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Archivio Giugno 2016

3 in cielo e 15 qui

27 Giugno 2016 Nessun commento

Rosa, 18 figli (3 in Cielo)e il tempo di scrivere Un libro che è un caso, “Come essere felici con 1, 2, 3,… figli?”. E non solo perché l’autrice, Rosa Pinch-Aguilera Roca, difigli ne ha 18: neanche questo giustifica traduzioni in 14 lingue, ma la pace serafica con cui si affrontano le più trite questioni quotidiane, speculare alla concretezza con cui si parla del Cielo –questo sì. In Italia con una prefazione di Monica Mondodi Paola Belletti–La Croce, sabato 25 giugno 2016A lumache. Sì vanno anche a lumachead certo punto. Rosa e i suoi figli ancoravivi. Questo me l’ha resa subitosimpatica. “Andé a lumaghi!” è un’espressioneche ho imparato da mio papà ed è unmodo garbato per stornare da noi la presenzamolesta di qualche molesto interlocutore.Invece lei va a lumache con i propri figli.Perché il contatto con la natura è importanteed educativo. E alla fine ingaggiareuna gara di velocità tra le chiocciole catturatedopo una giornata di pioggia si rivelaun gioco appassionante e coinvolgente pertutti i bambini e i ragazzi. Forse c’è anchequalche cugino o amico.Rosa è spagnola. È figlia con tanti fratelli, èsposa innamorata, lavora part time nel marketing.E che altro dire? Ha 18 figli.D i c i o t t o figli.E ci ha scritto un libro. Come essere felicicon 1,2,3…figli!Infatti è un manuale. E lo pare davvero nelsusseguirsi dei tanti capitoli, trenta per laprecisione.Almeno lei così lo chiama alla fine, nei salutie ringraziamenti. Che contengono anchedelle scuse in caso avesse con le sue parolee i suoi modi offeso o urtato qualcuno.Ma in che modo potrebbe offendere gli altriquesta donna?Ha sposato un marito che ama. Lavora. Seguei propri figli. Sceglie per loro le scuolemigliori. Fa loro praticare sport e coltivare italenti di ciascuno. Invita amici a casa. Insegnaai suoi bambini ad aiutarsi e ad aiutare.Esce da sola con il coniuge regolarmente.Frequenta amiche ed amici. Prega. Piange,ride.Dorme addirittura.E il suo libro è già un caso. Tradotto in 14lingue, distribuito un po’ ovunque e ora inItalia per i tipi di Itaca è a disposizione deilettori accompagnato dalla prefazione dellagiornalista Monica Mondo.Offende forse per il fatto che ha superatospudoratamente la soglia sopportabile dalcostume diffuso di 3 figli per coppia? Sìperché lo vediamo anche noi che, dai 4 insu, il rischio di sentirsi dire spesso “voi sietebravi”si accompagna con un chiarissimo,per quanto non detto, invito ad autoescludersidalle frequentazioni delle altre famiglie“normali”.O magari ci urta il fatto che nelle circa 160pagine serrate e leggere nelle quali si raccontanon manca mai di dire che quellacosa si fa così e quell’altra cosà?Ma ha ragione! Alcune cose effettivamenteè meglio farle così-e altre cosà. E l’umiltà,che pare tornata di gran moda a sentire igiornali che rilanciano gli inviti reciprocialla sua pratica da parte di politici e managersportivi, non è mostrarsi continuamenteinsicuri su tutti i temi. E non sapere mai dache parte girarsi.A me qualche piccolo scompenso, a dire laverità, lo ha provocato. Perché, ad esempio,mi compiacevo con me stessa per avereiniziato alla nobile arte del rifarsi il letto lemie figlie, tutte e tre, pensate!, all’età disei anni mentre Rosa dichiara candida chesi può benissimo iniziare a farglielo fare daidue in su.Comunque