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Archivio Febbraio 2016

“bestie da riproduzione”

29 Febbraio 2016 Nessun commento

le “baby factory”

Giovani donne rapite, segregate, violentate per mesi e usate come “incubatrici”per neonati che verranno poi venduti all’estero per fini sconosciuti. Non è la trama di un film horror, ma la triste realtà di un fenomeno presente su vasta scala e, in particolar modo, nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo dove povertà, fame e ingiustizia sociale vanno spesso di pari passo.

Uno schiaffo all’umanità.

In Nigeria, una delle Nazioni più ricche di petrolio al mondo ma, al contempo, segnata da gravi tensioni interetniche, il fenomeno è così esposto e conosciuto che gli è stato assegnato un nome specifico: le “baby factory”. Le cosiddette “fabbriche di bambini” altro non sono che tuguri in cui vivono accalcate, come bestie da riproduzione, decine di donne e ragazze anche giovanissime tenute segregate fino al momento del parto da aguzzini al soldo dei potenti gruppi criminali locali. Cosa succeda a queste mamme, dopo il parto, non è dato sapere. E, cosa ancora più abominevole, nulla di certo si sa dei figli.Molti neonati vengono “immessi”, come merce, nel circuito delle adozioni internazionalie venduti a caro prezzo a coppie etero o omosessuali. Ma di molti altri si sono perse le tracce. C’è il timore fondato che siano stati “usati” per prelevare organi o che siano stati “riciclati” per il fiorente mercato della pedopornografica. Donne e bambini dei nostri tempi sfruttati come oggetti inanimati da usare, abusare, vendere, smembrare e, infine, eliminare. Neanche un accenno di umanità in questo mondo governato, sembrerebbe, solo dal dio “mammona” in cui il denaro fa da padrone anche sul sentimento più bello e forte dell’universo: quello che lega una mamma al suo bambino appena nato.Emanuele di Leo, presidente di Steadfast(una onlus operativa da anni in Nigeria a fianco dei più poveri) spiega chi sono gli acquirenti che si macchiano di questo reato: “Sono sia persone che vengono dall’occidente che hanno problemi di sterilità, quindi sia coppie etero che omo; sia nigeriani, famiglie ricche il cui maschio effettua delle aggressioni verso queste ragazze rapite dai villaggi per poter mettere al mondo un bambino col proprio patrimonio genetico”.Il prezzo di un neonato “surrogato”?Dai 4mila ai 10mila euro, spiega l’operatore umanitario. Una cifra che sommata alle centinaia di donne vendute all’estero per fare da (involontarie) “madri surrogate” o direttamente “utilizzate” in loco frutta ai clan centinaia di migliaia di euro all’anno. Negli ultimi anni sono state scoperte, solo in Nigeria, almeno una ventina di fabbriche di bambini, in genere ex-orfanotrofi dove le ragazze vengono tenute segregate per i nove mesi della gestazione per poi finire non si sa come.In uno di questi luoghi infernali, scoperto recentemente dalla polizia, le forze dell’ordine hanno trovato 32 ragazze, ovviamente tutte incinta, incatenate al muro come vacche in una stalla. Una nuova frontiera dello sfruttamento sessuale, una pratica abominevole venuta alla luce solo da pochi mesi ma che si protrae da anni, nel silenzio omertoso di chi sa ma ha preferito tacere.
Milena Castigli –In Terris 29 febbraio 2016

papà non papà

28 Febbraio 2016 Nessun commento

Fino ad allora Vendola, almeno in Italia, non potrà essere considerato il padre del bambino, a meno che non intervenga una sentenza del tribunale come già avvenuto in passato per altre coppie gay. A metà febbraio era rimbalzata la notizia sull’imminente paternità di Nichi e Ed. Secondo quanto raccontano gli amici dell’ex governatore, Nichi ed E avrebbero l’intenzione di rimanere all’estero almeno per due-tre mesi al riparo da occhi indiscreti. Il bambino rischia di essere il bersaglio preferito di curiosi e soprattutto paparazzi. Una foto, è la loro preoccupazione, può diventare il trofeo più ricercato. La vicenda si è trasformata inevitabilmente in un caso politico. Matteo Salvini, leader della Lega, va giù duro via Twitter: “Questo è disgustoso egoismo”.
Vendola, peraltro, non aveva mai negato non solo il desiderio di essere genitore, ma anche quello di volere pronunciare il fatidico sì in un matrimonio. “Vorrei farlo”, raccontava a Repubblica a marzo dell’anno scorso. “Uso provocatoriamente questo mio sogno contro la pigrizia della politica sul tema dei diritti civili che devono essere uguali per tutti e per tutte”. Avere un erede non suonava come un capriccio: “Appena lascerò l’incarico alla Regione ci penserò. Questo è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Per quanto mi riguarda, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato in un cassonetto dell’immondizia vorrei correre a prendermi cura di quella creatura”.

