realizzazione non ha mai smesso di rimboccarsi le maniche, fin dal principio.
Originaria di Trivento (Campobasso), Rita Fossaceca si è impegnata per tutta la sua vita nel cercare di realizzare il proprio sogno: lavorare a Novara, per la onlus ForLife Onlus, e poi partire alla volta dell’Africa per compiere la sua missione: donare il suo mantello in più a chi non ne aveva neanche uno. Una vita per diventare come Rita Fossaceca: studiare, sudare, laurearsi, dedicarsi a bambini rimasti soli con l’amore di una madre. E un gesto, uno soltanto, per interrompere tutto questo: un dito assassino premuto sul grilletto di una pistola omicida; e sangue innocente versato sulla terra, su quella terra amata e per cui Rita ha dato la propria vita, sino alla fine.
E’ successo tutto all’improvviso. Alcuni uomini hanno fatto irruzione nella casa dove Rita abitava con altre persone, armati; la dottoressa, nel tentativo di proteggere la madre minacciata da un machete, ha subito un colpo di pistola alla testa, lasciando così i bambini dell’orfanotrofio più orfani di quanto già non fossero.
A noi non resta che assistere sgomenti a questo scempio, impotenti di fronte a tanta brutalità, davanti ad un male così orribile, sanguinario e senza pietà; un colpo durato una frazione di secondo sufficiente a spezzare una forza di bene cresciuta negli anni; lo sconforto assale vedendo quanto “semplice” sia anche fare del male… Quanta pazienza per creare una realtà come quella di Mijomboni, quanta fatica, anche solo per comprare una mucca, quanto tempo per insegnare a dei bambini orfani la bellezza della vita… E poi uno sparo, e tutto finisce; o forse no, forse neanche la potenza brutale di quel proiettile ha fermato Rita; neanche quando il suo cuore si è fermato Rita ha smesso di vivere: perché lei è nei condizionatori nuovi, nel vitellino che sta per nascere, nelle vite che ha salvato,nei sorrisi dei bambini e negli occhi felici di tutte quelle persone che da lei hanno ricevuto uno sguardo pieno di semplice Amore.
Il bene agisce così, semplicemente; come la gravidanza richiede nove mesi, e poi servono ancora anni di maturazione, un percorso lento, costellato di fatiche, per portare quel bambino ad essere un Uomo, così il bene necessita di tempo per crescere e raggiungere il proprio compimento. Il male, invece, è rapidissimo; la morte può interrompere il lungo processo della vita in pochi istanti, una vita che, però, dopo ogni dramma, è capace di riprendersi, una vita che dopo la perdita di Rita andrà avanti per i bambini che non per sua volontà ha lasciato e che si rallegreranno alla nascita del vitellino che la dottoressa annunciava nel suo diario; perché il bene è tenace, è fatto di cose semplici, che silenziosamente si fanno strada; e come la foresta continua a crescere nell’anonimato dopo che un albero secolare è stato abbattuto con gran fragore, così

il bene avanza, lento, paziente, ostinato, sempre.

(www.sullastradadiemmaus.it)

prendete esempio da me Erode

22 Dicembre 2015 Nessun commento

Di che paventi Erode? E quale acceso
hai di sangue nel cor fero desire?
Umana forma il Re dei’ Re ha preso
Non per signoreggiare, ma per servire

(Giovan Battista Marino, “La strage degli innocenti”)
—————————————————————–
>

Non giudicatemi. Avreste fatto anche voi lo stesso, foste stati al mio posto.
Forse qualcuno potrebbe dire che sono stato duro, o forse esagerato, magari anche crudele. Niente di tutto questo, ve l’assicuro.
Se anche voi aveste fin da giovani occupato posti di responsabilità, come me, e foste stati costretti fin dall’inizio a decisioni difficili, molto difficili non sareste così duri. Voi non avete mai dovuto mettere a morte figli o mogli. Io sì. Quindi, capite, che cosa possono in fondo importare poche decine di bambini a fronte della salvezza di una nazione?

