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Archivio Marzo 2016

Chi crede in Me avrà la vita

22 Marzo 2016 Nessun commento

_Un giorno, la pietra disse: «Sono la più forte!». Udendo ciò, il ferro disse: «Sono più forte di te! Lo vuoi vedere?». Subito, i due lottarono fino a quando la pietra fu ridotta in polvere.
Il ferro disse a sua volta: «lo sono il più forte! Udendolo, il fuoco disse: «lo sono più forte te! Lo vuoi vedere?». Allora i due lottarono finché il ferro fu fuso.
Il fuoco disse a sua volta: «lo sì che sono forte!». Udendo ciò, l’acqua disse: «lo sono più forte di te! Se vuoi te lo dimostro». Allora, lottarono fin quando il fuoco fu spento.
L’acqua disse a sua volta: «Sono io la più forte!». Udendola il sole disse: «lo sono più forte ancora! Guarda!». I due lottarono finché il sole fece evaporare l’acqua.
Il sole disse a sua volta: «Sono io il più forte!». Udendolo, la nube disse: «lo sono più forte ancora! Guarda!». I due lottarono finché la nube nascose il sole.
La nube disse a sua volta: «Sono io la più forte!». Ma il vento disse: «lo sono più forte di te! Te lo dimostro». Allora i due lottarono fin quando il vento soffiò via la nube ed essa sparì.
ll vento disse a sua volta: «lo sì, che sono forte!». I monti dissero: «Noi siamo più forti di te! Guarda!». Subito i due lottarono fino a che il vento restò preso tra le catene dei monti.
I monti, a loro volta, dissero: «Siamo i più forti!». Ma sentendoli, l’uomo disse: «lo sono più forte di voi! E, se lo volete vedere … ». L’uomo, dotato di grande intelligenza, perforò i monti, impedendo che bloccassero il vento. Dominando il potere dei monti, l’uomo proclamò: «lo sono la creatura più forte che esista!».
Ma poi venne la morte, e l’uomo che si credeva intelligente e tanto forte, con un ultimo respiro, morì.
La morte a sua volta disse: Sono io la più forte! Perché prima o poi tutto muore e finisce nel nulla”
La morte già festeggiava quando, inatteso, venne un uomo e, dopo soli tre giorni dalla morte, risuscitò, vincendo la morte.

Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori è diventata testata d’angolo… Buona Pasqua!
(da “il gufo”)

Compito a casa: studiare l’eccitazione sessuale

18 Marzo 2016 Nessun commento

Era il giugno del 2013 quando il concetto di ideologia gender era ancora sconosciuto ai più. Allora il Fatto Quotidiano ne parlò presentandolo sotto le ambigue spoglie di «educazione alla sessualità e al genere». Descrivendo con entusiasmo i corsi all’avanguardia per le scuole elementari, fra cui quelli di cui «si occupa l’associazione “L’Ombelico” che ha diversi progetti a Milano e a Roma».

Allora “L’Ombelico” aveva già sponsorizzato, in più di 60 classi di 12 scuole primarie di Milano, l’iniziativa “Parole dette e non dette”, «per prevenire le violenze sessuali e fornire consapevolezza sul proprio corpo». Stefania Girelli, educatrice e coordinatrice dell’associazione aveva spiegato così: «Ragioniamo su cosa vuol dire essere maschi e femmine, su come ci si rapporta alla sessualità anche in base alle diverse età, su come si crea il rispetto di sé e degli altri».

Girelli aveva descritto anche un altro corso destinato agli asili nido per aiutare i genitori «a combattere gli stereotipi di genere che si propongono, anche a livello inconscio, già dai primi mesi di vita». Le sperimentazioni erano avvenute a Torino, Milano, Sesto San Giovanni e Concorezzo ispirandosi al documentario “Bomba libera tutti”.