le mie apparecchiano e sparecchiano.Vanno a prendere l’acqua neltenebroso garage quando serve in tavola.Fanno delle piccole spese e commissioniper la famiglia. Cambiano ogni tanto il pannolinoal fratellino, senza dimenticarsi didenunciare che sono vittime di schiavismoe che insomma tocca sempre a loro. Pieganoil bucato asciutto, mi aiutano a caricarela lavastoviglie, accompagnano il papà indiscarica. A votet azzardano ricette con ingredientiinavvicinabili. E litigano per ognicosa, ma va bé, non sottilizziamo troppo.La spesa, loro, la fanno una volta al mesee online. E da quando la crisi picchia duroniente Nesquick a colazione. E le caramellesi comprano solo in casi eccezionali. Compleanni,onomastici, feste. Quindi comunqueabbastanza di frequente.Qualche volta all’anno si riuniscono e si diconol’un l’latro quali aspetti ognuno debbamigliorare di sé. Il marito approfitta per ricordarea Rosa che ha già 15 figli da far cresceree sui quali esercitare l’autorità..E Rosasiriconosce con onestà questa tendenzatroppo accentuata al comando (immaginiamoavesse avuto invece un’indole remissivae dilaniata dai dubbi! Meglio così, va’).Lafiglia quattordicenne dovrebbe sforzarsidi essere più gentile e meno scontrosa. Lamamma, voce narrante e accomodante ilgiusto, ci tiene a sottolineare con tenerezzache lei non è così di natura ma dipendedall’età difficile che sta attraversando. Chebella questa notazione: non è mamma untanto al chilo. Vuole bene a tutti i suoi figliin modo intero e personale.Certo se ne manca uno, di solito, se ne accorgesolo al momento del pasto e non primaperché l’andirivieni durante la mattinatao il pomeriggio si fa intenso. Rosa ama lavita. La
sua innanzitutto. E quella di suo marito,che stima molto.E quella di tutti e 18 i loro figli. E questoamore pare poi allargarsi come la chiazzad’acqua che si rovescerà pure anche a loroa tavola qualche volta! E tocca tutti.Ama Dio, ma ne parla pochissimo. Perché?Perché ha accettato, io credo, di tuffarsifin dentro il fondo più fondo della sua propriavocazione. Il matrimonio cristiano. Ilmatrimonio è una via di santità magnifica e piena di rotture di scatole, invero (come sono sicura sia anche quella della consacrazione),che ha la sua specificità nell’amore mediato.Nella mediatezza dell’amore a Dio. Io amoil Signore attraverso il mio coniuge. Senza scavalcare nessuna delle sue meravigliose caratteristiche. Compresa quella simpatica abitudine di tirare su il caffè quando non è che lo beva ma lo aspira dalla tazzina, accidenti(scusate, piccola incursione personale).Eppure Dio è lì, presente, in corsa con lei,che riesce a pregare mezz’ora al giorno;ed è pronto ad elargire miracoli per i figli malati, come per Lolita alla quale hanno praticato una trasfusione nelle ossa!!(cosa che non avevo mai sentita nemmeno nominare);ed è pronto ad accogliere quelli che muoiono.Ah, sì mi ero scordata di dirvelo. E posso invece farlo serenamente perché lo dice subito Rosa stessa.Tre dei loro 18 figli sono già in Cielo. (E da come lo scrive lei il Cielo è senza dubbio una destinazione reale)I primi tre. A causa di una malformazione cardiaca che ha preso in simpatia la loro stirpe.Non importa quanto si vive, sembra dire Rosa, che non lo dice. Importa perché. Importacon chi. Importa moltissimo per Chi esapere che questa meravigliosa e organizzatissima baraonda che la famiglia Pich si è messa a vivere è solo l’inizio

