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Archivio Maggio 2016

“bisogna salvare la semente”

30 Maggio 2016 Nessun commento

“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi:

bisogna salvare il seme.

Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115

“..si finisce con ammazzare il piccolo del bisonte..”

28 Maggio 2016 Nessun commento

Parto da un articolo che mi è stato segnalato da una affezionata lettrice.
Un piccolo di bisonte è stato soppresso dai guardiani del Yellowstone National Park. Un turista l’aveva ospitato all’interno del suo SUV per “salvarlo” dal freddo. In seguito a questo il vitellino era stato rifiutato dalla madre e dal branco.

“Un altro visitatore del parco aveva avvertito i turisti che non c’era bisogno di salvare il vitello (…) ma non l’hanno ascoltato. Pensavano sinceramente di fare un servizio. (…) Un frustrato portavoce del parco ha detto che la sua morte è stata causata dalla “preoccupazione fuori luogo” dei turisti”.
L’articolo prosegue notando che anche molti dei disastri della società odierna sono dovute a “preoccupazioni fuori luogo”. Si ignorano le prove che transessualismo e omosessualità sono un male per la persona umana, e li si incoraggia a cercare gli stessi atti e relazioni che impediscono alle loro ferite di guarire. Aborto, eutanasia…Si reagisce, spinti dal sentimento e dall’emozione, e si finisce per ammazzare il piccolo di bisonte. Il massimo del danno, fatto con tutte le migliori intenzioni.
“Gli umani sono creati con la capacità di amare e com-patire, ma hanno anche la capacità di permettere alle loro emozioni di zittire e persino sabotare la loro ragione. Dobbiamo chiedere a noi stessi: che tipo di interesse e preoccupazione stiamo davvero offrendo? Forse la natura umana non fornisce avvertimenti ovvi come quando abbiamo a che fare con la natura del bisonte. Oppure sì? Forse c’è saggezza nel guardare oltre la superficie nella natura più profonda. I segni ci sono se abbiamo gli occhi per vederli. Solo così la nostra assistenza può fare bene più che danno”.

Aggiungo un mio pensiero. Oggi viviamo come se la natura più profonda del nostro essere – cioè Dio – non esistesse. Come mi scrive un’altra persona,
“se nel ’68 abdicavamo alla logica del mondo buttandoci anche a fare la rivoluzione nelle piazze (…), oggi abdichiamo perché accettiamo “i diritti dell’uomo” che il mondo ci presenta come fondamento della convivenza civile, evacuando Colui che è la sorgente della dignità dell’uomo. Quante volte ci toccherà sentir cantare “Imagine” prima di capirne il veleno? Quante volte renderemo omaggio all’idolo dei nuovi diritti per non essere divisivi?”

In altre parole, pensiamo di essere noi a salvare il mondo. Di potere essere noi, sentimentalmente, a decidere come è fatto un essere umano. Ma non è così: noi non possiamo salvare nessuno, siamo noi ad avere bisogno di essere salvati. L’errore prima o poi verrà rigettato, perché non è adeguato alla realtà. Chi lo segue sarà come un cucciolo senza madre e senza appartenenza – perché il suo io gli è stato sottratto. Morirà, un poco ogni giorno.

Io spero che quanti stanno battendosi, in parole, opere, firme e leggi, per un’idea dell’uomo errata stiano agendo per “preoccupazioni fuori luogo” e non per una cattiveria, per un vantaggio personale. Che siano convinti di fare del bene, in fondo. Perché si ingannano. Perché ingannati.
Spero che, vedendo il baratro, capiscano. Ma se non vediamo noi per primi l’inganno, se non cerchiamo di avvisarli – con ardore e misericordia – chi lo dovrebbe fare?
(da BERLICCHE BLOG berlicche.wordpress.com)

In Europa ne sparisce 1 ogni 2 minuti

25 Maggio 2016 Nessun commento

Proteggere i bambini

“è un dovere di tutti”,

specie se “esposti a elevato rischio di sfruttamento, tratta e condotte devianti”. Un monito chiaro, scontato per certi versi, eppure necessario. Perché le parole di Papa Francesco in occasione della

Giornata mondiale per i bambini scomparsi

si scontrano con la tragica realtà dei numeri. Impressionanti quelli diffusi oggi dalla Missing Children Europe, il network di 29 organizzazioni non governative che in 24 Paesi europei gestiscono altrettante linee telefoniche: in Europa ne sparirebbe uno ogni due minuti. Cifre che spiegano la volontà di Telefono azzurro, che si occupa del servizio in Italia, di tenere ancora più alta l’attenzione su questo tema di drammatica attualità.