Negli anni successivi i corsi si sono diffusi sempre di più anche grazie all’approvazione di strategie e leggi, come la Buona Scuola entrata in vigore nel 2015, che prevede l’educazione di genere «negli istituti di ogni ordine e grado». Quest’anno, ad esempio, sempre a Concorezzo si svolgerà nelle quarte elementari il progetto “Parole dette e non dette”, che pur presentato ai genitori come preventivo agli abusi verso i minori, sembra nascondere altro.

Nel libretto esplicativo del corso si parla infatti di «esercizi» per spiegare «la sessualità ludica» e di «sessualità relazionale, riproduttiva e ludica», soffermandosi persino sulla differenza fra «un tocco positivo e un tocco negativo». Durante la presentazione del corso ai genitori non è stato detto di più, ma i contenuti più precisi li ha denunciati la madre di un alunno della scuola primaria Bonetti di Milano. Qui, il 15 dicembre del 2015, “L’Ombelico” aveva proposto l’avvio di un corso contro gli abusi sui minori di cui la scuola aveva informato le famiglie con un avviso sul diario, ma senza alcun riferimento all’“educazione sessuale”.

Visto il contenuto generico dell’avviso, la donna, una lavoratrice straniera impossibilitata a partecipare a tutte le riunioni dei genitori, fidandosi della scuola aveva posto la sua firma sul consenso allo svolgersi delle lezioni (tenute da due operatrici dell’associazione in presenza del maestro di italiano). La donna era quindi venuta a conoscenza degli effettivi contenuti solo a corso già iniziato, avvertita dall’insegnante di ripetizioni al bambino, Ermes Dovico.

L’insegnante aveva notato un appunto sul diario in cui si consigliava la visione del filmato “L’albero della vita”. Un video in apparenza innocuo, ma che pretende di spiegare i rapporti sessuali ai bambini fin dalla più tenera età. Successivamente il maestro di italiano aveva scritto una nota sul diario segnalando che l’alunno non aveva finito i compiti: «Gli esercizi incompleti erano quelli sull’“educazione sessuale” che mi sono rifiutato di fargli svolgere nelle modalità indicate, ritenendole non consone per un bambino e vista anche la contrarietà della madre». Il corso, che si teneva di mercoledì pomeriggio dalle 14.30 alle 16.30, «si è quindi tramutato in una sorta di attività obbligatoria con tanto di richiamo, nonostante si trattasse di un’attività extracurricolare».

L’alunno ha raccontato alla madre che «durante le lezioni, oltre a come si manifesta l’eccitazione sessuale maschile e femminile, era stato descritto l’atto sessuale, spiegando ai bambini che esiste anche la possibilità di assumere pillole per evitare di avere figli». Sul sito dell’associazione si può inoltre scoprire che

“L’Ombelico” «sponsorizza libri per l’infanzia come il “Piccolo Uovo” e “Il libro di Tommy sull’omogenitorialità”, volti a far credere ai bambini che mamma e papà siano sostanzialmente intercambiabili» e che «collabora con altre associazioni come Zona K, atte a promuovere le ‘famiglie’ queer». Come se non bastasse nel 2012 la giornalista Loredana Lipperini pubblicò sul suo blog gli appunti ricevuti da Girelli sulle domande sollevate dai bambini delle elementari durante i corsi: «”Fare sesso è una tua decisione o è data dal destino?”; “Cosa vuol dire sesso orale? E scritto? Cos’è il sesso coniugale?”. “Secondo voi è giusto divorziare dopo essere stati innamorati e sposati?”».

Mentre gli adulti erano ancora convinti che «non si può parlare di certi argomenti con i bambini così piccoli. Rischiamo di traumatizzarli o di togliere la poesia dell’amore (…). Guardi, so che avete buone intenzioni ma come facciamo con i bambini così piccoli?». E se già essere perplessi in merito è grave, forse lo è ancor di più l’assenza di risposte chiare, di cui non c’è alcuna traccia.
Eppure il Piano formativo dell’istituto non parla di “educazione sessuale” per la primaria, ma solo di prevenzione al “bullismo”.

