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Archivio Aprile 2016

“…su questa spiaggia ho capito..”

25 Aprile 2016 Nessun commento

Il 25 aprile è una data significativa anche per la famiglia Carminati. È infatti uno dei pochi ponti di questa avara primavera. Hanno preso nonno Renato per fargli respirare un po’ di aria di mare. Non ha reagito bene all’intervento alle corde vocali: non riprende ancora a parlare.

Lo hanno caricato nel sedile dietro con tutte le precauzioni, alla sua età è rischiosa anche una frattura. Gli hanno detto di dormire, il bello deve venire, non può arrivare senza forze. Gli hanno comprato addirittura un costume.

Si risveglia sulla sdraio, mentre gli spalmano la crema. “Hai la pelle così sottile, quante vene”. “Non avevo mai notato questa cicatrice sotto l’ombelico”. “E quando mai hai visto il nonno in costume?”. “Sarà una vecchia operazione”.

Nonno Renato ciondola la testa, e tutti pensano non stia bene. Invece il gesto ha un’altra traduzione: “No, quello è il proiettile di un repubblichino con poca mira che mi voleva sbudellare. I nostri, a costo di saltare per aria, mi hanno trascinato per gli scarponi in una fossa, e poi a spalla fino alla malga dove Fiorenzo, detto il Dottore, mi ha cucito con lo spago. Due settimane di convalescenza nascosto tra i maiali, poi di nuovo giù in valle, col fucile”.

“Senti freddo?”. Gli coprono le gambe con l’asciugamano. “È messo male, poverino”. “Dillo piano! Non può parlare ma ci sente”.

Federico si siede sulla sdraio vicino. Gli appoggia la mano sul ginocchio, come gesto di intesa virile. “Essere via dalla città, niente lavoro per tre giorni. Sai cosa ti dico, nonnino? Su questa spiaggia, ho capito davvero cosa vuol dire – liberazione -”.

Nonno Renato non è dispiaciuto. Avrebbe preferito, come gita, il monumento ai compagni caduti. Ma apprezza pure l’abbraccio del sole. È un privilegio pagato col sangue anche la superficialità dei suoi nipotini. Spera di non trovare la fila stasera. Resti imbottigliato sull’Autostrada del sole soltanto il passato, quello che ha scelto di non raccontare. Vinca, su tutto, questo tepore.
(Emanuele Fant)
fonte: Credere.it

SHUKRAN

22 Aprile 2016 Nessun commento

Con grande gioia condivido con te la commovente e-mail inviatami alcuni giorni fa da Andrea Avveduto, Responsabile Comunicazione di Pro Terra Sancta, l’Associazione a cui abbiamo inviato le donazioni dei sostenitori dell’Osservatorio sulla Cristianofobia a favore dei cristiani in Siria.
Non voglio aggiungere molte parole a quelle del Dottor Avveduto, perché già dicono tutto dell’importanza di quello che è stato possibile fare anche grazie al tuo sostegno.

Desidero solo prendere in prestito la parola

“Shukran”, GRAZIE,

e rivolgerla a te da parte mia e di tutto l’Osservatorio sulla Cristianofobia per tutto quello che hai fatto e continuerai a fare nell’impegno a favore dei cristiani perseguitati.

Senza la tua attenzione, il tuo impegno e la tua vicinanza nulla sarebbe stato possibile!

—–Original Message—–
From: Andrea Avveduto
To: silviodallavalle
Sent: Mon, Apr 11, 2016 3:07 pm
Subject: Viaggio in Siria
—————————————–
Caro Silvio,
ho deciso di scriverti nuovamente perchè sono tornato proprio qualche giorno fa dalla Siria, e vorrei proprio condividere con te, che ci hai sostenuto durante questi anni difficili di guerra, qualche ricordo che mi è rimasto nel cuore.

Con il direttore dell’Associazione, Tommaso, ho passato la Pasqua ad Aleppo, una delle città più colpite dalla guerra civile. Arrivando lì, il grande campanile della chiesa latina di san Francesco quasi si nasconde dietro quel che resta di maestosi palazzi secolari. Eppure, ciò che rimane difeso da un ammasso di detriti è una struttura imponente, solida, tra le cinque chiese rimaste in piedi in città.

Abbiamo trovato da subito una comunità lieta, che guarda con cauto ottimismo alla tregua in corso. A pochi metri dalla parrocchia si sta disputando la partita più importante di questa guerra lunga e assurda: la battaglia per prendere Aleppo.

Le puntuali esplosioni notturne ce lo ricordano continuamente, anche se il clima che si respira nei giorni pasquali parla di una gioia palpabile e umanamente “impossibile”. “Shukran”, “grazie”, ci ripetono continuamente i parrocchiani aiutati dai frati francescani nel corso di questi cinque lunghi anni di guerra. E’ la riconoscenza per quel poco che riusciamo a fare grazie ai contributi raccolti sostenendo i frati, ma è soprattutto la gratitudine per essere lì, in mezzo a loro, a condividere quella gioia che la festa della Risurrezione ha portato.

“Grazie! Grazie con tutto il cuore per quello che avete fatto e per quello che farete”. Padre Ibrahim lo dice pubblicamente anche in italiano alla fine della veglia pasquale per raggiungere tutti: ringrazia i benefattori e chi ha aiutato in qualunque modo la parrocchia di Aleppo in questo inverno freddo e violento.

“Con i diversi soldi raccolti abbiamo potuto alleviare le sofferenze di una stagione che è stata terribile”, ci ha confidato padre Ibrahim. Nel convento che ci ospita acqua e corrente arrivano solo per qualche ora. Dalle undici di sera l’oscurità è totale.

Per le strade non si muove nessuno, Aleppo diventa una città fantasma. Pochi metri ci separano dalla zona occupata dai ribelli. Ed è tra queste strette vie del quartiere di Azizieh che i frati della Custodia di Terra Santa ci accompagnano per farci vedere che anche tra le macerie c’è una vita e delle persone che hanno avuto la forza di rialzarsi.

“Grazie ai tanti contributi ricevuti, abbiamo potuto ristrutturare alcune case per chi non aveva più un’abitazione”. Tra loro c’è George, un avvocato. Ha perso la casa tre volte, perchè era sempre troppo vicina alla linea di confine che si spostava assieme ai bombardamenti. Anche il suo ufficio è stato interamente distrutto. Ma non si stanca di ringraziare. “Grazie a Dio sono vivo, il Signore mi vuole bene. Il Signore ha risparmiato la mia vita e io continuo a pregarlo”.

Poi incontriamo Alexander. Dottore, specialista in chirurgia, è diventato vedovo poco dopo l’inizio della guerra. E un anno fa ha perso anche il figlio, Issa, ucciso da un mortaio. “Gesù è la mia unica speranza”, ci dice. Lo ha imparato, nella sofferenza immensa di aver perso l’unico figlio e una moglie portati via dai signori della guerra. Ma lentamente, la chiesa parrocchiale, quel luogo che prima vedeva solo di domenica, è diventato casa sua. “I frati mi sono stati vicini come nessun altro. Quando non avevo nulla mi hanno dato da mangiare, mi hanno accolto. In loro ho sperimentato la presenza e l’amore del Signore. E non voglio più abbandonarlo”.