I DATI. Oggi a Palazzo Ferrajoli (Roma), durante l’evento “Bambini scomparsi, sfruttati, non accompagnati: i rischi di un’infanzia senza futuro”, sono stati presentati in anteprima alcuni dati nazionali ed internazionali per inquadrare il fenomeno. In Europa, nel 2015, sono state 209.841 le chiamate ricevute dalla rete europea per i bambini scomparsi. Di queste, il 54% ha riguardato segnalazioni per fughe da casa, mentre il 29% casi di sottrazione parentale. Nello stesso anno, in Italia, sono stati 163 i casi di bambini scomparsi, fuggiti da casa o da istituti o soggetti a rapimento. Tutti casi gestiti da Telefono Azzurro, attraverso il 116 000, il Centro Nazionale di Ascolto 19696 e il Servizio 114 Emergenza Infanzia. Ma il dato più allarmante riguarda i minori stranieri. In un anno in cui, secondo i dati Europol, sarebbero stati 10.000 i migranti minorenni non accompagnati scomparsi dopo il loro arrivo in Europa, le chiamate alle linee del 116.000 su questi casi risultano decisamente basse: solo il 2% i casi a livello europeo nel 2015, segno di una grande sottostima del fenomeno. Se dal 2009 al 2014 le percentuali italiane si allineano a quelle europee, dal 2015 fino al primo trimestre del 2016, l’esplosione del fenomeno migratorio nel nostro Paese si riflette in un notevole incremento della tendenza: nel 2015 i casi di minori stranieri non accompagnati rappresentano ben il 40% dei casi, e solo nei primi tre mesi del 2016 ammontano a 33 segnalazioni ricevute.

LA DENUNCIA DI TELFONO AZZURRO. “Il fallimento del sistema di integrazione per questa fascia di minori incide in modo significativo sulla loro scomparsa. Spesso i bambini e gli adolescenti stranieri che arrivano nel nostro Paese sono soli e rischiano di scomparire, coinvolti in traffici illeciti, devianti e vittime della tratta, impiegati nelle maglie della criminalità, del lavoro nero e dello sfruttamento sessuale”, ha commentato Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, membro del board di Missing Children Europe e delegato da Mce sul tema dei minori stranieri non accompagnati. “È necessaria una maggiore partecipazione da parte delle istituzioni non solo per prevenire la scomparsa dei minori stranieri non accompagnati ma anche per rafforzare il sistema di accoglienza, di integrazione e di cura di cui essi oggi godono”. Per questo, grazie al supporto di Fondazione Poste Insieme Onlus le attività del servizio 116.000 gestito da Telefono Azzurro saranno rafforzate, nell’ottica di un sostegno sempre maggiore, dal supporto psicologico fino ai consigli per questioni pratiche, legali e sociali. Il 2015 è stato un anno particolarmente impegnativo per le hotlines europee del 116.000. I finanziamenti dell’Unione europea, sui quali molte linee fanno affidamento, sono stati interrotti, portando a una diminuzione del bilancio (52%) e delle risorse impiegate nella gestione del servizio (31%). Un calo, quest’ultimo, che ha reso impossibile dare una risposta al 39% di chiamate in arrivo, a fronte di un aumento consistente di casi dal 2011 al 2014.

ALFANO. “Il fenomeno dei bambini scomparsi tocca tutti profondamente anche sul piano emotivo per le delicate implicazioni umane e morali che presenta. Il ministero dell’Interno riserva da sempre la massima attenzione al fenomeno attraverso la prevenzione e le attività investigative degli uffici e delle sezioni specializzate della Polizia di Stato. In questa lotta, strumenti importanti sono naturalmente il web ed il numero 116000 – sottolinea il ministro dell’Interno Angelino Alfano – L’impegno di tutti a favore dei più giovani e quindi dei più esposti alle insidie consentirà una migliore difesa dei bambini e delle
famiglie. Tale lavoro assume ancora più valore quando vi è una
significativa collaborazione fra soggetti, istituzionali e non, ai
quali, oggi, si aggiunge appunto Poste Italiane. Abbiamo scelto di
annunciare questo progetto proprio in questo giorno per sottolineare
una data, che ricorda in Europa e nel mondo i bambini scomparsi”.

MATTARELLA. Anche il capo dello Stato ha voluto esprimere la sua vicinanza ai funzionari di polizia che operano per debellare questo fenomeno: “Ogni giorno, grazie alla consolidata specializzazione, gli operatori della Polizia di Stato sono in prima linea nel contrastare le azioni delittuose commesse attraverso i media digitali, soprattutto a danno dei soggetti più vulnerabili – si legge in un messaggio inviato al capo della Polizia Franco Gabrielli in occasione del 164° anniversario dalla fondazione del corpo – In questa direzione il massimo sforzo va compiuto a tutela dei minori, per prevenire e perseguire ogni tentativo di violenza e di abuso”.
© riproduzione riservata

“….ma spesso quella libertà…”