Sebbene il secondo il comma 17 della legge sulla Buona Scuola dica che le istituzioni scolastiche devono assicurare “la piena trasparenza e pubblicità dei piani triennali dell’offerta formativa” , mentre nel patto educativo di corresponsabilità “la scuola si impegna a far conoscere in modo semplice le linee principali del proprio piano di lavoro”. «Nonostante questo il progetto non è inserito nel Pof, mentre nell’avviso alle famiglie non parlava di “educazione sessuale”».

Contattata la dirigenza scolastica, conclude Dovico, «ci hanno spiegato di non essere al corrente dell’avvenuto svolgimento di “Parole dette e non dette” e di non averne dato l’autorizzazione. Resta il problema delle tante famiglie straniere che potrebbero non essere al corrente di quanto accaduto».(Benedetta Frigerio 18 marzo 2016)lanuovabussolaquotidiana

attenzione

18 Marzo 2016 Nessun commento

ADOZIONI GAY/ Attenti a chi vuol “moltiplicare” le
mamme ma nasconde la realtà

Parallelamente e quasi in contemporanea al movimentato iter parlamentare riguardante le unioni civili, alcuni
Tribunali per i minorenni hanno anticipato uno dei contenuti più discussi e controversi dell’originario disegno di
legge Cirinnà — forse anche nell’intento inconfessato di dimostrarne la “fattibilità” giuridica già de iure condito —
la cosiddetta stepchild adoption, che consiste nell’adozione da parte di uno dei conviventi del figlio dell’altro,
anche nel caso di unioni tra persone dello stesso sesso.
Si ricorre generalmente ad un’interpretazione estensiva dell’art. 44 della legge n. 184 del 1983, “Diritto del
minore ad una famiglia”, e successive modifiche, che prevede l’adozione “in casi particolari”. Un’ultima
applicazione “creativa” di questa norma si è avuta da parte del Tribunale per i minorenni di Roma, che ha
concesso ad una coppia di donne l’adozione “incrociata” di due bambine, una delle quali nata da una delle due
donne e l’altra dalla sua compagna, in seguito ad inseminazione avvenuta per entrambe in Danimarca. Non sto a
riprendere i passaggi tecnico-giuridici in virtù dei quali il Tribunale giunge a questo risultato, profilo già
autorevolmente illustrato e commentato da Lorenza Violini. Qui vorrei evidenziare come si sia cercato di
costruire artificialmente un rapporto di filiazione-adozione reciproco che riproducesse (meglio: imitasse) in
qualche modo i normali vincoli coniugali e genitoriali, ma con la vistosa, ineliminabile eccezione di costituire due
genitori entrambi “mamma”.
A dire il vero, il Tribunale per i minorenni di Roma non è nuovo a sperimentazioni del genere. In un’altra
sentenza non molto precedente (la n. 4580 del 22 ottobre 2015) ebbe anzi a ritenere prova di riuscita
integrazione familiare la circostanza che una bambina allevata da due donne chiamasse entrambe “mamma”,
concedendo conseguentemente l’adozione ad una di esse della figlia dell’altra. Ma vi è di più. In quella stessa
sentenza, l’organo giudicante aveva lasciato intravedere tra le righe della motivazione — e neppur troppo
velatamente — l’eventualità di estendere la nozione di famiglia ad una pluralità indeterminata di figure
“genitoriali”, sia per quanto riguarda il loro numero (una, due, tre, o forse più?) sia per quanto riguarda il loro
sesso (uomo solo, donna sola, uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, eventualmente soggetti
transgender? e di quale tipologia? …le combinazioni potrebbero continuare). Il Tribunale ha infatti affermato,