Insomma, posso dire che abbiamo incontrato davvero una comunità viva, con una grande fede e grata a tutti coloro che li hanno sostenuti, perché ognuno sa di non essere solo a portare la croce.

Ecco perchè il sostegno dell’Associazione Luci dell’Est è importante. Ed ecco perché ti chiedo ancora una volta di non lasciarci soli in questo compito importante.

La presenza dei cristiani in Siria è davvero importante, perché sono un segno di misericordia che, come dice sempre il Papa, è la vera reazione al male. Spero di non essere stato troppo lungo, ma ci tenevo a condividere questo viaggio unico e straordinario.

Nella speranza di vederti presto.

Andrea Avveduto
Responsabile Comunicazione Pro Terra Sancta
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Augurandomi che la lettura delle belle parole di Andrea Avveduto, abbia scaldato il tuo cuore come ha fatto con il mio, spero continueremo insieme a portare il nostro aiuto e il nostro sostegno ai cristiani perseguitati.
Un carissimo saluto,

”Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”

21 Aprile 2016 Nessun commento


BELLA (2007) ***
UN INNO ALLA VITA DI RARA EFFICACIA
”Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”
Romantico, a tratti drammatico, introspettivo, per molti è il film ´cristiano´ dell’anno e un inno alla vita di rara efficacia. Si tratta di Bella, diretto da Alejandro Gomez Monteverde e appena uscito nelle sale cinematografiche americane. Un’opera singolare per almeno due aspetti: girata in tre settimane con un budget di appena tre milioni di dollari, nel 2006 ha conquistato a sorpresa il prestigioso «People’s Choice Award» del Festival di Toronto, vincendo la concorrenza di The Departed di Martin Scorsese e The Queen di Stephen Frears; inoltre non è nata nei soliti circuiti, ma nell’ambito del movimento Regnum Christi, braccio laicale della congregazione dei Legionari di Cristo, a cui fanno riferimento i tre fondatori della casa di produzione Metanoia Films.
La storia è ambientata nella New York di oggi. José (Eduardo Verástegui) vede interrompersi la carriera nel football professionistico. Finisce a lavorare come cuoco nel ristorante messicano di suo fratello Manny (Manuel Perez), nella Grande Mela. Lì assiste al brutale licenziamento, a causa dell’ennesimo ritardo, di una cameriera, Nina (Tammy Blanchard). José la segue fuori dal locale per offrirle conforto e viene a sapere che, senza un marito, Nina ha appena scoperto di essere incinta. E per questo sta pensando di abortire.
La giornata che José decide di passare con la ex collega si trasforma in un viaggio interiore alle radici del proprio dolore. L’amicizia che nasce quasi per caso cambierà nel giro di poche ore la vita di entrambi i protagonisti. Nina capisce con l’aiuto di José il valore del bambino che porta in grembo. José attraverso Nina coglie l’unicità della propria esistenza che si stava lasciando sfuggire fra delusione e rimorsi. Il finale dischiude il significato, fin lì incomprensibile, del titolo Bella.
La qualità cinematografica e il contenuto pro-life del film hanno spinto il cardinale Justin Rigali, arcivescovo di Filadelfia e presidente del comitato per la difesa della vita della Conferenza episcopale statunitense, a scrivere ai vescovi americani incoraggiandoli a ospitare proiezioni di Bella e a diffonderne il messaggio. «La maggior parte dei film seguono trame prevedibili» ha commentato Wendy Wright, leader di Concerned Women for America, «Bella, come la vita reale, ti sorprende con un racconto sottile ma profondo, di eccezionale grazia». E la rete dei blog e siti cattolici americani ha iniziato un passaparola che non si vedeva dai giorni di The Passion.
A rendere per alcuni il film ulteriormente accattivante è un elemento autobiografico che unisce il personaggio di José all’attore Eduardo Verástegui. Già cantante del gruppo di pop latino Kairo e fascinoso protagonista di soap opera in Messico, nel 2000 Verástegui tenta il successo a Miami, dove Jennifer Lopez lo chiama a recitare la parte dell’amante gitano nel videoclip di Ain’t So Funny. Arrivano presto proposte di parti da recitare, per lo più in commedie leggere come Chasing Papi (2003), ma anche un senso di profonda insoddisfazione, che si tramuta in una vera e propria crisi esistenziale. Provocato dall’esempio del proprio insegnante privato di inglese, Verástegui si avvicina quindi alla fede cattolica. L’incontro con un sacerdote dei Legionari di Cristo, padre Juan Rivas, attivo a Hollywood, e la lettura del libro Rome sweet home (traduzione italiana: Roma dolce casa, edizioni Ares) dello scrittore cattolico (ex protestante) Scott Hahn fanno il resto. Da lì, per il Brad Pitt messicano, idolo di migliaia di teenagers latinoamericane, inizia una nuova vita, anche professionale. Verástegui incontra prima il regista in erba Alejandro Monteverde, poi Leo Soverino, un avvocato della Fox Entertainment che resta incuriosito nel vedere quella sorta di muscoloso fotomodello che partecipa con fervore alla messa della sua parrocchia di Los Angeles. I tre decidono di fondare la Metanoia Films e di raccontare una storia fuori dai canoni commerciali, una storia «su come il dolore di due persone possa diventare la salvezza di entrambi – ha detto Monteverde – sull’amore come sacrificio di sé». E a loro si aggiunge, come produttore esecutivo, Steve McEveety, già produttore con Mel Gibson di Braveheart e La Passione di Cristo.
E’ così che nel 2004 nasce il progetto di Bella. Un film che secondo alcuni potrebbe addirittura puntare a un Oscar, ma che Eduardo Verástegui dice di avere in realtà già vinto. Durante le fasi preliminari del film, l’attore si era recato in una clinica dove si praticavano aborti per poter studiare da vicino le emozioni di chi sta per compiere un gesto così fatale. Lì aveva fatto amicizia con una coppia messicana. Alcuni mesi più tardi, ha ricevuto una telefonata in cui padre e madre gli hanno chiesto il permesso di chiamare il bambino appena nato Eduardo.
Loretta Bricchi Lee
Fonte: BastaBugie.it
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“..contro l’umanità e i valori universali”