22 Maggio 2016 Nessun commento

L’ultimo eresiarca
(berlicche.wordpress.com)
L’ultimo eresiarca si destò e guardò la finestra. Doveva avere dormito parecchio, perché sembrava essere l’alba: la luce al di là dei vetri tingeva di un vivace rosso le tende e le tapparelle semichiuse.
Faceva fatica a respirare, ma era normale: stava morendo. Nei giorni precedenti era stata una processione di persone, politici soprattutto. Tutti ad accreditarsi. A farsi vedere, a farsi fotografare. A rendere omaggio al vincitore agonizzante. A santificarlo. Tutto da ridere, lui che ai santi non aveva mai voluto credere.
Ma i suoi visitatori li capiva bene, oh se li capiva.
Al fondo della stanza, un movimento.
Un’infermiera. Una suora. Che strano che proprio lui, che aveva tentato in tutte le maniere di distruggere la Chiesa, si trovasse al secco fondo della vita accolto in un loro ospedale. O magari non così tanto strano. Forse non era riuscito a distruggerla del tutto, ma le sue eresie erano diventate ormai praticamente ortodossia. Si può dire che molti di loro erano quasi dei suoi.
Oh, quanti ne erano venuti anche di quelli, a rendergli omaggio, lodando il peggior nemico della loro razza. Tutto da ridere.
Fece un cenno all’infermiera, che avanzò verso il suo letto. Aveva un abito che non aveva mai visto, ma chi può contare gli ordini di suore? Si sentiva la gola arida come non mai, la pelle tesa e affilata. Almeno il dolore non c’era.
La suorina era giovane, giovanissima, anche carina. Lo fece bere, gli sistemò il cuscino. E per tutto il tempo lo guardò con due occhi enormi e scuri. Che strani quegli occhi. Cosa c’era in loro?
“Aoh, vuoi qualcosa?” le chiese, con voce gracchiante, quasi a disagio.
Lei abbassò per un attimo gli occhi, poi tornò a fissarlo. “Volevo chiederle se non si era un po’ pentito di tutto quello che ha fatto”, gli chiese, con voce veloce e chiara.
Lui tentò di ridere, ma dovette smettere perché gli venne da tossire. “Oh, sorella, manco me conosci. Che ne sai tu di quello che ho fatto?”
Lei sorrise, imperturbata. “Ma io so quello che lei ha fatto. La seguo da tempo. Lei ha sempre inseguito la sua idea di libertà, per sé e per gli altri. Generosamente. Ma spesso quella libertà era quella di fare il male.”
L’eresiarca fece per darle una risposta salace, ma questa gli morì sulle labbra. La solita cristianella sotuttoio, ma qualcosa in lei gli rendeva quasi impossibile darle le solite risposte. Ad un tratto capì che le solite risposte non bastavano più. Perché lo spettacolo stava finendo.
“Il male…il male è relativo. Quello che è bene per uno è male per l’altro. Lo capirai…”
“Non sto parlando di questo,” l’interruppe lei, “ma di quello che lei sa che è male. Perché lei sa cosa è male, al fondo del cuore. Lo sapeva anche quando si batteva per esso.”
“Io mi sono sempre battuto per il bene…”
“Per il bene di chi? E’ questo ciò a cui deve rispondere. Perché credo che un poco sappia quanto dolore ha arrecato. Quanto ne ha reso possibile.”
Si sentì montare la rabbia. Neanche qui, alla fine di tutto, lo lasciavano stare, questi integralisti? Chi l’ha mandata questa? Poi i loro occhi si incrociarono ancora, e lui capì con un sussulto cos’era quello strano sguardo che l’assillava.
Era pietà.
Si sentì un gran groppone. Cercò una risposta arguta, per una volta non ne trovò nessuna. Agitò la mano ossuta e macchiata. “Oh, lasciami stare, ragazzì. So’ vecchio, e quel che è fatto è fatto. Con il Padreterno me la vedo io. Discuteremo, e mo’ convinco anche lui.”
La suorina tacque. Gli rivolse un sorriso, ancora uno, poi silenziosamente uscì dalla stanza.
L’eresiarca si abbandonò sul cuscino. Si sentiva stanco, e nello stesso tempo stranamente leggero. Tra quanto sarebbero passati i dottori?
Si girò verso l’orologio, ma era fermo ad un’ora della notte. In effetti era strano. Non si sentiva il rumore del traffico, o quelli tipici dell’ospedale. Forse dopotutto era davvero notte fonda. Ma la luce dalla finestra?
Improvvisamente capì.
Il rosso lucore all’esterno non era il breve raggio dell’alba, ma qualcosa di molto più eterno e definitivo

“…facciamo passare tutto…”