E sul web c’è chi condanna, chi esulta e chi ci scherza su. Su Twitter l’hastag #Vendola è subito diventato di tendenza. E i commenti sono i più disparati. C’è chi scrive “Ciao, sono Vendola, volevo un regalo e ho comprato un bambino”. E chi aggiunge: “Ma una volta i comunisti non li mangiavano bambini? Ora li comprano”. E ancora: “Ma ci rendiamo conto? Generare con i soldi un bambino da una sconosciuta solo per dire sono papà. Egoismo assoluto”.

“chi prega non ha paura del futuro”

24 Febbraio 2016 Nessun commento

«Dalla parte d’oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre».

Sono parole vergate a mano su un quaderno scolastico nel 1947 da Bruno Cornacchiola, il veggente dell’apparizione mariana delle Tre Fontane a Roma. Evento mai riconosciuto ufficialmente della Chiesa, ma guardato con interesse da Papa Pio XII, che incontrò segretamente e nottetempo lo stesso Cornacchiola.

I testi dei messaggi, dopo un lungo è accurato lavoro di ricerca, vengono ora pubblicati dal giornalista Saverio Gaeta, che ha al suo attivo moltissimi libri e saggi dedicati alle apparizioni mariane e che ha avuto accesso per la prima volta a tutta la documentazione inedita riguardante questo caso. Esce per l’editrice Salani «Il Veggente. Il mistero delle Tre Fontane».

Sabato 12 aprile 1947 la Madonna apparve a Roma, in una grotta nei pressi dell’abbazia trappista delle Tre Fontane, al trentaquattrenne Bruno Cornacchiola. L’uomo, cristiano avventista, era in quel momento impegnato a scrivere un discorso contro i dogmi mariani, che avrebbe pronunciato durante un incontro in serata. Con lui c’erano i tre figli Isola, Carlo e Gianfranco, che furono i primi a vedere la Vergine. Dopo un momento di accecamento, anche il papà vide la Madonna, in piedi sopra un blocco di tufo, avvolta da una luce dorata. E fra le mani non aveva il consueto rosario, ma una Bibbia dalla copertina di colore grigio chiaro. Gli si presentò con queste parole: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della rivelazione».

Come già ricordato, l’apparizione delle Tre Fontane non ha avuto un riconoscimento formale, ma il 5 ottobre 1947 Pio XII benedisse una statua che raffigurava la Madonna secondo la descrizione di Cornacchiola e che fu portata in processione dalla basilica di san Pietro alle Tre Fontane. Per il quarantesimo anniversario, nel 1987, il cardinale vicario Ugo Poletti si recò a nome del Papa Paolo VI nel santuario per celebrare la messa. Dai diari e dagli appunti di Cornacchiola, i cui testi vengono resi noti per la prima volta nel libro di Gaeta, si apprende che Pio XII, poco tempo la prima apparizione volle riservatamente incontrare Bruno Cornacchiola. Era il 22 luglio 1947, come documenta il diario personale del veggente: «La notte don Sfoggia mi dice che il Papa mi vuole vedere. Si va e si viene. Tutto segreto». Ai monsignori della Curia romana che gli chiedevano cosa si dovesse decidere circa i fatti delle Tre Fontane, il Pontefice rispose: «Ma che cosa dobbiamo decidere? Non si fa del bene? Non si prega? Non ci sono ravvedimenti? Non si accomodano matrimoni? E allora lasciamo che la Madonna faccia quello che noi non sappiamo fare».

Poco o nulla si era saputo dei messaggi, delle locuzioni interiori e delle profezie ricevute dal veggente nel primo periodo delle apparizioni ma anche negli anni successivi, fino a spingersi ad eventi che hanno segnato la storia dell’Italia, come l’omicidio di Aldo Moro, e la storia del mondo, come l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Ecco alcuni passaggi del segreto annotato da Cornacchiola e riferito al 12 aprile 1947. Vi si legge tra l’altro: «La Chiesa tutta subirà una tremenda prova, per pulire il carname che si è infiltrato tra i ministri, specie fra gli Ordini della povertà: prova morale, prova spirituale. Per il tempo indicato nei libri celesti, sacerdoti e fedeli saranno messi in una svolta pericolosa nel mondo dei perduti, che si scaglierà con qualunque mezzo all’assalto: false ideologie e teologie!…»

Ancora, nello stesso messaggio si legge: «Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo. Abbiate unito al timore: amore e fede, amore e fede; tutto per far risplendere i santi come astri nel Cielo. Pregate molto e vi saranno alleggeriti la persecuzione e il dolore. Ripeto, siate forti nella Rocca, fate penitenze con puro amore, ubbidienza al vero custode della Corte celeste in Terra (il Papa, nda.), per trasformarvi la carne del peccato, dal peccato, in santità! Chiamatemi Madre, come fate sempre: lo sono Madre, nel Mistero che sarà rivelato prima della fine».