21 Aprile 2016 Nessun commento

Il 14 novembre scorso, qualche ora dopo le stragi di Parigi, il presidente USA definiva quegli attentati un “attacco non solo contro il popolo francese, ma contro tutta l’umanità e i nostri valori universali”. Era più che giusto che Barack Obama adoperasse queste parole, come hanno fatto tutti i capi di Stato del mondo, di fronte a quanto era accaduto nella Capitale della Francia.
Peccato non aver ascoltato frasi simili in occasione della strage dei giovani universitari massacrati a Garissa, nel campus keniota solo perché Cristiani, poco più di un anno fa: erano una quantità di poco superiore a quella delle persone uccise a Parigi a novembre. O dopo l’attentato di Pasqua 2016 a Lahore: in questo caso sono stati sufficienti appena due giorni per mandare nel dimenticatoio uno degli atti di terrorismo più efferati, costato la vita soprattutto a bambini di famiglia cristiane del Pakistan.
Parlavo di Obama, ma identiche considerazioni possono farsi a proposito di un qualsiasi leader occidentale o dell’Unione europea: dai quali ci si attenderebbe che non solo l’aggressione a chi vive o si trova in una città vicina, ma a chi risiede a Pjong jang, a Shangai, a Karachi, a Mosul, a Beirut – l’elenco non finisce mai -… sia ritenuta “contro tutta l’umanità e i nostri valori universali”.
Quella cristiana è da sempre – ma oggi in modo particolarmente intenso e diffuso – la confessione religiosa più perseguitata al mondo: la stima prudenziale delle vittime a causa della fede cristiana si aggira sulle 150.000 unità all’anno. Dovrebbe sconcertare i capi della nazioni e le opinioni pubbliche: invece cade nell’indifferenza. Come scarsa reazione – perché scarsa è la relativa consapevolezza – provoca il fatto che da territori di antichissimo insediamento i Cristiani scompaiano: in Iraq – per portare un esempio fra i tanti – erano più di un milione nel 2003 ma lo scorso anno erano scesi a 300.000!
Aiuto alla Chiesa che Soffre è una fondazione di diritto pontificio costituita nel 1947 da un monaco di origine olandese, padre Werenfried van Straaten. Nei 70 anni di esistenza essa ha realizzato progetti per sostenere la pastorale della Chiesa nei luoghi in cui essa è perseguitata o è priva di mezzi per adempiere la sua missione.
Nel 2015 ha raccolto oltre 123 milioni di euro nei 21 Paesi dove è presente con sedi nazionali e ha realizzato 6.209 progetti in 148 nazioni; qualche giorno fa il direttore di ACS-Italia Alessandro Monteduro, insieme con i Vescovi di Carpi e di Sanremo, si è recato a Erbil per visitare i Cristiani fuggiti da Mosul a seguito dell’avanzata dell’esercito IS, ospitati nella piana del Kurdistan iracheno soprattutto grazie al sostegno della Fondazione.
Al lavoro di aiuto materiale si affianca quello di informazione e di sensibilizzazione: un lavoro che conosce la pubblicazione biennale del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, un volume di centinaia di pagine fatto di schede-paese che per ogni Stato, nessuno escluso, descrive che cosa è accaduto nel biennio precedente.
Nella stessa linea si colloca l’iniziativa della sera di venerdì 29 aprile a Roma, davanti alla Fontana di Trevi. Uno dei monumenti più noti al mondo sarà investito da fasci di luce rossa: a simboleggiare il sangue dei tanti martiri cristiani uccisi in odio alla fede.
La serata, condotta dalla giornalista Monica Mondo, si aprirà con i saluti del prefetto Francesco Paolo Tronca, commissario straordinario di Roma Capitale, cui seguiranno una mia breve introduzione e l’intervento del presidente internazionale di ACS, il cardinale Mauro Piacenza.
Quattro ospiti racconteranno poi altrettante storie di Martiri per la fede: dalla vicenda delle Missionarie della Carità uccise nello Yemen il 4 marzo scorso, che sarà ricordata da una loro consorella, a quella del ministro per le minoranze religiose del Pakistan eliminato brutalmente nel marzo 2011, Shahbaz Bhatti, di cui cui dirà il suo amico Shahid Mobeen, fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia.
Maddalena Santoro racconterà del fratello, Don Andrea Santoro, ucciso in Turchia nel 2006; infine uno studente del Kenya, Luka Loteng, renderà omaggio agli studenti cristiani uccisi a Garissa nell’aprile 2015. Al termine Fontana di Trevi si vestirà di rosso per fare da cornice alla testimonianza di monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. La serata si concluderà con la recita della Preghiera del venerabile Pio XII per la Chiesa perseguitata.
Per tutta la notte verranno proiettate immagini della persecuzione anticristiana su una Fontana di Trevi tinta del sangue dei martiri cristiani. L’iniziativa – che potrà essere seguita in diretta su Tv2000, ha visto la convinta adesione della gran parte dei movimenti e delle associazioni ecclesiali, oltre che delle testate mediatiche di area. Vi è pure l’adesione della Regione Lombardia, che sarà rappresentata a Roma dall’assessore regionale alle Culture, Cristina Cappellini.
Confidiamo che in tanti intervengano e stiano idealmente al fianco di chi oggi soffre a causa della fede, e che l’eco mediatica contribuisca a vincere l’indifferenza e l’odio.
(ALFREDO MANTOVANO*presidente della Sezione italiana di ACS) www.lanuovabq.it

Dio ti conosce con amore

18 Aprile 2016 Nessun commento


Il vuoto è sempre stata la più grande delle paure,

quella paura che sovrasta e annerisce l’animo umano.
Il vuoto, decantato nelle sue mille sfumature possibili: il cuore vuoto, vuota la sedia, la casa vuota, vuota anche la storia. Ancor di più: il Cielo vuoto. La paura-da-novanta, l’angoscia che sequestra la speranza: che Lassù, dietro il mistero indecifrabile dei cirri e dei cumulonembi, non sia rimasto nessuno a porgere l’orecchio ad un grido. Che le urla di quaggiù – tramutate sovente in litanie di bestemmie – a nessun cuore possano importare granché. Il Cielo vuoto, il Dio assente, la storia imbrogliata: la grande goduria di Lucifero, l’imbonitore. Al quale risponde oggi il Vangelo della Pasqua: «Le mie pecore ascoltano la mia voce,