recependo l’opinione dei giudici onorari, che «il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non [è]
tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si
attualizzano al suo interno. In altri termini, non sono né il numero, né il genere dei genitori a garantire di per sé
le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità
educative che ne derivano» (corsivo mio).
Queste “singolari” sentenze dei giudici di merito hanno d’altra parte l’avallo della Corte di Cassazione, che in una
sua pronuncia dell’11gennaio 2013 (la n. 601) ha dichiarato — peraltro apoditticamente e senza null’altro
argomentare — che è frutto di «mero pre-giudizio» ritenere «che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del
bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Nessun dubbio, dunque, per la
Corte suprema di legittimità, circa la crescita di un bambino con due persone sessualmente “omologhe”, pertanto
impossibilitate — per definizione — a rappresentare e trasmettere la realtà antropologica della differenziazione
(dimorfismo) sessuale, quando invece sarebbe stato opportuno quantomeno un saggio ricorso al principio
di precauzione, la cui applicazione dovrebbe trovare un luogo di elezione proprio in questioni eticamente
sensibili e di notevole rilevanza, come questa.
Un’ultima considerazione. Nel “politically correct” di questi giorni, l’esistenza di pronunce “creative”, come
quelle sopra riportate, è sovente chiamata a testimonianza della necessità ed urgenza di una regolamentazione
legislativa della materia. Ma appare del tutto evidente la diversità della fonte invocata, con tutte le conseguenze
che ne derivano. Nel caso della regolamentazione legislativa non si tratta più soltanto di “sanare” — più o meno
ragionevolmente e prudentemente — situazioni pregresse e stati di fatto esistenti, ma di indicare una regola di
azione valevole per il futuro, un agere licito tutelato e garantito da una norma di grado primario, un “modello”
che viene additato ai cittadini come ordinariamente praticabile. E non è una argomentazione pretestuosa quella
secondo cui in questo modo viene incentivata la pratica della “maternità surrogata” (cosiddetto “utero in affitto”)è questa infatti l’unica possibilità che hanno le coppie omosessuali maschili di avere figli geneticamente propri (di
uno dei due conviventi). Si verrebbe altresì a creare una inconsueta nuova situazione antropologica, che ha
paradossalmente come protagonista un “soggetto assente”, il bambino voluto da una sorta di desiderio
prometeico di genitorialità («determinazione incoercibile», secondo la Corte costituzionale, nella sentenza n. 162
del 2014, sulla procreazione assistita eterologa), in questo caso della coppia di persone omosessuali.
Condensando in un imperativo primario la conclusione cui dovrebbe condurre la riflessione sin qui svolta, come
ho già scritto in altre occasioni (Avvenire, 21 febbraio 2016; Stato, Chiese e pluralismo
confessionale, www.statoechiese.it, n. 9/2016), io non esiterei ad inserire nel novero dei diritti fondamentali
che naturalmente e normalmente competono ad ogni essere umano, ad ogni bambino, quello di non essere
privato di una delle facoltà più belle e più grandi che ogni uomo possiede: quella di poter pronunciare,
rispettivamente e distintamente, la parola “mamma” e la parola “papà”, due parole che appartengono al lessico universale dell’umanità.
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Vincenzo Turchi
venerdì 18 marzo 2016(ilsussidiario.net ttenzione)
© Riproduzione riservata.