Perché questo era a rischio. Voi forse non ve ne rendete conto, ma quante volte ho dovuto ricorrere a misure estreme per salvaguardare la prosperità della mia terra!
E’ stato un episodio minore, danni collaterali. Vi assicuro che non ci sarà nessuna conseguenza a lungo periodo. L’incidente è, con tutta evidenza, chiuso. Abbiamo evitato a noi tutti rivolte, incidenti, e forse peggio.
Come pensate che sarebbe stato strumentalizzato, quel bambino, gli fosse stato permesso vivere? Se agenti stranieri lo cercavano persino prima della sua nascita, con il pretesto di adorarlo? Tutte le volte che il mio regno è stato minacciato io l’ho difeso con ogni mezzo. E’ mio preciso dovere. La prosperità della mia terra è la mia prosperità.
Dovreste imparare da me. Non sono forse riuscito a regnare per tutti questi anni? Ho giurato fedeltà a Cassio, e poi a Cesare che ha sconfitto Cassio, e a Marc’Antonio dopo che Cesare è morto, e poi ad Ottaviano che lo ha battuto…perché credete che mi abbiano dato fiducia? Perché io so cosa c’è da fare per mantenere il potere.

Non date retta a quelli che dicono altrimenti. Mentono, io lo so bene. Il potere sulle menti deboli si mantiene con la paura. Le menti forti si eliminano. Il mondo è fatto così. Compiacere i potenti perché ti diano potenza, opprimere i deboli perché restino tali. Essere amato? Sciocchezze. Vorrebbe dire dimostrarsi più debole di quelli che vorresti governare. E questo non te lo perdoneranno mai.

No, non sono stato duro. Andava fatto, e basta.
Non è crudeltà, ma necessità. Quei bambini andavano uccisi perché minacciavano la mia felicità, il mio essere re, la mia stirpe.
Io ho diritto alla felicità, sono il re. Cos’è un bambino, per togliermela?

Non mi interessano le profezie. Sono io che nomino i Grandi Sacerdoti, e li ammazzo. L’ho fatto costruire io il Tempio, e lo so bene: non c’è nessuno dentro. La vita è solo potere. Se anche uno di quei bambini era il Messia, ormai è morto. Profezia finita. Spero solo che di avere allevato dei figli non del tutto idioti, che seguano le mie orme. Di avere insegnato loro bene come fare a conservare il regno.

Anche voi, quindi, prendete esempio da me. Io sono Erode, il Grande, stirpe di eroi, e so quel che dico. Il solo bene è il bene per se stessi. E’ il proprio interesse l’unico che conta. Ogni rapporto è solo inganno e dissimulazione. L’innocenza non esiste. Se esistesse, bisognerbbe farne strage perché sarebbe pericolosa. Questo io ho fatto.
Questo io consiglio a voi, miei figli, miei eredi.
Ma so che mi ascolterete.
(da blog Berlicche)

“..ritornare nella propria betlemme..”