19 Maggio 2016 Nessun commento

Cirinnà spavalda: con la riforma costituzionale facciamo passare tutto

Cosa c’entra il referendum costituzionale con le unioni civili e la difesa del diritto naturale? È l’interrogativo che pongono con sempre più insistenza alcuni gruppi e movimenti cattolici e pro-famiglia guardando, con malcelato fastidio, all’annunciato impegno del Comitato promotore del Family-day per la campagna per il ‘No’ al quesito referendario di ottobre.
Il ragionamento del Comitato è semplice: la riforma delle istituzioni politiche nazionali unitamente alla nuova legge elettorale (che premia la singola lista e non la coalizione) andrebbero a creare un sistema che pone al vertice dello Stato un presidente del Consiglio espressione di un singolo partito che a sua volta avrebbe la maggioranza dei seggi in un Parlamento sostanzialmente mono-camerale. Lo stesso premier e lo stesso partito sarebbero quindi in grado di eleggere da soli il presidente della Repubblica e i giudici della Corte Costituzionale e di imporre nomine in tutti gli organismi più importanti della macchina statale. Prenderebbe forma così un sistema che non ha eguali in tutto l’Occidente democratico dove, invece, vengono di solito garantiti tutta una serie di pesi e contrappesi tesi al bilanciamento dei poteri e a garantire la rappresentanza democratica di tutti i corpi sociali. Persino lo stabile presidenzialismo Usa prevede infatti che la Casa Bianca e il Congresso possano essere controllati da rappresentanti di due partiti di segno opposto.
La recente vicenda dell’approvazione del ddl Cirinnà, che ha visto la violazione di tutte le prerogative parlamentari per la ferrea volontà del premier di portare avanti la legge, dovrebbe essere di monito a tutti. Qualora passasse la riforma con un’unica Camera, si avverte infatti l’enorme pericolo che leggi di grande valore etico e antropologico potrebbero essere approvate con un atto di imperio da parte del governo (vedi eutanasia, liberalizzazione delle droghe e riforma delle adozioni). La riforma renderebbe di fatto l’esecutivo decisore unico delle leggi dello Stato.
Si tratta di fantasmi agitati dalla piazza pro-family per punire Renzi, sostengono coloro che, con più o meno buona fede, vedono nella riforma una possibilità di semplificare l’iter per la formazione delle leggi. Peccato che, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, l’adozione per tutti (si badi bene: non una famiglia per tutti i bambini), il matrimonio egualitario, il diritto al suicidio e le droghe libere siano state additate da decine di esponenti del Pd come le nuove frontiere dei diritti su cui concentrare le prossime battaglie parlamentari.
Qualcuno potrebbe obiettare che non sarà di certo un sistema bicamerale a fermare una deriva antropologica in atto da anni. Ebbene a tutti coloro che tendono a sottovalutare la portata della riforma costituzionale e la distruzione di ogni istanza rappresentata dai corpi intermedi è vivamente consigliata la visione della breve intervista al deputato Pd e attivista gay, Alessandro Zan, e alla senatrice dem, Monica Cirinnà, realizzata l’11 maggio da Diego Bianchi, alias ‘Zoro’, conduttore di ‘Gazebo’, programma satirico di Rai 3.
I due parlamentari dem, raggiunti davanti a Montecitorio durante i festeggiamenti della piazza Lgbt, parlano della necessità di riformare la legge sulle adozioni affermando che “è stato fatto solo un primo passo” e che “presto si arriverà all’uguaglianza piena”. Quando? Chiede loro il giovane conduttore romano: “Con il prossimo Parlamento e con il prossimo congresso del Pd in cui saranno calendarizzate alcune mozioni”, risponde la ‘pioniera’ dei diritti civili. Zoro fa quindi notare che il Pd e il Parlamento sono due cose distinte e che alcune leggi vanno cambiate insieme agli altri partiti, ma viene subito interrotto dalla Cirinnà: “E no, il Pd è l’unico partito che ha cambiato questo Paese e poi in ottobre finalmente sanciremo la fine del bicameralismo perfetto – aggiunge la Cirinnà illustrando l’agenda dem – dopo di che faremo il congresso del Pd dove tutte le mozioni conterranno il matrimonio egualitario e, infine, il prossimo Parlamento farà il matrimonio egualitario con il Pd che sarà partito di maggioranza”. “Forse anche l’unico” fa notare Zoro con ironia, “Magari!” sottolinea la relatrice del testo sulle unioni civili.
La conversazione filmata davanti alla Camera è andata in onda nella puntata di domenica scorsa. In studio le immagini sono state successivamente commentate dallo stesso Zoro, il quale ha fatto notare agli ospiti della trasmissione come ormai per i parlamentari dem “il Pd e Parlamento sono la stessa cosa”. In pratica stanno dicendo che “dopo ottobre ce sta una camera sola dove facciamo quello che ce pare”, rincara la dose Zoro mostrando più capacità di sintesi e acume politico di molti editorialisti di lunga fama.
Ma ad avvalorare ancora di più lo scenario di una nuova offensiva sui temi etici all’indomani dell’ok al nuovo assetto istituzionale è la nascita del Comitato Italia lgbt per il Sì, tra i cui promotori appare Alessio Di Giorgi, il fondatore di gay.it appena chiamato da Renzi per condurre la campagna web e social per il Sì al referendum. Questo comitato spiega chiaramente che la riforma della Costituzione assicurerà di raggiungere più facilmente la loro agenda sui diritti.
Insomma più chiaro di così non potrebbe essere esposto il nesso tra la trasformazione del tessuto sociale e antropologico della società italiana e un sistema istituzionale che assegna tutto il potere politico ad un solo partito.

la più importante delle scienze

15 Maggio 2016 Nessun commento

Per l’ennesima volta vengo a sapere che una moglie ha cacciato il marito di casa per comportamento intollerabile. Non posso, non voglio e non devo giudicare. Vorrei soltanto farmi portavoce per avvisare delle conseguenze che queste decisioni portano.
Sono testimone che i litigi, le cause, le tensioni, eccetera che derivano da una separazione sono una via crucis che non ha niente da invidiare al tenersi il coniuge che si comporta male. Chiaramente bisogna distinguere caso per caso. Ma lo stesso vorrei mettere in guardia soprattutto le donne dalle amiche che suggeriscono: lascialo!, è “intollerabile”.
Ognuno prenderà le decisioni in coscienza ma quando si dice: «Io prendo te come mio sposo e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita», si sta dicendo quel che si dice e occorre ricordarselo.
Chi può misurare le ferite nella personalità dei figli? E non è meglio perdonare, sorridere, andare avanti? Quanti matrimoni in passato si sono salvati così e le famiglie sono sopravvissute bene. Se Dio perdona, perché il coniuge non prova a perdonare? E certi comportamenti non saranno stati anche provocati dalla freddezza, dalla supeficialità, da cambi d’umore dell’altro o dell’altra?
Ripeto che mi guardo bene dal giudicare, parlo solo perché le sofferenze di cui sono stato testimone “dopo” vengono troppo spesso sottovalutate, specie se ci sono figli. È la più importante delle scienze: saper voler bene.
@PippoCorigliano