io le conosco

ed esse mi seguono» (liturgia della IV^ domenica del tempo di Pasqua). C’è una Voce, dunque, che annulla la distanza siderale tra Cielo e Terra, che abbevera la solitudine vasta dei pensieri umani, che aggancia il Creatore alla sua creatura. C’è una Voce, quindi uno sguardo, anche una benedizione. Un interesse: I care, Dio s’interessa dell’uomo, si prende cura di Lui, veglia perchè «non andranno perdute in eterno e nessuno (più) le strapperà dalla sua mano». E’ una voce, anche un viaggio, di quelli «verso le strade storte, i tetti sfondati, il fango rappreso, le porte rotte, le stanze fredde, i sandali bucati, la vita senza parole, le croste sui ginocchi dei bambini balbuzienti» (E. Affinati, L’uomo del futuro).
Le conosce, il Cielo, quelle strade: a menadito perché sono le strade di casa, sentieri additati perchè prima già abitati, strade che son volti e percorsi dentro i quali la Voce non s’impone, ma si propone: non vi entra con scarponi da montagna, s’addentra in una conversazione già in atto, potenza discreta dal timbro soave, familiare. Una voce che è manualità, roba tipica di chi sa maneggiare le mani con cognizione di causa: «Nessuno le strapperà dalla mia mano». Mani che sanno dove mettere-le-mani: ai perché ultimi, alle radici, che spingono fin alla sorgente della propria storia: “C’è un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto” fu l’imbarazzo della donna di Samaria. S’aggiungerà, strada facendo, pure Zaccheo da Gerico, il ladrone di destra, la Maddalena di Magdala. Il cieco di Gerasa, lo zoppo del lago, il farabutto della contrada. Pecore-senza-pastore divenute, di lì a poco, pecore di un pastore del quale sanno bene riconoscere «la voce (…) e lo seguono». Non più brutte-copie di esistenze sbagliate, bensì interpreti di uno spettacolo da sogno: l’essere pecore di un Pastore dalla voce bellissima. Impossibile da confondersi con altre: trista quella pacora che al lupo si confessa.
Giù le mani, dunque, dalle pecore. Che nessuno tocchi il loro destino: alla faccia delle barzellette che girano sul loro conto, del fare-da-pecora, dell’essere pecora al modo di quaggiù. C’è un raddoppio di mani a proteggerle: quelle del Figlio – «Nessuno le strapperà dalla mia mano» – e quelle del Padre: «Nessuno può strapparle dalla mano del Padre». Tentare, dunque, se volete a strapparle senza correre il rischio di farvi piombare il Cielo addosso. In manus tuas, Domine: nelle tue mani, Pastore. Mani che sanno intravedere la vita dentro gli «scarti di lavorazione. Unghie tagliate. Pezzi difettosi. Lebbrosi spirituali» (E. Affinati). Tutta una questione di mani e di voce, come in quel meriggio verso Emmaus: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?» (Lc 24,32). Come nell’arrendevole constatazione di chi Gli fu avversario: «Tutto il mondo gli è andato dietro» (Gv 12,19). Il Pastore fu uomo di fuoco, di lacrime, di azione di adorazione. Di pani, di pesci, di pensieri vertiginosi. Ha usato come nessun altro quella vecchia strumentazione che fu la voce, convinto com’era che quand’anche avessimo cancellato la fame dal mondo, avremmo fatto ancora poco. L’uomo non è solo un essere da sfamare, da vestire, d’alloggiare, da difendere, da curare, d’assicurare. Ancor prima, è una creatura da illuminare, da consigliare e confortare, da incoraggiare. D’aiutare ad innalzarsi: l’uomo ha fame di parole. Di quelle che vanno dritte dove sai che ti fa male. Per aprire un varco sulla paura del vuoto.”
(da www.sullastradadiemmaus.it)

vedere e guardare

17 Aprile 2016 Nessun commento

PINO PELLEGRINO (da BOLLETTINO SALESIANO)


Pedagogia targata misericordia

I sei verbi della misericordia

Parlare di misericordia è parlare di uno stile di vita che può rimodellare tutto, anche l’educazione. Basta, ad esempio, scavare in una delle parabole più ricche di Gesù, quella del Padre misericordioso (Lc 15,11-32), che noi erroneamente chiamiamo del “Figliol prodigo”, per esserne convinti. In essa troviamo infatti sei mosse (sei verbi) che possono benissimo costituire l’ossatura di un trattato pedagogico targato misericordia.

1. “Lo vide”

Il figlio è ancora lontano e il padre già lo vede.
Ecco la prima mossa che i genitori patentati conoscono bene: i figli vanno visti, vanno guardati!
Non c’è figlio che non ami essere oggetto di attenzione da parte di qualcuno. “Guarda, mamma, che bel disegno ho fatto!”. “Guarda, papà, come vado bene in bicicletta!”. “Guarda, nonna, la maglietta nuova!”.
Persino gli adolescenti, che appaiono così sicuri e indipendenti, amano essere guardati. Che cosa sono i tatuaggi, il piercing e le tante cure del look se non un’invocazione: “Guardateci!”. Insomma, non c’è dubbio alcuno: i figli reclamano il nostro contatto visivo, i nostri occhi. Il contatto visivo soddisfa i loro bisogni emotivi più di quanto non li soddisfino (si noti) tutti i contatti digitali del mondo messi insieme. Guardare il figlio è come dirgli: “Tu esisti per me. Tu sei entrato nei miei pensieri, nel mio mondo affettivo”.
Non per nulla nei campi di concentramento tedeschi era severamente proibito ai prigionieri fissare negli occhi i loro carcerieri per timore che potessero essere inteneriti. Potenza dello sguardo visivo che, oltre a soddisfare i bisogni emotivi del figlio, come abbiamo appena detto, gli dà anche valore. Essere guardato, infatti, significa essere considerato. Non essere guardato significa non essere considerato, non essere nessuno. In una parola sola: lo sguardo è un potente fattore di autostima.
Dunque, una cosa è certa: se guardassimo i figli almeno quanto guardiamo il bagno e l’automobile, avremmo meno ragazzi tristi, meno ragazzi infelici, meno ragazzi ammalati di scontentezza.
A questo punto è chiaro che imparare a guardare i figli non è un optional, ma un preciso impegno.
Imparare a guardare perché non tutti gli sguardi sono pedagogicamente accettabili. Vi sono sguardi sbagliati e sguardi buoni.

Sguardi sbagliati
Un tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo poliziesco che controlla in continuazione il figlio, non lo lascia libero un momento, lo tampina tutto il giorno. Lo sguardo poliziesco potrà fare un figlio disciplinato, ma non un educato; come lo sguardo dei carabinieri che controlla l’ordine, ma non forma uomini. Ai genitori che tendono ad avere lo sguardo poliziesco è bene ricordare due proverbi. Il primo: “Mai catena ha fatto buon cane!”. Il secondo: “Briglia sciolta un po’ alla volta”.
Un secondo tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso. Vi sono genitori che sfruttano lo sguardo per dare ordini, rimproverare, criticare: “Guardami negli occhi!”, urlano, fissando il figlio con lo sguardo fulminante. È vero che i figli vanno rimproverati, ma lo sguardo truce non ci pare la via migliore per la sgridata. Papà e mamma dovrebbero essere ricordati dai figli con altri occhi, non con quelli severi e fulminanti.
Una confidenza: chi scrive ricorda con gioia gli occhi profondi e dolci della mamma che gli intercettavano il cuore e lo addolcivano.
Terzo tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Tra tutti questo è, di certo, il peggiore. L’indifferenza è la bestia nera di ogni ragazzo (e non solo): gli gela l’anima, gli fa perdere la voglia d’essere al mondo. Non è forse vero che è piacevole vivere solo se si è accolti nel mondo affettivo di qualcuno?
Per favore, dunque, liberiamoci dagli sguardi sbagliati e passiamo a quelli buoni, tipici della misericordia, i soli pedagogicamente accettabili.