21 Dicembre 2015 Nessun commento

Forse c’era una luna fine come un’unghia, o forse sopra di noi vegliava un cielo lattiginoso: non saprei quale delle due. Di quella notte non ricordo assolutamente nulla, anche se mi piacerebbe ricordare tutto di quegli attimi, attimi che tracciarono una rotta al mio destino. Chissà: forse sperduto in qualche angolo della memoria ci starà qualche appunto, magari scarabocchiato da angeli di passaggio. Ciò che rammento di tutto quel trambusto – notte funesta e tormentosa, notte di tormenta e di spasimi, notte di tregenda e da leggenda – me l’hanno raccontato quelle poche persone che c’erano, ieri come sempre. Da come me l’hanno raccontato negli anni, penso sia stata una vera e propria avventura, di quelle da pisciarsi addosso. Per tanti motivi.
Hanno sempre iniziato il racconto dicendomi che dovevo nascere la prima settimana di dicembre: sarebbe stato accattivante festeggiare l’anniversario di matrimonio di mamma e papà con una nascita. Invece m’hanno sempre rinfacciato che fin da bambino mi divertivo a non-far-tornare-i-conti. Appena nato, dagli sguardi ho intuito che mi aspettavano già da tempo: mi sono sentito desiderato, importante! Forse è per quel ritardo che poi mi sono messo a correre a perdifiato: ho dei giorni da recuperare su una tabella di marcia tutta mia. Già prima di nascere, però, qualcosa non quadrava: negli ultimi giorni poi – facendo fede ai racconti della mia nonna, il cuore-pensante della mia storia – le cose si erano complicate: il cuore non batteva più, la mia mamma stava rischiando seriamente la vita. Dispiace davvero sapere d’aver messo a repentaglio la sua serenità ancor prima di nascere: è rimasto il marchio di fabbrica tra me e lei. Lei non cedette al pensiero di perdermi, papà non cedeva al pensiero di perdere lei, la sua donna. I miei nonni – gente di guerra, vissuta in guerra – non cedevano al pensiero di perdere anche uno solo dei due. Hanno piantonato i medici finchè alla fine hanno vinto ancora loro, testardi: sull’orlo della sciagura, vincerà sempre chi saprà reggere un istante oltre l’avversario. Oltre la paura. Con un parto cesareo ho visto per la prima volta la luce. Era scoccata da pochi minuti la mezzanotte quando, armato di urla e di schiamazzi, volli che il mondo intero sapesse la notizia del secolo: non tanto che ero nato io, quanto che la vita aveva vinto ancora una volta, in barba ai gufi. Mentre la mamma si riprendeva – come Giacobbe dopo la lotta notturna con l’angelo – sono finito nelle braccia di mio papà. Che, cucitomi addosso il suo sangue, si sentì dare l’annuncio che, di lì a qualche mese, gli rese bianchi i capelli: “Questo bambino sarà la fortuna o la rovina di suo padre”. Non so quale delle due sarà, ciò che so è che a quell’uomo e a quella donna devo tutto. Devo la possibilità d’essere nato, la più bella tra le occasioni che mi potessi trovare tra le mani.
Di più. Nato sotto la benedizione dei miei nonni, il che ha fatto la differenza: gente agile come bertucce, scarponi ai piedi, cuori all’erta. Mungitori, massaie e mondine: nel mio albero genealogico c’è sangue passionale, mica di gente tracagnotta. Educato – anche se loro hanno sempre detto allevato – secondo la legge della collina: mai giocare al “gatto-e-al-topo” quando sai di essere il topo. Avevano ragione: l’ho scoperto quando, io-topo, mi sono messo a stuzzicare i gatti. Se non m’hanno divorato, è perché ho qualche santo lassù che mi protegge, che sfido. Tutto il resto non conta. Ciò che conta è che sono nato storto: in ritardo, facendo vedere i sorci verdi a mia mamma, regalando una tintura di bianco a mio padre, tenendo in apprensione i nonni. Nato storto, come la torre di Pisa. E’ diventata famosa perchè storta: fosse diritta, sarebbe una delle tante torri noiose. Certe cose devono nascere storte per diventare delle meraviglie. Vite, sacerdozi e amori: tutto storto, tutto torna, tutto bellissimo. Come oggi: m’hanno organizzato la festa con un giorno di anticipo. Pochi anche oggi, come quel giorno: un pugno di gente, quella che non mi molla mai, costi quel che costi. Un giorno prima, per ricordarmi che certi giorni durano sempre-doppio: la vigilia più la festa. Oggi compio gli anni, ma gli auguri li faccio a mia mamma, a mio papà: “Complimenti, che bel coraggio che avete avuto”. Mica sazi, quattro anni dopo hanno fatto il bis. E che bis!
Certe notti è una meraviglia raccontarsi la propria storia. Ritornare nella propria Betlemme.
(don Marco Pozza www.sullastradadiemmaus.it)

“…sono stufo!!….

20 Dicembre 2015 Nessun commento

“Tu sarai buono perchè io ti amo”

14 Dicembre 2015 Nessun commento

>C’era una volta un lupo che viveva nei dintorni di Betlemme.
I pastori lo temevano tantissimo e vegliavano l’intera notte per salvare le loro greggi.
C’era sempre qualcuno di sentinella, così il lupo era ogni volta più affamato, scaltro e arrabbiato.
Una strana notte, piena di suoni e luci, mise in subbuglio i campi dei pastori.
L’eco di un meraviglioso canto di angeli era appena svanito nell’aria.
Era nato un bambino, un piccino, un batuffolo rosa, roba da niente.
Il lupo si meravigliò che quei rozzi pastori fossero corsi tutti a vedere un bambino.
“Quante smancerie per un cucciolo d’uomo” pensò il lupo.
Ma incuriosito e soprattutto affamato com’era, li seguì nell’ombra a passi felpati.
Quando li vide entrare in una stalla si fermò nell’ombra e attese.
I pastori portarono dei doni, salutarono l’uomo e la donna,
si inchinarono deferenti verso il bambino e poi, se ne andarono.
L’uomo e la donna stanchi per le fatiche e le incredibili sorprese della giornata si addormentarono.
Furtivo come sempre, il lupo scivolò nella stalla.
Nessuno avvertì la sua presenza. Solo il bambino.
Spalancò gli occhioni e guardò l’affilato muso che, passo dopo passo, guardingo ma inesorabile si avvicinava sempre più. Il lupo aveva le fauci socchiuse e la lingua fiammeggiante.
Gli occhi erano due fessure crudeli. Il bambino però non sembrava spaventato.
“Un vero bocconcino” pensò il lupo. Il suo fiato caldo sfiorò il bambino.
Contrasse i muscoli e si preparò ad azzannare la tenera preda.
In quel momento una mano del bambino, come un piccolo fiore delicato, sfiorò il suo muso in una affettuosa carezza. Per la prima volta nella vita qualcuno accarezzò il suo ispido e arruffato pelo, e con una voce,
che il lupo non avèva mai udito, il bambino disse: “Ti voglio bene, lupo”.
Allora accadde qualcosa di incredibile, nella buia stalla di Betlemme. La pelle del lupo si lacerò e cadde a terra come un vestito vecchio. Sotto, apparve un uomo. Un uomo vero, in carne ed ossa. L’uomo cadde in ginocchio, baciò le mani del bambino e silenziosamente lo pregò.
“Grazie! sento che tu mi ami e per questo mi sento tutto cambiato dentro!!
…D’ora in avanti voglio dare anch’io segni di amore specialmente a chi dentro è diventato amaro perchè non si sente amato!!…
(da pensieridelgufo.it)