“mi ha chiarito quello che penso”

14 Maggio 2016 Nessun commento

Hai presente quando leggi una cosa e ti viene di andare a bussare alla gente porta a porta, di metterti a fare il volantinaggio in strada, per dire a tutti di non perdersi quel libro, quell’articolo? Quando cominci a dire agli amici “c’è una cosa che proprio non ti puoi perdere”, e quelli alla prima volta annuiscono distratti, poi dalla terza in poi ti mandano a farti benedire?

Ecco, a me succede, raramente, con due tipi di letture: o quelle che mi stupiscono perché non avrei mai saputo concepirle, eppure un inatteso riconoscimento mi fa battere il cuore, un innamoramento di qualcuno che non avresti mai pensato e che ti rapisce l’anima, e ti sprofonda nel lutto quando finisci l’ultima pagina.

Oppure mi succede quando leggo le cose che ho sempre pensato, e trovo finalmente qualcuno che le dice meglio di me, le riordina e me le offre, qualcuno che cucina il tuo piatto preferito alla perfezione, e te lo serve pronto, senza che tu abbia neanche dovuto pensare di chiederlo.
(vedi:”Manuale di sopravvivenza per fidanzati e giovani sposi” di Roberto Marchesini)

Ecco, questa lettura mi ha fatto questo effetto. Ho pensato: Roberto Marchesini mi ha letto nel cervello, e mi ha fatto il favore di chiarirmi bene quello che penso. E se questo è un libro che Roberto ha scritto anche per non dover sempre ripetere le stesse cose ai suoi pazienti, e per raggiungere altre persone che non cura direttamente, per me sarà il libro da consigliare e regalare alle persone a cui non riesco a dire quello che vorrei (quando si vuol salvare il mondo si ha sempre pochissimo tempo).

E poi me ne ha fatto un altro, di effetto. Mi ha aperto uno sguardo nuovo e inatteso, e sì che di libri sull’argomento ne ho letti. Tipo “L’unico vero motivo per cui vale la pena sposarsi è”. Mi aspettavo una bella catechesi sul sacramento, una prospettiva culturale sulla necessità di solidità e stabilità, una noiosa ode alla famiglia. E invece la frase prosegue con “l’amore”. Finalmente! Finalmente qualcuno che lo dice! Che parla di dono totale di sé per la felicità dell’altro. Una meraviglia, quelle pagine!

Il terzo prezioso contributo di questo libro è lo smascheramento dei meccanismi culturali che hanno portato la famiglia alla crisi attuale. Una lettura della storia della cultura e del pensiero comune davvero ricchissima di elementi, una miniera di frecce da tener pronte da scoccare col nostro arco quando ci si trova a confrontarsi con chi la pensa diversamente (pressoché tutti) sul tema della famiglia. E anche uno strumento prezioso per non farci manipolare da chi tiene le redini dell’informazione e della cultura intesa in senso lato (compresi cinema, musica, giornali e via sproloquiando sul tema dell’amore).

La sezione sulla differenza tra maschile e femminile, tema sul quale ho cercato di scrivere ben due libri, è stata per me come una dolcissima sviolinata: ottenere una conferma di quello che si era intuito è sempre una pacchia, si sa.

Ma la parte del libro più ampia e davvero la più imprescindibile, è quella in cui si analizzano – in modo divertente e lieve – i più frequenti errori, i meccanismi sbagliati in cui incorrono le coppie, che hanno ciascuna il suo proprio gioco, ma che spesso possono riproporre schemi ricorrenti. Si analizzano, e si offrono soluzioni, o almeno se ne prospettano molte possibili. Ed è come fare quello scarto che permette, a chi stava dietro una colonna, di vedere tutto il mondo che c’è fuori dal colonnato, quando lui pensava che ci fosse solo un muro davanti a sé. Nessuna situazione è senza via di uscita, e a volte basta fare un passo laterale per vedere una via inattesa.

E poi c’è la chicca finale dei film consigliati: solo questa vale il prezzo del libro (senza contare che nella bibliografia ci sono anche i miei libri, e queste sì che son soddisfazioni).