Molti anni dopo, sugli stessi 26 gennaio 1996, altri riferimenti a minacce contro il Vaticano: «Quanti sogni si fanno. Questa notte ho visto San Pietro, la basilica, andare a fuoco, e dico: ‘Perché brucia’? Una voce dice: ‘È fuoco purificatore per far comprendere che è l’unica forza di vita e d’amore e non lo comprendono; Dio purifica ogni cosa proprio per far capire a tutti la via della verità per la vita’. Madre cara, eri tu quella voce, l’ho riconosciuta». Ancora, il 3 marzo 2000, in pieno Giubileo, in uno degli ultimi messaggi – sarebbe morto l’anno successivo – Cornacchiola scrive: «Oggi ho avuto una visione molto brutta, che mi ha fatto piangere. Ho visto scorrere molto sangue in San Pietro, tutto il fuori con le scalinate e le colonne intorno e le due fontane. Ebbene, ho visto scolare il sangue e si gridava: ‘A morte i responsabili!’ Ho avuto una brutta sensazione per il Papa e altri».

Profezie certamente inquietanti.
Ma l’autore, cronista religioso di lungo corso, conclude il libro con queste parole: «A chi, scorrendo queste pagine, resterà impressionato dalle minacce che incombono sul Vaticano, faccio una piccola confidenza. Dal terrazzo di casa mia si vede il cupolone di San Pietro, a poche centinaia di metri in linea d’aria. E ci sto molto bene, senza alcuna tentazione di trasferirmi in una lontana campagna. Mi è sufficiente tenere a mente, e riproporre anche al lettore, le parole che in più occasioni la Vergine ha ripetuto:

«Chi prega non ha paura del futuro».

Mentre il cardinale José Saraiva Martins, che firma la post-fazione, osserva: «Come non rispondere con la preghiera ai pressanti appelli per scongiurare le tante minacce che il materno cuore di Maria lascia presagire nelle profezie rivelate a Cornacchiola? Sapendo, comunque, che il loro avverarsi dipende se si concretizzerà o meno la conversione del cuore e l’apertura alla grazia divina da parte dell’umanità peccatrice».
23/02/2016
ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

“state mangiando la mia carne”

21 Febbraio 2016 Nessun commento

Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale.

Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste.

“Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”.

Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005.

Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University.

Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con
la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”.

Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono:

Hershey
Mars
Nestlè
ADM Cocoa
Godiva
Fowler’s Chocolate
Kraft
Per avere un’idea più chiara della questione, ecco il documentario O Lado Negro do Chocolate.

La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame.

Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao.
In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni.

I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie.

Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

la forza e la violenza

17 Febbraio 2016 Nessun commento

GOLPISTI E BANDITI
di Mario Adinolfi
Hanno mandato il ddl in aula senza farlo passare neanche un minuto in commissione, violando platealmente l’articolo 72 della Costituzione (basta leggerlo: “Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa”); hanno chiesto a chi si oppone al ddl di rinunciare all’ostruzionismo e di ritirare la stragrande maggioranza degli emendamenti, le opposizioni ne hanno ritirati 4.500 su 5000, il novanta per cento; hanno negato il voto segreto previsto a tutela della libertà dei parlamentari e prescritto come “tassativo” quando ci si esprime su questioni di coscienza riguardanti la famiglia. Non paghi, intimoriti dai dissensi dei cattolici fatti oggetto ormai di plateali insulti anche da parte di un europarlamentare Pd verso esponenti del suo stesso partito, ora vogliono persino vietare il confronto in aula sugli emendamenti attraverso il “canguro”.
Tutto questo, ignorando il fatto che qualsiasi rilevazione demoscopica ha manifestato la contrarietà degli italiani al ddl che equipara le unioni civili omosessuali surrettiziamente al matrimonio, con punte di contrarietà dell’ottanta per cento all’articolo riguardante della stepchild adoption. Hanno fatto carta straccia della Costituzione, dei regolamenti parlamentari, della libertà dei senatori, della volontà popolare. Democraticamente, golpisti e banditi.
Ci ricorderemo.