Sguardi buoni
Il primo tipo di sguardo buono è lo sguardo generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. Lo scrittore francese François Mauriac (1885-1970) ha avuto una felicissima intuizione quando ha detto che: “Amare qualcuno significa essere l’unico a vedere un miracolo che per tutti gli altri è invisibile”. Ebbene, in ogni bambino vi è un miracolo nascosto. Di una cosa siamo convinti al 100%: se incominciassimo a vedere ciò che nostro figlio ha, non avremmo più tempo di pensare a quello che non ha. Esempio tipico di sguardo generoso è quello dei bambini che trasformano in sole il punto giallo del loro disegno.
Un secondo tipo di sguardo buono è quello che non si limita a vedere, ma arriva a guardare. Vi sono persone che vedono, ma non guardano. Gli animali vedono, ma non guardano.
Vedere è spontaneo. Guardare è una conquista. Vedere una persona è prendere semplicemente atto della sua presenza, guardarla è trasferirsi in essa, è cogliere il suo stato d’animo, le sue vibrazioni interiori.
Il figlio sente se è solamente visto o se è guardato; sente se si è lì per lui o se si è lì per l’amica con la quale parliamo; sente se si è lì per lui o per il bucato che stiamo stirando.
È vero che il figlio non deve monopolizzare tutta la nostra attenzione durante la giornata (sarebbe fortemente diseducativo: porlo sempre al centro dell’attenzione è preparare un piccolo despota), però riservargli, di tanto in tanto, un congruo spazio di considerazione totale è dargli l’indispensabile perché possa ringraziare d’esser nato!
Un terzo tipo di sguardo buono è quello sempre nuovo. Il figlio cresce e cambia: dobbiamo rinnovare anche il nostro modo di guardarlo. Perché ostinarci a vedere sempre e solo la piccola pianta e non il meraviglioso albero che sale? Perché non adattarci alla sua crescita?
Ad un certo punto dobbiamo cambiare gli occhiali ed accorgerci che il figlio non è più un bambino, ma un fanciullo, un adolescente e trarne le conseguenze nel nostro modo di parlargli e di trattarlo.

vivere da uomini o da orsi?

17 Aprile 2016 Nessun commento

I sei verbi della misericordia (da BOLLETTINO SALESIANO don PINO PELLEGRINO)

Nella ‘Parabola del Padre misericordioso’ ci sono sei verbi che fanno vedere in diretta lo stile della misericordia. Dopo aver presentato il primo (“Lo vide”), passiamo al secondo (“Si commosse”).

2. “Si commosse”

Non appena vede il figlio che sta ritornando a casa, il padre sente vibrare il cuore e si commuove.
Stupendo! Quando parliamo di commozione non solo siamo ad un punto centrale della misericordia, ma della stessa arte pedagogica. Una cosa è certissima: chi è freddo, insensibile, invernale, non può educare.

Il cervello non basta, ci vuole cuore; la

La tecnica non è sufficiente, ci vuole pietà.
È vero che è la ragione che fa l’uomo, ma è il sentimento che lo guida. Lo psichiatra Eugenio Borgna racconta: “Una mia paziente rifiutava il cibo. Stava male. Riprese a mangiare quando trovò una rosa rossa accanto al piatto di riso”. È bastato un fiore per raddrizzare una situazione. È sempre così: l’attenzione e la tenerezza sono terapeutiche per natura loro.
Un medico esperto in etilismo lo conferma: “La maggioranza degli alcolizzati si sono abbandonati al vizio del bere per superare un turbamento infantile, per cancellare una ferita che si è aperta e non si è più rinchiusa. Si attaccano al collo della bottiglia perché non hanno potuto attaccarsi al collo della mamma!”.

Cinque proposte concrete
Che cosa dobbiamo fare, perché la commozione del padre misericordioso della parabola arrivi a casa nostra e qualifichi il nostro modo di educare? Ci limitiamo a cinque proposte concrete.

1. Coccoliamo!
Coccolare non è viziare. Coccolare è baciare l’anima. Lo sostengono tutti: cinque secondi di carezze comunicano più amore che cinque minuti di parole. D’altronde non può essere che così: le coccole sono il più ricco nutrimento affettivo che abbiamo a disposizione. Così ricco che la psicologa Kathleen Keating è arrivata a stilare questa legge: “Quattro abbracci al giorno per la sopravvivenza. Otto abbracci al giorno per sopravvivere. Dodici abbracci al giorno per crescere”.

2. Proteggiamo la sera
La sera è il momento più adatto per la commozione. Di sera è più facile avere pensieri miti, pensieri di pace. C’è nell’aria voglia di calore, di affetto, di stringersi insieme, di commuoversi, appunto. La sera abolisce le distanze, fa dimenticare le impazienze e le sgridate della giornata.
Don Bosco, che di educazione si intendeva, ha capito che le ore della sera sono importanti. Per questo ha voluto la ‘Buona notte’, cioè quel discorsetto affettuoso che nelle case salesiane il direttore rivolge alla sua ‘famiglia’ per chiudere la giornata. Don Bosco sapeva che le parole che i genitori dicono ai figli, prima che scivolino nel sonno, aggiustano i cuori.

3. Facciamo carezze al cervello del figlio
Anche questa è una magnifica via per mostrargli la nostra tenerezza. Carezze al cervello sono le parole positive, incoraggianti, balsamiche. “Ci piaci come sei!”. “Siamo orgogliosi di te!”. “Abbiamo un figlio meraviglioso!”… Queste son parole di seta che riscaldano anche quando i termosifoni sono spenti.

4. Controlliamo il tono della voce
Il ‘tono’ – lo sappiamo tutti – non è il ‘volume’, non è il ‘timbro’. Il ‘volume’ è legato alla capacità polmonare, il ‘timbro’ dipende dal corredo genetico proprio di ciascuno. Il ‘tono’ è il calore e il colore che immettiamo nelle parole che diciamo. Ebbene, il tono può comunicare mille sentimenti.
Lo sanno benissimo le mamme che, per questo, parlano al loro bambino, fin dai primissimi giorni, con voce dolce, affettuosa, tenera, lieve, calda, accogliente, rassicurante.

5. Coinvolgiamo i figli
I nostri ragazzi troppe volte sono aridi perché non conoscono la vita nei suoi vari momenti: sereni e nuvolosi, gioiosi e dolorosi. Ecco perché coinvolgere il figlio in tutte le situazioni dell’esistenza umana è una delle strategie più sicure per innalzare il livello emotivo (“Si commosse”) in famiglia.

In concreto:
• Non vergogniamoci a farci vedere emozionati: ridiamo e rattristiamoci tranquillamente senza temere il giudizio degli altri.
• Perché non portare il figlio in ospedale a vedere la nonna che sta male?
• Perché non mostrarci anche piangere?
Cristo stesso ha pianto almeno due volte (Lc 9,41; Gv 11,35). Chi piange dimostra di scendere dal piedistallo, dimostra d’avere un cuore ben fatto. Le lacrime sono le emozioni (siamo sempre in tema: ‘si commosse’!) in bella vista.