Insomma, non so se si è capito, ma io questo libro lo regalerò a mezzo mondo. Fatelo anche voi. Contribuirà a migliorarlo, questo mondo.
COSTANZA MIRIANO costanzamiriano.com

non sono più sola

10 Maggio 2016 Nessun commento

La mia storia è simile a quella di tanti altri. Vivevo con i miei genitori, sono figlia unica. Tra le scuole medie e le scuole superiori sono cominciate le prime difficoltà. Avevo una compagnia di amici che frequentavo, nel mio gruppo diversi ragazzi fumavano le canne ma non mi era mai interessato. Il primo contatto con le sostanze è arrivato per me a 14 anni attraverso il mio ragazzo. Anche lui aveva la mia età ma già grossi problemi di tossicodipendenza. Il mio primo tiro l’ho preso molto alla leggera, ho sottovalutato la cosa, mi sentivo tranquilla e non avevo particolari paure… Stare insieme a lui all’inizio mi sembrava la cosa più bella che potesse capitarmi, i primi mesi insieme sono stati un sogno. Poi è stato invece un rapporto sempre in discesa, a caduta libera. So che ho iniziato a causa del mio ragazzo, ma non voglio assolutamente colpevolizzarlo. Lui era già molto affaticato dalla sua vita, io dalla mia, abbiamo avuto solo la sfortuna di intrecciare le nostre sofferenze.

Mio papà non condivideva questa relazione e mi aveva posto il divieto assoluto di stare con lui, questo ci ha irrimediabilmente allontanati. A 15 anni ero ancora consumatrice occasionale. Avevo ben chiaro cosa fossero le sostanze, anche perché trascorrevo tutti i miei pomeriggi con il mio ragazzo che non faceva altro che fumare eroina. Però pensavo ancora all’eroina come la droga del “tossico” con la siringa al braccio e che viveva in strada, quindi finché non vedevo il mio ragazzo iniettarsela in vena mi sembrava che la situazione potesse essere diversa e sotto controllo. E nonostante tutto io continuavo ad avere una vita regolare, andavo a scuola, studiavo. Ho sentito che qualcosa stava cambiando dopo la terza superiore, un momento per me traumatico. Ho avuto un crollo, a livello affettivo mi sentivo completamente dipendente dal mio ragazzo, avevo escluso dalla nostra vita tutte le nostre amicizie, per me esisteva solo lui. Ho iniziato a sentire un conflitto interiore: volevo cambiare ma non riuscivo. Da qui il passaggio da consumatrice occasionale di cannabis e pasticche a consumatrice giornaliera di eroina.

L’eroina era per me come un rullo che sembrava spianare tutte le emozioni che io da sola non riuscivo a gestire. L’unica a scuola che si era accorta davvero del mio disagio è stata la professoressa di religione. Io ero abbastanza distante da un discorso religioso e con lei non avevo un gran rapporto, ma è stata proprio lei ad indirizzarmi all’Associazione Papa Giovanni XXIII che in quel momento faceva progetti sulle dipendenze anche nella mia scuola.

Dopo le scuole superiori e la maturità è arrivato il mio trasferimento per l’Università. All’università ho avuto altre storie ma continuavo a scegliere ragazzi problematici e investivo molto poco dal punto di vista affettivo. Sceglievo ragazzi così perché la mia autostima era bassa, cercavo persone che non mi giudicassero o sminuissero, perché il confronto con me non fosse troppo impietoso. Per alcuni mesi ho pensato seriamente di smettere con l’eroina. Il problema è che avevo sostituito l’eroina con l’alcol.

Malgrado le mie resistenze continuavo a frequentare il SERT, nonostante il fatto che il mio ragazzo storico fosse uscito dalla comunità senza alcun risultato e insieme ci fossimo ributtati a capofitto nell’eroina. Si era poi aggiunto anche il problema della cocaina, tirata o fumata, che era diventata la compagna delle mie serate. Avevo mollato completamente gli ormeggi, non riuscivo più ad assumermi degli impegni, vivevo solo di bugie e del pensiero di come rimediare i soldi per procurarmi le sostanze, tutto era in funzione di quello. Al SERT abbiamo concordato che l’unica soluzione arrivata a quel punto per me fosse la comunità. Dentro di me avevo capito che dovevo tirarmene fuori, c’era qualcosa nella mia disperazione più totale che nonostante tutto mi richiamava alla vita. Abbiamo scelto una struttura della Papa Giovanni e in quel momento sapevo che avevo iniziato un percorso dal quale non potevo tornare indietro. Mi sono fatta tante domande e a volte ho rimesso anche in discussione questa scelta. La comunità era una specie di tunnel in cui camminavo…ogni tanto mi veniva voglia di tornare indietro, a quello che conoscevo. Per fortuna ho trovato sempre qualcuno che ha continuato a tirarmi in avanti.

In comunità ho sperimentato non solo il mio percorso di recupero terapeutico ma una vera e propria esperienza di amicizia e condivisione.

Se fosse stato solo un freddo programma di recupero, non ce l’avrei fatta. La differenza credo sia stata nell’avere accanto persone che sentivo che mi volevano davvero bene, che mi davano la forza di provarci.

E poi la comunità in cui mi trovo ha una caratteristica particolare: un coro che anima la liturgia. Io che ho sempre amato molto la musica ho trovato nel coro una dimensione nuova dove esprimermi, ed è stato in qualche modo anche uno strumento per avvicinarmi alla fede.