vanificare l’arroganza del cavallo di Troia

16 Febbraio 2016 Nessun commento

L’IRRILEVANZA POLITICA DEI CATTOLICI (di Mario Adinolfi)
Mentre il senatore pentastellato Airola rivelava l’ennesima ingenuità del sottosegretario Scalfarotto, che poco scafato l’avrebbe implorato con un “siamo nelle vostre mani”, mi ritrovavo a pensare che è davvero una iattura della storia l’irrilevanza politica dei cattolici italiani. Sia noi che il Movimento cinque stelle, in tempi diversi, ci siamo dati appuntamento al Circo Massimo: loro in un comodo mese di ottobre, appena reduci da due tornate elettorali consecutive che li hanno consacrati secondo partito del paese; noi in un rigido giorno di fine gennaio, circondati da ironie e dissensi plateali, dati da tutti per perdenti sul ddl Cirinnà e con alcuni che negavano persino la legittimità della manifestazione che in quel luogo si teneva. Eppure, noi eravamo venti volte di più di quelli che assistettero al comizio conclusivo di Beppe Grillo. Oggi, però, dobbiamo dirla tutta con le parole di Scalfarotto: siamo nelle mani del M5S.
I numeri parlamentari non consegnerebbero ai grillini questa rilevanza, ma è la loro capacità politica a farlo. Basterebbe in realtà ai cattolici che stanno al governo, che tutti esprimono con tonalità e modi diversi profonda contrarietà verso questa legge, dire che subordinano il sostegno futuro all’esecutivo Renzi al ritiro immediato di una legge incostituzionale, violenta, che legittima e incentiva la pratica dell’utero in affitto, che equipara surrettiziamente l’unione omosessuale al matrimonio e che inoltre vuole essere approvata con procedure che somigliano a quelle dei golpisti quando sospendono le libertà democratiche: divieto di discussione in aula degli emendamenti, cancellazione della tutela della libertà di coscienza del parlamentare, disconoscimento dei diritti di chi si oppone. Per Alfano c’erano infiniti motivi per alzarsi in piedi e utilizzare un tono solenne, adatto a questa occasione, per proclamare che contro i suoi principi e i suoi valori non può consentire che si legiferi soprattutto se si afferma, come Alfano ha testualmente affermato, che il “ddl Cirinnà apre la strada all’orrendo mercimonio dell’utero in affitto”. Contro l’orrendo mercimonio, minacciare (magari anche senza attuare), una crisi di governo sarebbe il minimo.
Se i cattolici non fossero così politicamente irrilevanti, ormai ruota di scorta di questo o quel schieramento, oggi non avrebbero che da soffiare e il castello di carte costituito da un ddl che non piace a nessuno, verrebbe giù senza nessuno a rimpiangerlo, se non forse quel senatore che proclamava con il suo compagno in televisione che lo attendeva per legittimare la pratica di utero in affitto e dichiarare che un bambino comprato con centomila euro deve vedere negato per sempre il diritto ad avere una mamma ed essere piuttosto dichiarato figlio di due papà. Non avrebbero che da soffiare, davvero, il castello di carte verrebbe immediatamente giù.
Invece siamo appesi ai grillini, alla speranza che le notti non servano a indurli a più miti consigli, a ammorbidirli. I cattolici non sono stati capaci neanche di difendere la coraggiosa pattuglia “cattodem”, di esprimere una qualche solidarietà nei confronti di questi senatori che sono stati platealmente e violentemente insultati da un europarlamentare (lo ripeto, un europarlamentare) omosessuale del loro stesso partito che ritiene che proprio in quanto cattolici non debbano più parlare perché, sempre per non fare giri di parole, “hanno rotto il cazzo”. Funziona sempre così, ti insultano, ti picchiano, ti intimidiscono dalla mattina alla sera. Penso anche al massacro operato nei confronti di padre Livio di Radio Maria. Poi leggi i resoconti giornalistici e sono chiamati a parlare solo i carnefici, che provano persino a raccontarsi come vittime.
Quell’europarlamentare che ha insultato in maniera così violenta i suoi colleghi di partito cattolici in quanto cattolici alla domanda di qualche giornalista che gli chiedeva se fosse pentito replicava che no, lui pentito non era, anzi voleva andare con il compagno a vedere il Senato votare e baciarlo come imperituro segno di lotta vittoriosa. Poi sono arrivati i grillini e gli hanno scombinato i piani. Votazioni rinviate. Purtroppo mezza parola di solidarietà da parte dei cattolici ai cattolici insultati del Partito democratico non sono arrivate. Per quel poco che contano, arrivino le nostre. Sono persone coraggiose che stanno pagando un prezzo. So anch’io che dovrebbero portare la loro battaglia a conseguenze più evidenti, ma se sento un fratello o una sorella insultati in quella maniera da un gay che poi se ne vanta pure, il mio istinto è quello di esprimere vicinanza a quelli che sono insultati “in odium fidei”.
Non ogni speranza comunque è scomparsa. Un protagonismo dei credenti e dei cristianamente ispirati in questi giorni può essere recuperato. Alfano può rinsavire, possono ribellarsi i suoi, possono svolgere un ruolo coloro che sono stati in piazza il 30 gennaio, può farsi sentire la Chiesa, possono accadere ancora molte cose. Come abbiamo sempre spiegato qui a chi era affetto dal tradizionale sconfittismo cattolico, la battaglia è certamente difficile, ma perde solo chi non combatte. Alcune cose si stanno verificando. Provano a far votare questa legge da tre anni, l’hanno iscritta in calendario al Senato da metà ottobre quando decisero di andare in aula senza relatore con il ddl 2081 che ha sostituito il ddl Cirinnà originale, siamo arrivati al 17 febbraio e ancora neanche un articolo del testo di legge è passato.
I cattolici presenti in Parlamento ora sono al tornante decisivo, specie coloro che militano nella maggioranza di governo. Una loro parola netta può travolgere definitivamente un disegno di legge che sanno bene essere sbagliato. Sia il loro parlare chiaro, sanno dal Vangelo come si fa. I calcoli e le convenienze li lascino da parte. O se proprio dalla politica i calcoli non possono essere esclusi, li facciano per bene. Troveranno nella recuperata nettezza di una posizione determinata e inequivoca anche una curiosa coincidenza di difesa dei principi e attenzione alle convenienze. Ora siamo al redde rationem, non saranno giornate per tiepidi, troppi occhi stanno guardando e evidentemente giudicheranno.
Mario Adinolfi