Cinque semplici consigli che portano in casa quegli intensi sentimenti senza i quali non si vive da uomini, ma da orsi.

RIDERE E PIANGERE
“A ridere c’è il pericolo di apparire sciocchi. E con ciò? Dico spesso che la gente mi considera un po’ matto. Ma io mi diverto un mondo, mentre le persone sane di mente muoiono di noia.
A piangere c’è il pericolo di apparire sentimentali.
Io non ho paura di piangere: piango sempre. Piango per la gioia, piango per la disperazione. Piango quando vedo gli altri felici. Piango quando vedo due che si amano. Non mi importa se appaio sentimentale. Mi pulisce gli occhi!
A mostrare i vostri sentimenti c’è il pericolo di mostrare la vostra umanità. Bene, sono lietissimo di rivelare la mia umanità! Ci sono cose ben peggiori della mia umanità!”
(Leo Buscaglia, scrittore e pedagogista italo americano)

Il testamento spirituale di Steve Jobs

12 Aprile 2016 Nessun commento

Ho raggiunto l’apice del successo
nel mondo degli affari.

Agli occhi altrui la mia vita
è stata il simbolo del successo.

Tuttavia, a parte il lavoro,
ho una piccola gioia.
Alla fine, la ricchezza
è solo un dato di fatto
al quale mi sono abituato.

In questo momento,
sdraiato sul letto d’ospedale
e ricordando tutta la mia vita,
mi rendo conto
che tutti i riconoscimenti
e le ricchezze
di cui andavo così fiero,
sono diventati insignificanti
davanti alla morte imminente.

Nel buio, quando guardo
le luci verdi dei macchinari
per la respirazione artificiale
e sento il brusio
dei loro suoni meccanici,
riesco a sentire il respiro
della morte che si avvicina…

Solo adesso ho capito,
una volta che accumuli
sufficiente denaro
per il resto della tua vita,
che dobbiamo perseguire
altri obiettivi che non sono
correlati alla ricchezza.

Dovrebbe essere
qualcosa di più importante:
per esempio le storie d’amore,
l’arte, i sogni
di quando ero bambino…

Non fermarsi a perseguire
la ricchezza potrà solo trasformare
una persona in un essere contorto,
proprio come me.

Dio ci ha dato i sensi
per farci sentire l’amore
nel cuore di ognuno di noi,
non le illusioni costruite
dalla fama.

I soldi che ho guadagnato
nella mia vita non li posso
portare con me.

Quello che posso portare con me
sono solo i ricordi
rafforzati dall’amore.

Questa è la vera ricchezza
che ti seguirà, ti accompagnerà,
ti darà la forza
e la luce per andare avanti.

L’amore può viaggiare
per mille miglia.
La vita non ha alcun limite.
Vai dove vuoi andare.
Raggiungi gli apici
che vuoi raggiungere.
È tutto nel tuo cuore
e nelle tue mani.

Qual è il letto
più costoso del mondo?
Il letto d’ospedale.
Puoi assumere qualcuno
che guidi l’auto per te,
che guadagni per te,
ma non puoi avere qualcuno
che sopporti la malattia
al posto tuo.

Le cose materiali perse
possono essere ritrovate.
Ma c’è una cosa
che non può mai essere
ritrovata quando si perde:
la vita.

In qualsiasi fase
della vita siamo
in questo momento,
alla fine dovremo
affrontare il giorno
in cui calerà il sipario.

Fate tesoro dell’amore
per la vostra famiglia,
dell’amore per il vostro coniuge,
dell’amore per i vostri amici…

Trattatevi bene.
Abbiate cura del prossimo.

figli preferiti

7 Aprile 2016 Nessun commento

di Costanza Miriano

Non mi scandalizzerei se un padre o una madre avessero una preferenza per un figlio, penso che possa succedere. Magari si può trattare semplicemente di una affinità, di una somiglianza, di avere gli stessi meccanismi di funzionamento, o anche gli stessi difetti.

Per me però, dico la verità, non è così. Anche se riconosco alcune mie inconfondibili impronte nella prole (c’è chi ha la manualità di un tricheco, chi la mia voracità nel divorare libri e salumi, chi come me la resistenza fisica di un mulo e la stessa armonia nel emettere ragli quando tentiamo di cantare), quando mi capita di stare sola con ognuno dei quattro, di guardarli singolarmente – ogni tanto si presenta qualche congiuntura astrale positiva, tipo andare a prendere il pane solo in due – ogni volta mi convinco, ma davvero, sinceramente, che quello o quella è il mio preferito. Penso che il mio cuore non possa contenere un amore più grande di quello che provo in quel momento.

Ho letto che Madre Speranza di Gesù, la mistica spagnola che fondò una congregazione a Colvalenza, aveva tante bambine da sfamare e allevare, orfane o povere, in tempo di guerra. Dopo molti anni trascorsi con lei, parlando tra di loro, scoprirono che ognuna di loro era profondamente convinta di essere la prediletta di Madre Speranza. Lei era così attenta e tenera e speciale nell’amarle, una per una, personalmente e unicamente, da indurle a credere di essere le favorite su tutte le altre.

Mi piacerebbe fare così con i miei figli, non so se ci riesco (non credo che loro lo pensino quando scaravento i loro quaderni imprecando contro la scuola moderna che invece che bocciarli ha dato un nove). Ma non è questo che importante.

L’importante è che Dio davvero fa così con noi. Davvero ci ama tutti come figli unici, ci predilige, ci coccola, ci insegue, persino, a volte. Ci conosce come nessuno al mondo, eppure, pur vedendo tutte le nostre schifezze, ci ama e dà la vita per noi.

Se c’è un colore spirituale della nostra epoca, è quello della Divina Misericordia. Ogni volta che Dio si è manifestato in modo speciale nell’ultimo secolo, e parlo solo di fenomeni riconosciuti come veri dalla Chiesa, lo ha fatto per dire questo, che lui sta lì ad aspettarci, con cuore tenero e innamorato, paziente.

Tempo fa ero ospite a Radio Maria, insieme all’apologeta di razza Rino Cammilleri e allo psicologo più geniale che conosca, Roberto Marchesini. Un ascoltatore ha chiamato chiedendoci di commentare il fatto che viviamo nell’epoca di Sodoma e Gomorra, e Roberto, dalla sua esperienza di psicologo che incontra le vite di tante persone, ha detto che invece questo è più che altro il tempo della disperazione. Non è la lussuria il primo problema di chi è lontano da Dio, ma la disperazione. Per questo il messaggio affidato, tra gli altri, a santa Faustina Kowalska e a madre Speranza, parla dell’infinita misericordia di Dio, della sua tenerezza per noi. Anche il Papa in ogni modo – sublime – e in ogni occasione sottolinea sempre la cura paterna di Dio.