Nella mia storia c’è stato sempre un confine sottile tra indipendenza e solitudine, che mi ha portato all’isolamento e alla sofferenza. Ora invece posso dire che davvero non mi sento più sola. Ho dei progetti, sogno in futuro di farmi una famiglia, ho ricominciato a vivere.

(Silvia Sanchini –Punto famiglia)

“la sua vita si è conclusa con un grande grazie”.

5 Maggio 2016 Nessun commento

Ha fatto giusto in tempo a festeggiare il quarto anniversario di matrimonio con suo marito. Il giorno dopo, la 34enne riminese Laura Grassi, è salita al cielo. Lo scorso 22 aprile ha così lasciato una famiglia composta da suo marito Ugo e dalla figlia Alessia, di tre anni.

È proprio intorno all’amore nei confronti di quest’ultima che ruota la vicenda di Laura, un vero e proprio simbolo della festa della mamma, che si celebra domenica prossima.

Una storia che fa fiorire i primi boccioli nel 2010, quando Laura e Ugo iniziano un corso di preparazione al matrimonio. Come tante coppie, anche loro si prefigurano un avvenire insieme, costellato di gioie ma anche di dolori.

Forse non si sarebbero aspettati, però, di dover fare i conti molto presto con un primo grande dolore. A fine 2010 a Laura viene diagnosticata la Sclerosi laterale amiotrofica, comunemente chiamata Sla, una malattia che in genere progredisce lentamente fino a consumarti.

È un fulmine a ciel sereno, che non dissuade i due giovani dall’unirsi in matrimonio. Si sposano il 21 aprile 2012. Nemmeno un anno dopo, inaspettatamente, Laura di accorge di essere rimasta incinta.

Davanti a lei e a suo marito prende forma un bivio. I medici consigliano fortemente di abortire. Ma Laura, nonostante sia cosciente dei rischi che si assume, decide di sospendere le sue cure e di portare a termine la gravidanza. L’amore per la vita che porta in grembo è più forte.

La piccola Alessia nasce nove mesi più tardi. In una video-intervista ad Avvenire papà Ugo ha raccontato: “Quando è nata Alessia è stata una felicità enorme per tutti, in sala operatoria tra amici e parenti eravamo quattordici persone. Fu una grande festa”.

In una recente intervista a Il Resto del Carlino Ugo racconta anche un altro momento importante vissuto dalla sua famiglia, il 16 ottobre 2013, quando hanno ricevuto la carezza di Papa Francesco durante un’udienza generale. “Ricordo molto bene quel giorno in piazza San Pietro – spiega -. Francesco si avvicinò a noi, ci parlò, giocò con nostra figlia, e ci augurò di continuare così. L’abbiamo fatto, fino a quando Laura è rimasta in vita”.

Un percorso durante il quale Laura “ha combattuto contro la malattia con grande dignità”, racconta sempre ad Avvenire Ugo. Il quale afferma che sua moglie ha preparato lui e sua figlia Alessia al momento del distacco lasciando loro delle indicazioni per il dopo. “Anche per il funerale ha pensato lei a tutto, scegliendo le letture e facendo in modo che a tutte le sue amiche venisse regalata una rosa bianca”, aggiunge.

Nell’omelia del funerale, celebrato nella chiesa San Michele Arcangelo di Morciano di Romagna, il vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, ha definito Laura “una vera testimone dell’amore di Dio perché nella sua semplicità ha saputo abbracciare fino in fondo la croce riconoscendo l’amore di Gesù in Lei, nei segni della sua passione”. Il vescovo ha ricordato che “chi la andava a trovare a casa rimaneva colpito e affascinato nel vedere la sua accoglienza, la sua positività: chi la visitava incontrava lei, non la malattia”.

Don Marcello Zammarchi, vicerettore del seminario vescovile di Rimini che ha sposato Ugo e Laura, ha detto che

“la sua vita si è conclusa con un grande grazie”

. Nel suo testamento spirituale scritto con gli occhi grazie a un sintetizzatore vocale, Laura ha lasciato che queste parole penetrassero nel cuore dei suoi cari: “Vi è stato chiesto molto e mi avete dato ancora di più”.

Non ha dubbi suo marito Ugo: “Il suo più grande insegnamento che sono certo rimarrà di lei è il rispetto per il sacramento del matrimonio e per la vita”. Questa è la storia di Laura, un simbolo della festa della mamma.

C’era una volta la poesia per la festa della mamma. (Una fiaba per mia figlia)

5 Maggio 2016 Nessun commento

(di Benedetta Moreschini)

“C’era una volta una bambina che andava alla scuola elementare e aveva una bravissima maestra di italiano che ogni mattina faceva recitare la preghiera a tutta la classe, faceva riempire quaderni e quaderni di analisi logica e grammaticale, dava per compito un tema a settimana e faceva imparare a memoria tante tante bellissime poesie.

Un giorno, in occasione della festa della mamma, la maestra diede ai suoi bambini questa poesia, scritta da un famosissimo poeta di nome Giuseppe Ungaretti. Naturalmente, come sempre faceva, la maestra spiegò ai bambini il significato della poesia, ma la bambina la trovò un po’ triste e, il giorno della festa della mamma, non volle recitarla perché le veniva da piangere.
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La Madre
E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante la vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

Ti verrà il desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(Giuseppe Ungaretti)

Poi la bambina crebbe, andò alle scuole medie, alle scuole superiori e poi all’Università, ma tra tutte le cose che imparò moltissime le dimenticò subito, mentre le rimasero sempre in mente le poesie e gli insegnamenti ricevuti da quella bravissima maestra.