“Il bene non fa rumore!…quasi mai!”

16 Febbraio 2016 Nessun commento

“Mamma ma tu sei felice?” ha chiesto un giorno Adriana a sua madre Marisa, affetta dal Morbo di Alzheimer, ed ella, alzando per un attimo lo sguardo verso suo marito Giuliano, la guardò profondamente negli occhi e fece un cenno di assenso con la testa. Sì, era felice, non certo per la malattia che la stava lentamente consumando e progressivamente immobilizzando ma per la sua famiglia: un marito e due figlie che non la lasciavano mai sola, che le erano continuamente vicino.
Una storia semplicissima quella della famiglia Quendolo, normale direi, e proprio per questa straordinaria. Troppo spesso queste esperienze rimangono nascoste. Ogni tanto è necessario sollevare il velo che copre il fiume d’amore che scorre silenzioso tra le pieghe della nostra storia. I riflettori dei media sono puntati sempre e solo sulle violenze nelle mura domestiche, sulle divisioni, sulle tragedie. Ci sono però famiglie che resistono, alle difficoltà, alle malattie, ai tracolli economici. Sono le famiglie normali, dove si fanno anche scelte controcorrente, spinti dall’unico desiderio di cercare il bene dell’altro.
Così ha fatto Giuliano. Il 31 dicembre del 1992 ha chiuso il suo studio ben avviato di architettura al centro di Udine, e all’età di 62 anni con la minima è andato in pensione per restare accanto a sua moglie Marisa. Gli amici pensavano che voleva dedicarsi ai suoi innumerevoli interessi, Giuliano invece per diciassette anni si è preso cura della moglie con una dedizione straordinaria.
“I miei genitori hanno vissuto un grande amore” mi dice la figlia Adriana “mio padre è un uomo di scienza, di arte e di grandi valori, amava il suo lavoro, tuttavia non ci ha pensato due volte a lasciarlo per prendersi cura personalmente della mamma. Quando la malattia iniziava a rallentare tutti i meccanismi motori, non ha mai voluto che fosse ricoverata in qualche struttura”.
La donna che amava, la madre delle sue figlie, la moglie che al pomeriggio dopo il suo lavoro a scuola, lo accompagnava sui cantieri perché Giuliano non aveva mai preso la patente, e lo aspettava con pazienza correggendo in macchina i compiti dei suoi alunni, in quel momento aveva bisogno di lei. E lui c’era. “Dopo la prima reazione di puro terrore alla notizia della diagnosi, abbiamo vissuto la sofferenza della mamma con tanta normalità” continua Adriana “stare accanto a lei era meraviglioso, era di una dolcezza e di una bellezza disarmante, mai violenta. Accanto a lei abbiamo imparato che la malattia può devastare il meccanismo cellulare del cervello ma non intacca la bellezza dell’essere umano, non annienta la persona. La mamma anche quando non poteva più parlare si relazionava con noi con il cuore, con la pelle con il respiro, lasciandoci una lezione di grandissima dignità”.
Diciassette anni di gesti, di attenzioni, di pensieri, di parole taciute silenziose tra le tante gridate nelle aule di Tribunali durante le cause di separazione. Parole da ascoltare in silenzio. Perché il bene non fa rumore. Quasi mai.

quei 18 – 20 minuti

11 Febbraio 2016 Nessun commento

Dal 3 febbraio l’Egitto è solo. Chi ha strappato l’anima a Giulio Regeni ha voluto colpire in alto, il cuore stesso della democrazia. Se è presto per dare un nome all’organizzazione responsabile del rapimento, della tortura disumana e della morte del ricercatore italiano, bastava guardare il suo corpo per capire il risultato che i mandanti degli aguzzini volevano ottenere. Il silenzio, la paura, la fuga dalle università, dalle associazioni che da anni cercano di capire il groviglio mediorientale, puntando a superare stereotipi e propaganda.