ne hanno il diritto (riconosciuto!)

26 Giugno 2016 Nessun commento

(di Costanza Miriano ) Ieri davanti al Miur, per difendere i nostri figli.
Per me è stato facile: io e le piccole siamo state fuori di casa un’ora in tutto (c’era un figlio sotto esame da far agitare un po’, per essere certa che la sua ansia non diminuisse troppo). È vero, faceva caldo, ma ho risolto con un patteggiamento: dieci minuti di sole contro tre palline di variegato al cioccolato (il presidio davanti al Miur prevedeva bimbi e zainetti). Ma c’è gente che è venuta da Trieste, Verona, Treviso, Brescia, e chissà quanti altri da dove.

Bambini lattanti, bambini sui passeggini, all’ombra su una panchina, o con qualche grande che teneva loro un giornale in testa. Sfiniti dal caldo, piccoli e grandi (non come noi privilegiati che abitiamo a due chilometri). C’erano nonni, c’erano maestre. Ancora una volta il sacrificio di gente che a spese sue ha attraversato l’Italia per dire che i genitori, anche quelli che non vogliono o non possono permettersi scuole private, hanno il diritto di sapere cosa viene insegnato ai loro figli, e hanno il dovere di intervenire su tutto ciò che è legato all’affettività e alla sessualità. Se noi cattolici imponessimo a tutti che a insegnare educazione sessuale nelle scuole andassero i sacerdoti, che rivoluzione si scatenerebbe? Perché allora ai nostri figli devono essere imposti attivisti lgbt – come avviene sempre più spesso nelle scuole – senza che noi genitori siamo informati di nulla, programmi, temi, contenuti? Senza che ci venga chiesto di firmare il consenso informato come previsto dalla legge sulla buona scuola, di cui le Linee Guida rischiano di dimenticarsi? Perché la preside che si è opposta è stata messa in mora? Perché si nega l’evidenza del fatto che su quei temi sensibili non c’è un’informazione neutra, ma fortemente influenzata dal proprio orientamento? Perché travestire di oggettività e scientificità le teorie lgbt, mentre l’antropologia cattolica sarebbe infondata e oscurantista? Perché, soprattutto, la necessità di plasmare le teste dei nostri bambini, a scuola?

È evidente, il perché: il lavoro che si fa a scuola è molto invasivo e molto fecondo, in grado di spostare le masse. Noi non vogliamo che qualcuno si approfitti del terreno fertile che sono i nostri figli senza esserne informati (come prevede la nota prot. AOODGSIP n.4321 del 6/07/2015): abbiamo il diritto e il dovere di dire la nostra sui nostri figli, e di scegliere noi come educarli. Chiediamo che si rispetti la circolare ministeriale AOODPIT n.1972 del 15/9/2015 che dice “che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo ideologie gender”. Grazie a chi ha attraversato l’Italia, grazie a chi avrebbe voluto ma non ha potuto, grazie a chi ha organizzato, in prima linea Giusi D’Amico, Massimo Gandolfini, Filippo Savarese. Grazie a chi ci sarà la prossima volta, perché noi non abbasseremo la guardia.

“…non di una tata ma di voi!..”

23 Giugno 2016 Nessun commento

“Mamma, papà, non ho bisogno di una tata, ma di voi!”

Orfani di maestri, di chi indica loro il bene e la luce delle cose vere, belle, che durano per sempre: i nostri figli non hanno bisogno di ottime balie ma di

testimoni di vita.

Ero seduta alla scrivania, nel luogo della casa a me riservato per scrivere, leggere, pregare. Mio nipote Giuseppe di cinque anni era intentoo a giocare sulla poltrona con gli scacchi di legno acquistati su una bancarella a Cracovia, durante un pellegrinaggio in Polonia di qualche anno fa. La sua voce delicata che descriveva colloqui immaginari tra la torre e la regina, faceva da sfondo ai miei pensieri mentre correggevo un articolo per il nostro magazine, quando all’improvviso si avvicina e si ferma a guardarmi. Mi giro subito verso di lui domandandogli se avesse fame o sete, quando lui mi chiede: “Zia mi racconti una storia?”. Non è la prima volta. Credo di aver esaurito in questi anni tutte le mie conoscenze letterarie in termini di fiabe e racconti ma so che lui ama sentirsi raccontare di Gesù. E alla fine di ogni episodio della vita del Maestro, anche il più gioioso, spalanca i suoi occhioni su di me e chiede: “Perché hanno ucciso Gesù?”. Non riesce a farsene una ragione, ad ogni crocifisso in casa, si ferma e pone sempre la stessa domanda. Ed io mi ritrovo sempre spiazzata di fronte a quell’interrogativo. Una richiesta che esige una risposta, una risposta che deve contenere una verità, la verità capace di dare senso alla sua tristezza.

I figli vengono al mondo con una insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici. Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte? Hanno bisogno che qualcuno assicuri loro che vale la pena venire al mondo, che vale la pena amare, che vale la pena sacrificarsi perché l’altro cresca e rincorra il Bene, il vero Bene.