Mi chiedo spesso perché questo messaggio faccia fatica ad arrivare ai nostri cuori. Certo, c’è l’ingannatore che fa bene il suo mestiere, convincendoci sempre che Dio ci vuole fregare, in qualche modo.

Ma poi c’è anche il fatto che la parola misericordia alle nostre orecchie suona un po’ a vuoto, perché abbiamo perso il senso del peccato. Di cosa ci perdona, quale grazia otteniamo se non abbiamo fatto tutto sommato niente di male, niente di così grave, se non sappiamo più dare il nome alle nostre azioni?

Non credo affatto che gli uomini di quest’epoca si comportino molto peggio dei loro predecessori su questa terra, anzi. Quello che è cambiato è il senso del limite, del peccato – spariti – del bene e del male, che suonano come vecchiumi insensati alle orecchie dei più.

Se torniamo come bambini, che si fidano dei divieti dei genitori, e hanno anche un po’ di sano timore quando li trasgrediscono, allora forse misericordia potrà tornare a essere una parola sensata (la mia Lavinia da quando ha sentito che il Vangelo dice di non giurare, ogni volta che qualcuno usa la parola “giuro” come intercalare scoppia a piangere e grida disperata “chiedi scusa a Gesù”, perché “quella è una parola che viene dal diavolo”: lei sì che prende le cose sul serio).

Solo allora cominceremo a guardare con occhi carichi di stupore la nostra vita, cogliendone commossi le impronte di un padre che ci segue con amore, che ci perdona, che ci ama, che preferisce, ne sono convinta, proprio me, solo me, in questo modo specialissimo e unico.–COSTANZA MIRIANO–

(post già pubbblicato il 1 agosto 2012)

sì o no?

5 Aprile 2016 Nessun commento

(di Stefano Magni)

Entra nel vivo la mobilitazione del comitato No Triv. Non c’è social network che non sia invaso dalla campagna referendaria, quasi sempre a favore del Sì (per uno dei paradossi referendari, la campagna dei No Triv è quella del Sì). A volte si tratta di una campagna anche molto greve, come il meme digitale “Trivella tua sorella”, con immagine esplicita annessa, poi sospeso l’altro ieri con mille scuse dall’agenzia Be Shaped.
Il 17 aprile prossimo si voterà al referendum sulle trivelle: ai cittadini verrà chiesto se vorranno che vengano fermati i 21 giacimenti in attività nelle acque italiane, entro le 12 miglia dalla costa, quando saranno scadute le concessioni. In pratica, per motivi ambientali, si vuole fermare lo sfruttamento delle riserve di gas sui fondali marittimi italiani giudicati troppo vicini alle coste e dunque dannosi per l’ambiente e per la salute. Nel caso vincesse il Sì al referendum, nell’arco di 5, o 10 anni al massimo, quando scadranno le ultime concessioni, queste non verranno rinnovate. Anche se ci fosse ancora del gas da estrarre, l’Eni dovrebbe lasciarlo lì dove è, sotto il fondale marittimo.

IL QUESITO SEMBRA SEMPLICE E L’ESITO PARE SCONTATO, MA…
Sembra semplice, ma non lo è, perché l’informazione di questi ultimi mesi ha creato un caos difficile da districare. Di fatto sono passate nell’opinione pubblica idee completamente diverse sul senso del voto. Si parla di petrolio, ma i giacimenti in questione sono soprattutto di gas. Si dice “niente nuove trivelle”, ma il quesito riguarda quelle vecchie già funzionanti da un trentennio a questa parte. E nemmeno tutte, perché su 106 impianti in acque italiane, solo 21 saranno condizionati dal voto, quelli, appunto, entro le 12 miglia marittime. Infine si discute molto su possibili scempi ambientali che non ci sono, né ci saranno in futuro: nessuno vuole costruire impianti petroliferi sulle isole Tremiti, al massimo era in discussione l’esplorazione dei fondali, ma non se ne fa più nulla perché la compagnia interessata vi ha rinunciato.
La sproporzione di forze fra Sì e No è notevole, perché il comitato della campagna per il Sì è una squadra bipartisan, agguerrita, sostenuta dalle giunte di ben dieci regioni marittime: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto. A cui vanno aggiunti le potenti associazioni ambientaliste Greenpeace e WWF, che già stanno usando la loro potenza di fuoco mediatica a favore del Sì. Il comitato per il No, al contrario, che si è battezzato “Ottimisti e razionali” è decisamente meno visibile sia nei media che nei social network. L’unico vero pensiero dei No Triv è la data del referendum, che cadrà a meno di un mese dalle prossime elezioni amministrative. Quindi i No Triv corrono il rischio che gli italiani non vadano a votare per due volte di fila.

LA BATTAGLIA DEI NO TRIV PARREBBE DETTATA DAL SEMPLICE BUON SENSO E INVECE…
A nessuno piace avere un impianto di estrazione del gas davanti alla finestra della propria casa al mare. Ma è un buon senso solo apparente. Lo dimostra il caso dell’Emilia Romagna, una delle regioni marittime che non ha aderito al comitato dei No Triv. Ospita due degli impianti in discussione, ma non ha mai subito danni al turismo, che è cresciuto di pari passo con l’industria estrattiva. In compenso, la chiusura degli impianti metterebbe a rischio migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni: nel settore sono impiegate 7mila persone nella sola provincia di Ravenna. I No Triv parlano di possibili disastri che non ci sono. L’Istituto Superiore della Protezione Ambientale ha dimostrato che non si registrano dati sull’inquinamento particolarmente preoccupanti (nonostante Greenpeace faccia campagna soprattutto su questo punto), ma soprattutto che non esiste alcun terremoto artificiale causato dall’estrazione del gas. Non c’è mai stato, nella nostra storia, un solo sisma provocato dalle trivelle, la stessa conformazione del fondale marittimo non lo rende possibile: sedimenti, sabbie e argille non si rompono, ma si deformano plasticamente a seguito dell’estrazione. I promotori del referendum sono contrari all’inquinamento e promuovono un’energia pulita. Per questo parlano soprattutto di “petrolio” e genericamente di “combustibili fossili”, ma l’oggetto del contendere, in questo caso, è il gas. E il gas metano è, a tutti gli effetti, energia pulita.
Se si rinunciasse all’estrazione al largo delle coste, l’Italia dovrebbe compensare con l’importazione di maggiori quantità di gas dall’estero, dall’Algeria soprattutto, ma anche da aree di crisi come la Libia alle prese con la sua guerra civile o dalla Russia, ma attraverso l’Ucraina in guerra. Cambierebbe poco, a dire il vero, negli equilibri generali del nostro paese, perché il gas estratto in Italia copre appena l’11,5% del fabbisogno nazionale. Ma di questo 11,5%, il 7,8% è estratto in mare. Impedire il rinnovo delle concessioni andrebbe ad incidere su quest’ultima percentuale, in una misura che né i comitati del Sì, né quelli del No hanno finora pubblicato.