In fondo era questo il lavoro di Regeni, il sogno della sua brevissima vita. Ascoltare, raccontare. Percepire nelle strade quello che il regime vieta e reprime. Superare la retorica del ricatto geopolitico dei governi militari forti come barriera indispensabile per fermare il jihadismo globale. Per questo, in fondo, aveva passato anni nelle università europee ed era questa la storia che aveva raccontato tra le righe dei suoi due articoli pubblicati sul manifesto e sull’agenzia Nena-news.

QUELLA SERA GIULIO AVEVA UN APPUNTAMENTO
Quello che sappiamo degli ultimi suoi dieci giorni di vita è ancora troppo poco. Lunedì 25 gennaio è a casa, nel suo appartamento nella zona residenziale del Cairo, perfettamente consapevole del clima pesante e rischioso che si viveva in città nel giorno dell’anniversario della rivoluzione. I pochi testimoni che in questi giorni hanno trovato il coraggio di parlare raccontano il suono delle sirene, la presenza massiccia delle forze di sicurezza nelle strade, il rischio che si correva nel farsi trovare nei posti chiave, come piazza Tahir.

La sera Giulio aveva un appuntamento. È sera al Cairo. Alle 19,40 riceve la telefonata dal professore universitario della British University Gennaro Gervasio, un amico di quel mondo di arabisti arrivati da mezza Europa, che compongono l’universo accademico internazionale della capitale egiziana. Un motore intellettuale che tanto infastidisce le autorità.
LA CHIAVE DI QUELLA SPARIZIONE È ALL’INTERNO DEI QUEI 18, 20 MINUTI

«Esco alle 20», spiega Regeni all’amico. È l’ultimo contatto, prima del rapimento. «Gervasio ha riferito all’Ambasciata di avere ripetutamente provato a chiamare Giulio tra le 20:18 e le 20:23, senza ottenere risposta; a partire dalle 20:25, invece, il cellulare del ragazzo risulta spento», è la ricostruzione dei momenti successivi fatta dal sottosegretario Benedetto Della Vedova alla commissione Esteri della Camera dei deputati.

Il cellulare non si accenderà mai più e l’apparecchio non è stato ritrovato insieme al corpo. La chiave di quella sparizione è all’interno dei quei 18, 20 minuti (o forse anche meno), ovvero il tempo trascorso tra la partenza da casa di Regeni e il momento in cui viene fermato.
CAMPAGNA DI DISINFORMAZIONE
Fin dai momenti immediatamente successivi al ritrovamento del cadavere, che avverrà il 3 febbraio, poche ore dopo il colloquio riservato tra la ministra dello sviluppo economico Federica Guidi con il presidente al-Sisi (a proposito: non ritiene utile la ministra raccontare i dettagli di quell’incontro?), parte una campagna di disinformazione sistematica. Oltre alle palesi bugie – che apparivano più come una provocazione – sullo stile “è morto in un incidente stradale”, su diversi media appare la versione di Regeni “testa calda”. “Voleva partecipare alle manifestazioni”, “è stato preso durante una retata”, “è andato a piazza Tahir, nel giorno dell’anniversario della rivoluzione”. Insomma, se l’era cercata.

Appare poi su un blog italiano la notizia – falsa e anche un po’ avvelenata – di una sua appartenenza all’Aise. Insomma, una spia, quella morte faceva parte del rischio del mestiere. Fandonie, depistaggi, o ricerca a tutti i costi della spiegazione facile e clamorosa? Poco importa: tutte piste che portavano lontano dalla verità.

LA RICOSTRUZIONE DEL GOVERNO ITALIANO FINORA SI FERMA ALLE 20.18 DEL 25 GENNAIO

La ricostruzione fornita dal governo italiano fino a questo momento si ferma sostanzialmente qui, alle 20.18 del 25 gennaio scorso. Quello che avviene dopo è ancora nebuloso e pieno di domande. L’ambasciata italiana viene avvertita subito, un paio d’ore dopo la scomparsa di Giulio Regeni. Per sei giorni, però, la notizia viene mantenuta sotto riserbo, facendo lavorare esclusivamente la nostra diplomazia.