Quella bambina diventò donna e si sposò ed ebbe a sua volta una bambina. E arrivò anche per lei il momento di festeggiare la festa della mamma. E allora le tornò in mente quella poesia “triste” e pensò: ‘chi sa se oggi c’è ancora, in qualche scuola, una maestra che fa imparare a memoria della poesie e, specialmente, delle poesie come questa? E chi sa se la mia bambina, quando andrà a scuola, mi reciterà della poesie così belle?’

Perché quella poesia, che da bambina non era stata in grado di capire fino in fondo, oggi, da madre, aveva per lei più di un importante significato e la faceva riflettere su delle questioni molto importanti.

La mamma non era così sicura che da qualche parte, in Italia, ce ne fossero ancora di maestre così brave e di poesie del genere imparate a memoria. Perché davvero molte cose erano cambiate da quando lei era bambina e le poteva vedere tutte, proprio in quella poesia.

Prima di tutto quella poesia parlava di morte e la morte, in quel momento storico, era l’ ”innominabile”.

Di morte non si poteva parlare. La morte non poteva occupare i pensieri dell’uomo, che, sempre più alla ricerca di benessere materiale, non aveva tempo nè voglia di guardare alla fine e al fine della sua esistenza.

Di morte non si poteva morire.

E poi, in quella poesia, c’era il concetto di una vita dopo la morte e di un luogo dell’Aldilà ottenuto come premio per una vita retta. Nessuno voleva accettare che la vera Vita non era questa, ma quella dopo la morte, che è una vita eterna e che il nostro destino eterno (beatitudine o dannazione) ce lo costruiamo qui, sulla terra. E infatti quella poesia parlava anche di perdono, ma la gente non sapeva più quale fosse il significato di quella parola, perché aveva dimenticato anche cosa volesse dire peccato.

E, infine, in quella poesia, era descritta una madre. Una madre come tutte le madri avrebbero dovuto essere, come anche lei avrebbe voluto essere. Perché era

una madre silenziosa, forte, umile, che, sia in vita che in morte, aveva avuto un unico desiderio: la salvezza eterna del figlio. E aveva pregato per questo. Aveva pregato quand’era viva e interceduto da morta e, solo quando ebbe ottenuto il Perdono di Dio per il figlio, riuscì a guardarlo negli occhi. E anche in quel caso non si mise a gridare di gioia e a fare capriole, non si scompose: ebbe negli occhi un rapido sospiro. Aveva portato a termine con successo la missione che Dio gli aveva dato: salvare l’anima del figlio.

La mamma si mise a riflettere, allora, su quali fossero i desideri delle mamme per i propri figli: la salute, che avessero la possibilità di studiare, che indossassero abiti belli e possibilmente alla moda e firmati, che avessero un buon lavoro. Senz’altro tutte cose buone; ma c’era il BENE e c’era il MEGLIO. E la mamma pensava che il meglio per sua figlia fosse che prima di tutto il resto, lei potesse conoscere e amare Gesù, perché solo questo le avrebbe dato la felicità. Niente altro. E del resto quello stesso Gesù un giorno aveva detto: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Ma quello era il tempo in cui nessuno credeva che il MEGLIO fosse conoscere Gesù, perché in effetti non c’era nessuno che lo conoscesse. Quello era il tempo in cui le parole: Dio, Gesù, peccato, demonio, Inferno, Paradiso, erano roba da preti e in nessun modo potevano far parte della vita concreta delle persone.

Quello era il tempo in cui, se in una scuola una maestra avesse osato proporre una poesia del genere ai suoi alunni, sarebbe stata come minimo richiamata all’ordine, perché parlando di eternità avrebbe offeso i non credenti, parlando del Signore avrebbe offeso i musulmani e parlando di madre avrebbe offeso chi, nella nuova modernissima evoluzione del concetto di famiglia, aveva il genitore 1 e il genitore 2.”

Tutto questo, piccola mia, per spiegarti che viviamo in tempi molto difficili e che per noi, per me e per tuo padre, sarà molto dura combattere con il mondo per raggiungere il nostro obiettivo: trasmetterti la Fede. Ma ce la metteremo tutta, te lo prometto.

Perciò spero di non doverti mai chiedere perdono ( a te e a Dio) per non essere stata in grado di adempiere al compito che mi è stato affidato e che io ho accettato nel momento in cui ho chiesto per te il Battesimo.

E sappi che l’unica cosa che mi renderà orgogliosa di te, più di una laurea, più dei successi e di tutti i titoli e gli onori di cui potrai fregiarti davanti al mondo, l’unica cosa sarà vederti vivere con convinzione quella frase… quella frase che io e tuo padre abbiamo scelto per la bomboniera del tuo Battesimo e che nella Bibbia viene pronunciata da una bellissima regina, di cui tu porti il nome:

“ Non mi prostrerò mai davanti a nessuno se non davanti a Te che sei il mio Signore”.