SOLO UN PRIMO PASSO
In generale, però, ad essere praticamente impercorribile è il progetto di fondo dei No Triv: sostituire i combustibili fossili con fonti rinnovabili. La battaglia contro le trivelle appare solo un primo passo, ma poi ne seguiranno tante altre, fino alla rinuncia completa di gas e petrolio. Ciò vuol solo dire: rinunciare a una fonte certa per una incerta. Le rinnovabili sono ancora una strada in salita, tutta da percorrere, che non sta sul mercato senza ingenti incentivi statali. Né l’eolico, né il fotovoltaico hanno dimostrato di poter soddisfare il fabbisogno energetico tanto quanto le fonti tradizionali che usano combustibili fossili (e meno ancora rispetto a quel che potrebbe produrre il nucleare). L’eolico, poi, richiede campi di enormi pale eoliche, che sono un pugno nell’occhio tanto quanto le trivelle al largo delle proprie coste. Corriamo dunque il rischio di recidiva: una volta completato il passaggio dalla vecchia alla nuova energia, si potrebbe tornare al voto per dire “No Pale”.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell’articolo sottostante dal titolo “Se anche le trivelle sono una priorità per la Chiesa” in cui si sottolineano le prese di posizione di monsignor Nunzio Galantino, segretario della CEI.
Ecco l’articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 19-03-2016:
Era appena ieri che in un editoriale firmato da Robi Ronza, prendendo spunto dalla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio Permanente della CEI si auspicava una forte iniziativa dei vescovi italiani a favore della famiglia. Come non detto. Ieri, il comunicato finale dei lavori della CEI ha spiegato molto bene che dal punto di vista sociale, le priorità dei vescovi italiani sono altre: i migranti e le trivelle. Di famiglia e inverno demografico, ci informa il comunicato, si è parlato nel corso del Consiglio permanente e monsignor Nunzio Galantino, segretario della CEI, nella conferenza stampa di ieri ha riferito di un invito al governo italiano a occuparsi della famiglia, ma ormai sa un po’ di qualcosa di rituale, qualcosa che si deve dire per obbligo di ufficio. Ma i veri interessi sono altri.
Per quanto riguarda gli immigrati – a cui è dedicato il capitolo più ampio del Comunicato finale – c’è un reale coinvolgimento della Chiesa italiana e non certo da oggi. Ventimila persone sono accolte nelle strutture ecclesiali italiane – afferma la CEI -, un quinto dell’intero sistema di accoglienza in Italia e si tratta di un impegno che punta all’integrazione. I vescovi mettono anche in rilievo un problema abbondantemente sottovalutato, quello dei minori non accompagnati. Detto questo, però, la posizione della Chiesa italiana sembra giocarsi sempre all’interno di uno schema fin troppo semplicistico: muri contro accoglienza. Da cui l’ovvia conclusione: non dobbiamo costruire muri ma proporre percorsi di integrazione. E guai alla «selezione per nazionalità» ventilata da qualcuno.
La realtà però, come abbiamo spiegato molte volte, è decisamente più complessa e non si risolve con facili schematismi. Proprio oggi pubblichiamo un articolo che dà conto delle previsioni degli sbarchi in Italia previsti per quest’anno: 450mila persone, e stiamo parlando di immigrazione irregolare. La stragrande maggioranza di queste persone in base al diritto internazionale non ha diritto allo status di rifugiato, non fugge da guerre o persecuzioni. Ovviamente fugge da situazioni difficili, talmente difficili da affrontare viaggi rischiosissimi, ma in queste situazioni in Africa ci sono purtroppo centinaia di milioni di persone.
Quando parliamo di porte aperte a tutti, nessuna selezione, nessun filtro, solo processi di integrazione, è questi numeri che dovremmo avere in mente. Significa porre le basi per il caos prossimo venturo, non solo in Europa. Perché alla fine a scappare dai propri paesi sono i più giovani e quelli che se lo possono permettere, essendo che i passaggi per l’Europa sono ben costosi: vale a dire fuggono le forze che sono la principale speranza di sviluppo per l’Africa. E questo senza neanche contare che incentivare l’immigrazione irregolare e selvaggia equivale a ingrassare la criminalità organizzata e il terrorismo fondamentalista, che di questi traffici si nutrono.
Se sul tema delle migrazioni si può parlare di veduta parziale, sul fronte trivelle si raggiungono toni surreali.
In riferimento al referendum fissato per il 17 aprile, circa il rinnovo (o meno) delle concessioni per una ventina di piattaforme marine già esistenti, ieri mattina un editoriale di Avvenire aveva già schierato la Chiesa italiana con i “no triv”, facendo discendere questa posizione direttamente dall’enciclica Laudato si’ e dall’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium: «La difesa di ‘nostra matre Terra’ è tutt’uno con la condanna dell’economia che ‘uccide’ della Evangelii gaudium», dice Avvenire.
Ora, tenendo conto della realtà effettiva delle trivellazioni in mare e il quesito referendario posto agli italiani [...] siamo davanti a un insulto al buon senso. Far discendere dal dovere di custodire il creato l’obbligo immediato di rinunciare al gas come fonte energetica è la forma peggiore di integralismo. Guarda caso, coloro che rifiutano anche la sola idea che vita, famiglia e libertà di educazione possano essere definiti princìpi non negoziabili, poi diventano assolutamente intransigenti in materie decisamente opinabili.
Si “dialoga” sulle unioni civili, non si deve giudicare sull’eutanasia, [...] ma guai a chi è a favore delle trivellazioni per garantire almeno un po’ di gas (e anche posti di lavoro). Nella solita conferenza stampa, Galantino ha chiaramente lasciato intendere di condividere la posizione di Avvenire (e non sorprende visto che è lui a dettare la linea), ma ha dovuto spiegare un comunicato della CEI decisamente più prudente: segno che nel Consiglio permanente c’è stato qualche vescovo che ha imposto almeno un minimo di buon senso. Il dovere che discende dall’enciclica papale infatti, spiega il comunicato, si limita (e comunque non è poco) al dibattere del tema trivelle in tutte le comunità. Ed è solo l’inizio, ha aggiunto Galantino, perché «domani ci sarà il problema del nucleare e poi altri ancora». C’è il fondato rischio che prossimamente chi entrerà in parrocchia penserà di essere capitato nella sede di Legambiente.
Comunque, visto che sul nucleare c’è già stato un referendum recente e che quindi l’Italia per molti anni non ne parlerà più, suggeriamo un altro tema di estrema attualità: l’inefficienza di quell’energia solare a cui – stando ai nostri vescovi – dovremmo convertirci rapidamente chiudendo i rubinetti del gas e del petrolio. È di questi giorni infatti la notizia che due mega-progetti mondiali di energia solare, in Spagna e in California, malgrado ingenti sussidi statali stanno andando in bancarotta.
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(Titolo originale: No Triv, un referendum tutt’altro che scontato
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/03/2016
Pubblicato su BastaBugie n. 446)