L’opinione pubblica viene tenuta all’oscuro, nessun appello esce prima della sera del 31 gennaio, quando il professor Gennaro Gervasio lancia, alle 20.55, l’hashtag su twitter #whereisgiulio, dopo l’uscita di un primo articolo sul sito dell’inglese Dailymail (il link: http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-3425478/Italy-urges-Egypt-resolve-missing-student-mystery.html).
LE TELEFONATE DI GIULIO REGENI VENIVANO REGISTRATE?
In queste ultime ore i giornali egiziani hanno fornito alcuni nuovi elementi, alcuni dei quali, se confermati, potrebbero rafforzare il sospetto di un coinvolgimento degli apparati di sicurezza nella scomparsa di Regeni: “I detective hanno investigato i suoi movimenti prima della scomparsa del 25 gennaio e ascoltato le registrazioni delle sue ultime chiamate sul cellulare, con l’aiuto dell’operatore telefonico”, si legge sul Egypt Independent. Il giornale cita come fonte il Giza Security Directorate, struttura incaricata delle indagini. Dunque le telefonate del ricercatore erano registrate. Visto lo stato di polizia dell’Egitto questa potrebbe anche essere una pratica comune, soprattutto con gli stranieri. Non è un caso che l’agenzia di sicurezza interna egiziana risulti tra i clienti della milanese Hacking Team, specializzata nella fornitura di sistemi di spionaggio digitale, come emerge dalle e-mail interne pubblicate lo scorso luglio da Wikileaks.
UN APPELLO ALLA VERITÀ FIRMATO DA 4.600 PROFESSORI DI TUTTO IL MONDO

Attorno al caso è sceso un pesante clima di paura tra i ricercatori e, più in generale, tra gli espatriati italiani presenti al Cairo. Regeni non era considerato particolarmente a rischio, non sembrava possedere informazioni sensibili tali da attirare l’attenzione delle forze di sicurezza. Se è toccato a lui, tutti sono in pericolo: è il pensiero che domina la comunità accademica internazionale in Egitto.

Subito dopo il ritrovamento del corpo due docenti di Cambridge hanno diffuso un appello, firmato da 4.600 professori di tutto il mondo, chiedendo “verità e giustizia”. Non solo al governo di al-Sisi, ma anche a quello italiano, formalmente in prima fila nelle indagini. Il cadavere di Giulio, devastato dalle torture, si sta trasformando in un punto di svolta, senza ritorno. Non solo per l’Egitto. (Andrea Palladino)

non può che essere una menzogna

9 Febbraio 2016 Nessun commento

Non stiamo discutendo se un omosessuale possa essere un buon genitore, ma se una coppia dello stesso sesso possano essere genitori adeguati.

Adeguati a che? La domanda è fondamentale. A mio parere c’è solo una risposta: adeguati al bambino.

Quando coltiviamo una pianta, dobbiamo stare attenti alle esigenze della pianta stessa. Non bastano acqua, terra, sole. Troppa acqua e la pianta marcisce, poca e secca; se gradisce l’ombra guai a metterla troppo esposta. Magari potrebbe venire qualcuno a chiederci: hai bagnato il tuo vaso? Noi rispondiamo sì, e quello va via considerandoci buoni agricoltori. Ma, nel frattempo, la nostra pianta è morta. Forse non sappiamo neanche perché.
Se così è per una pianta, figurarsi per un bambino. Che, in più del vegetale, ha una consapevolezza, ha un cervello che è un vulcano in ebollizione. Gli hai dato da bere? Sì. Gli hai dato da mangiare? Sì. Gli hai dato amore? Sì. Ah, allora va bene.

Ma era quello giusto?

C’è chi sostiene che la scienza afferma con certezza che essere allevati da una coppia omosessuale o eterosessuale sia lo stesso. Possiamo affidarci alla scienza, certo. Ma, per giudicare, abbiamo in questo caso anche qualcosa in più:


l’esperienza.

Noi tutti siamo figli. In alcuni casi siamo anche padri, e madri.

Tra nostro padre e nostra madre c’era differenza, vero? A nostra volta noi siamo diversi da nostra moglie, nostro marito.
Sarebbe stato molto diverso se, invece di mio padre, avessi avuto due volte mia madre. O viceversa. Mi sarebbe mancato qualcosa: la forza, o la dolcezza. Il coraggio o la perseveranza. La pazienza o la tenacia. Come esempi, come insegnamento, ma non perché uno dei miei genitori fosse inadeguato, ma perché erano complementari. Complementari perché erano e sono un maschio e una femmina. C’è differenza. Voi sapete che c’è.

Un diritto che si invoca non può prescindere dalla realtà. Dire “è lo stesso” fa a pugni con la MIA esperienza.
Considerate adesso la vostra, di esperienza: è differente? No, non rispondete ideologicamente, subito.
Prendetevi un minuto.
Ricordate, pensate.

L’importante è che voi, proprio voi e nessun altro per voi, giudichiate in base a quello che è stato, quello che è reale.

E se anche per voi fosse o fosse stato differente, riflettete su questo: io e tanti altri abbiamo verificato, vissuto qualcos’altro. Chiunque lo neghi deve fare i conti con questa realtà; e la mia testimonianza, quella di tutti quelli che conosco invalida ogni perentorio giudizio ideologico che si possa avere. Perché noi ci siamo, esistiamo, occorre fare i conti con quello che diciamo. Ciò che nega l’esistente per affermarsi non può che essere una menzogna.
(No, non è un ragionamento confessionale. Pensateci bene: niente di quello che ho detto lo è)

Non fatevi lavare il cervello da menzogne strumentali, da una finta scienza che alle prove dei fatti è una bugia. Pensateci bene, se non stiate avallando il falso.
Se lo è, chi ve lo fa fare?