il lemure su san Pietro

10 Dicembre 2015 Nessun commento

Lemuri e pesciolini proiettati su San Pietro la sera dell’Immacolata hanno destato non poche discussioni, e prese di posizione anche durette. Vuoi per il contenuto, immagini anche molto belle ma che mai richiamavano Cristo o Maria. Vuoi per coloro che hanno “regalato” la presentazione: la Banca Mondiale, filantropi noti per sponsorizzare anche cliniche abortive, associazioni con nomi pagani dirette dal gotha della massoneria planetaria. Tutto giusto.

Signori, e se provassimo a cambiare punto di vista?

I giardini vaticani, gli omonimi musei sono pieni di statue degli antichi dei. Negli affreschi delle stanze del palazzo il tema naturalistico non è certo tra i meno frequentati.
I Papi del Rinascimento e della Controriforma non facevano parte della Banca Mondiale…
Usare la salvaguardia del creato per portare avanti politiche abortiste e comunque anticristiane è quello che già abbiamo oggi. Ma se quel tema fosse riportato nella giusta prospettiva? Se si dicesse, in diretta mondiale, che sì, le istanze di proteggere l’ambiente sono giuste, ma il metodo usato finora è sbagliato? Se si riuscisse ad affermare che solo ponendo l’uomo come creatura e nello stesso tempo termine più alto della natura, come re che ha la responsabilità del suo regno, usciremo dalla brutta situazione attuale? Che solo in una visione complessiva che passa anche dal rispetto per il corpo e per la vita, ogni vita, visione che non può non essere religiosa, possiamo sperare di salvarci non solo come corpo ma anche come anima?
E’ quello che ha cercato di fare il Papa con l’enciclica Laudato Si’, se l’ho intesa bene: non fare entrare il mondo, ma entrare nel mondo (anche nell’ecologia) con l’annuncio della salvezza. Perché Nostro Signore ha fatto, e fa, ogni cosa.
Disinnescare, insomma, un’arma privilegiata da coloro che combattono la Chiesa. Che la lotta di un certo ecologismo contro l’uomo sia fatta per l’uomo. Se si riuscisse a sbufalare questo, ne varrebbe la pena.

Cosa ci dispiace dello slideshow prolungato? Che ci fosse la natura, e non il Padrone di casa proiettato? Che mancassero le festeggiate, Maria e la misericordia? Ma quelle statue di santi e quelle croci “assorbivano” le immagini, come a ricordare: sul fondo, dietro tutto ci siamo noi, tigri e lemuri sono qui per noi.
Quanto agli sponsor ostili? Secondo le leggende, anche parecchi santi obbligarono il demonio a fare dei “favori” a Dio, al di là della sua volontà.
I Papi prendevano i soldi degli Imperatori per costruire chiese anche se gli Imperatori avevano la loro agenda, e Gesù andava a pranzo dai farisei; così non vedo niente di perverso ad accettare “aiuti” da parte di gente che pensa che aiutare le persone sia anche sopprimerle. Lasciamoci offrire il pranzo dal fariseo.
L’importante è che l’agenda dell’Imperatore non diventi l’agenda del Papa.

Oh, il rischio per la Chiesa c’è, chiaro. Il mondo, per usare un eufemismo, preme per entrare; e, una volta entrato, sovvertire, distruggere. Ma, signori, ricordiamoci chi abbiamo dalla nostra parte. Non abbiamo paura dei lemuri.
Riprendiamoci la Creazione. (dal blog di Berlicche)