…spirò!

5 Marzo 2016 Nessun commento

Per descrivere la morte di Cristo, Giovanni si limita a dire: «Chinato il capo, spiro’» (19,30), ma gli altri evangelisti hanno sottolineato meglio la risonanza grandiosa della sua morte. Con parecchie immagini, si suggerisce la ripercussione dell’avvenimento sull’umanità.

Cosa è accaduto dopo la morte di Gesù

lo spiega bene Padre Raniero Cantalamessa in “La nostra fede. Il Credo meditato e vissuto” (edizioni Ancora).

IL TERREMOTO

L’oscurità che avvolge la terra, subito dopo la morte di Cristo, esprime la partecipazione dell’intero universo al dramma della redenzione, il suo cordoglio per la morte del Salvatore. La terra che trema simbolizza lo sconvolgimento radicale suscitato dalla morte; il velo del tempio che si squarcia da cima a fondo indica il crollo del culto ebraico.

LE ANIME DEI DEFUNTI

Molte tombe si sono aperte, i morti sono resuscitati, sono entrati nella città santa e sono apparsi a molte persone: è l’immagine della grande liberazione concessa nell’aldilà alle anime dei defunti. Fino alla morte di Cristo queste anime restavano prigioniere della morte, nel senso che non potevano penetrare nel cielo. Nel momento in cui Gesù entra nella morte, discende negli inferi, cioè prende possesso del regno della morte, libera le anime di coloro che hanno vissuto bene sulla terra e le porta con sé nella felicità eterna. Perciò l’ora della sua morte ha segnato una nuova era per tutta l’umanità che aveva preceduto la sua venuta.

LA RESA DEL CENTURIONE

Un episodio attesta tale efficacia della morte di Cristo: l’esclamazione del centurione: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio (Mc 15,39).
La morte di Gesù fa impressione su di un uomo che non aveva avuto occasione di conoscerlo quando era vivo. Come capo del drappello di soldati romani addetti all’esecuzione, aveva ascoltato i capi ebrei prendersi gioco di lui che si diceva figlio di Dio. Come ultima rivincita su tutte quelle beffe, egli rende testimonianza che merita di portare il titolo per il quale è stato condannato a morte!

LE CONVERSIONI

Così il centurione che aveva la responsabilità dell’esecuzione è la prima conquista della sua morte; con il suo atto di fede inaugura le innumerevoli conversioni che seguiranno: simbolizza l’adesione delle nazioni diverse da quella ebrea al messaggio del Vangelo.

LA FOLLA SI RAMMARICA

Anche sul popolo ebreo la morte di Gesù produce un effetto sorprendente: la folla cambia atteggiamento.Dopo aver richiesto con violenza la sua morte, una volta passata la fittizia eccitazione del suo comportamento di fronte a Pilato, la folla ha cominciato a rendersi conto della tragica conseguenza del grido «crocifiggilo». Vedendolo morire, capisce meglio che è innocente e si rammarica delle proprie azioni. L’ostilità lascia il posto al pentimento. Nel cuore di quella folla da lui tanto amata, Gesù comincia a penetrare, grazie alla sua morte.

GLI AMICI CHE SI AVVICINANO ALLA CROCE

Vi è un contrasto tra la folla che se ne va e gli amici che restano sul posto. Essi hanno ripreso coraggio, il loro comportamento è diventato più fermo. Fermandosi accanto alla croce dopo la sua morte, lasciano apparire la costanza del loro affetto per Cristo. Basti pensare a Giuseppe di Arimatea. Come membro del Sinedrio non aveva osato esprimere la simpatia che provava per Gesù, né intervenire pubblicamente in suo favore nel corso del processo. Dopo la morte trova l’audacia che gli era mancata in precedenza e va da Pilato per chiedergli il corpo di Gesù. Così facendo prende apertamente posizione in favore di Cristo, si compromette. Il disastro della croce suscita un nuovo coraggio, diffonde già, in maniera discreta, l’energia che galvanizzerà i discepoli nel momento della risurrezione.

LA LANCIA NEL COSTATO

Infine gli ebrei subito dopo che Gesù china il capo chiedono a Pilato di spezzargli le gambe per accelerarne la morte, poiché si avvicinava il “rispetto del sabato” che per loro coincideva con la festa di Pasqua. Ma è qui che si consuma l’ennesimo intervento divino: dopo il supplizio doloroso della Passione, a Gesù si riserva un gesto inatteso. Nessuna orribile mutilazione ma una colpo di lancia scagliato da un soldato nel costato, che verifica così la sua morte.

UN GESTO ISPIRATO DA DIO

Un gesto frutto dell’ispirazione del Padre che vuole dare al mondo un crocifisso con il petto aperto. Il colpo di lancia non è più una sofferenza per Gesù: l’amore che Cristo ha dato per gli uomini ora è inciso e fissato per sempre nel costato trafitto. Nel sangue e nell’acqua che colano c’è l’immagine della fecondità di quell’amore che il Cristo ha voluto offrire agli uomini.