Pubblicato su Crudeltà spirituale (vedi blog BERLICCHE)
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“#Renziciricorderemo”

4 Febbraio 2016 Nessun commento

E così Renzi è servito. “#Renziciricorderemo” è lo slogan che sintetizza l’evento di sabato mettendo nel mirino del popolo delle famiglie la sicumera del leader fiorentino. Tira oggi, tira domani, la gente comune si è resa conto che la leadership del paese è tutto tranne che moderata, si è resa conto che sta alla cultura cattolica come la forfora allo zucchero a velo, ha compreso che il progetto di unire le tradizioni socialista e popolare nel PD di Renzi ha finito per produrre nient’altro che un partitone radicale abilissimo soltanto nell’occupare il potere.

Il popolo ha capito che quella che è approdata nell’aula del Senato saltando la commissione giustizia con procedura riservata alle urgenze, non è la legge Cirinnà, ma è la legge obbrobrio Renzi-Cirinnà.

Ha colto perfettamente il voltagabbanismo di un uomo che nel 2007 va al Family Day per fermare i DICO e dopo pochi anni promuove i DICO al cubo. Ciascuno può rispondere a questa semplice domanda: “Cosa affidereste ad un uomo così?”. Chi vagheggiava possibili intese indecenti è servito. Così com’è servito il patetico tentativo di trovare un qualche compromesso con improbabili tripli salti carpiati di stralci della stepchild adoption sostituiti da affidi rafforzati che in realtà, se rafforzano qualcosa, è solo lo schifo.

È servito il tentativo furbesco di mandare un signor De Palo qualunque ad affondare il Family Day in televisione e sull’houseorgan di un prelato tremulo col potere quanto bilioso con chi a quel mefitico potere non intende inginocchiarsi. Gianfranco Amato ha domandato alle famiglie che sono straripate al Circo Massimo: “Volete che cerchiamo un compromesso?” La risposta è stata un boato: “Noooo!”. Ed anche se fatalità o volontà ha voluto che su TV2000, la TV della CEI, la folla che gremiva il prato non fosse stata microfonata, le migliaia di registrazioni e i social provvederanno a recapitare il messaggio ai destinatari. Se qualcuno s’illudeva di potere confezionare un inciucetto schifoso nelle segrete stanze, da sabato sa che non potrà invocare alcuna autorità derivantegli dal popolo di Dio che con quella semplice risposta ha insegnato ai pornoteologi in servizio permanente effettivo che cosa sia veramente il sensus fidelium.

Questo concetto fondamentale è stato ribadito dal portavoce del Family Day che nella maniera più chiara ha detto che la legge Renzi-Cirinnà è una legge interamente sbagliata, dalla prima all’ultima riga. La californiana Jennifer Lahal ha spiegato a Renzi che premiare con la stepchild adoption la schifezza dell’utero in affitto è a sua volta una schifezza. Sono mesi che glielo diciamo senza successo, forse gli organizzatori hanno sperato che la padronanza del premier con l’inglese potesse aiutarlo a comprendere. La portavoce delle famiglie croate gli ha spiegato che qualsiasi civiltà della storia, quantunque aperta all’omosessualità, ha riconosciuto nel matrimonio sempre e soltanto l’unione di un uomo e una donna e i leaders che sono stati sordi a questa evidenza, alla fine sono stati mandati a casa. C’è poi voluta una famiglia africana per spiegare quanto luridi miliardari sfruttino le donne e la loro povertà.

Non si sa più in quale lingua si debba dire a Renzi che la giustizia esige per le coppie dello stesso sesso gli stessi diritti che la legge prevede per le coppie di amici, giacché quello che due gay fanno sotto le lenzuola non può mai avere alcuna rilevanza per la società e quello che fanno dalla cintola in su lo possono fare benissimo due amici. E se dunque i diritti delle coppie di amici sono zero, perché dell’amore e di amicizia allo Stato importa zero, allora i diritti delle coppie gay (delle coppie, non della persona di qualsiasi orientamento) devono essere zero. Ma un’altra risposta è giunta con un secondo plebiscito dalle famiglie del Circo Massimo; è un mandato preciso ad usare ogni mezzo legale per contrastare il progetto politico che Renzi intende promuovere con il matrimonio gay camuffato da unioni civili: sottrarci lo scudo per eccellenza dallo strapotere dello Stato distruggendo la famiglia. Il Family Day può cambiare tutto, se c’è una sveglia che è suonata è quella per il premier. Stai sereno, Matteo.