“Il ricordo più vivo che ho di [mio padre] era che quando entrava s’inginocchiava in mezzo alla stanza e cominciava: «Padre nostro che sei cieli … ». Lo guardavo e, rispetto a tutti gli altri, mio papà era il re dell’universo; io lo guardavo e capivo che in lui la vita era una saggezza. Aveva uno sguardo sulle cose che tutti i miei professori di università che hanno cercato d’insegnarmi che cosa fosse l’educazione non se lo sognavano neanche. Lui guardava le cose e le conosceva: lo capivi da come si muoveva, da come stava, da come cantava, da come giocava a carte, da come serviva a tavola noi figli e tutti gli amici che sono venuti dopo. Era uno che potevi scommetterci che sapeva le cose, le conosceva, che avrebbe potuto spiegarti che cos’è il bene e che cos’è il male, che cos’è la gioia, che cos’è il dolore, perché si muore, perché si fa fatica, perché bisogna vivere e che cosa ci aspetta alla fine” è Franco Nembrini, scrittore e professore di italiano, figlio di don Giussani, che racconta di suo padre e di come è stato per lui un maestro, un testimone.

E ancora Nina, sorella di papa Giovanni Paolo I: “La mamma è sempre stata un faro per lui. A noi altri il catechismo l’aveva insegnato lei, magari quando ci lavava o ci vestiva al mattino o ci metteva a letto la sera. Ci aveva insegnato così anche tutte le preghiere. Sapeva tutto il catechismo di Pio X a memoria. Era una donna di grande fede. Quando l’Albino entrò in seminario, gli disse queste parole: «Guarda, io sono contenta che tu vai, ma non devi farti riguardo di me, ricordati che sei libero. Se non ti trovi, non star lì a pensare, torna subito a casa. Meglio un bravo ragazzo che un cattivo prete»”.

Chi si è nutrito nella sua famiglia del pane della fede, ha portato nella valigia del tempo, perle preziose per la sua vita. Immagini, parole, fatti capaci di rispondere alle domande di senso che ciascuno si porta nel cuore.
(Giovanna Abbagnara 21 giugno 2016)

un ulivo per Gilberto

19 Giugno 2016 Nessun commento

UN ULIVO PER GILBERTO!

Florida 26/05/2016

Oggi è un giorno speciale: la festa di San Filippo Neri. Abbiamo piantato un albero di ulivo in memoria del nostro caro Gilberto alla Mission “Nombre de Dios” di St. Augustine (FL). Negli ultimi tempi lo abbiamo ricordato molto nelle nostre case americane, anche perché qui nelle fraternità d’America in questi anni sono passati tanti ragazzi e ragazze molto bravi nella musica. Ultimamente le nostre ragazze hanno composto un cd “God is Love” con delle canzoni interamente scritte da loro e registrate tutte in cappella in modo molto semplice, e nel far questo hanno chiesto la sua intercessione. Gilberto ai tempi è stato un pilastro dell’inizio della casa in Florida e ci sta accompagnando tuttora nel cammino. Quella di oggi è la terza pianta che viene piantata in suo ricordo e, siccome lo ricordiamo bene da vivo, non proprio con il pollice verde, anzi bello “nero”, speriamo che stavolta l’ulivo sopravviva!!! Caro Gilberto, ancora dopo 18 anni ci mancano la tua gioia, libertà, amicizia e genialità artistica e musicale.Sei sempre nei nostri cuori: continua a intercedere per tutti noi, proteggi i giovani americani e guidaci nelle nostre fraternità per saper seguire la volontà di Dio e rivestirci della sua Luce!!
Le fraternità della florida
(www.comunitacenacolo.it)

da…amelia a susanna…

13 Giugno 2016 Nessun commento

Passeggiare per un centro commerciale tra un aperitivo e un giro in un negozio d’abbigliamento e poi imbattersi, proprio accanto al bar, in un moderno negozio di cannabis. La commessa vi accoglie con un sorriso. Quale canna preferisci fumarti questa sera? Ce n’è per tutti i gusti: da Clara “la sognatrice” che è “audace, travolgente e meditativa”, oppure Carmela “piccante, impetuosa e sorprendente,” oppure…

Non è uno scherzo, ma una finestra su quella che potrà diventare una triste realtà nel prossimo futuro in Italia. Già, perché “Clara” e “Carmela” sono solo alcune delle tante offerte di cannabis messe sul piatto da “Nativa”, il primo brand italiano per la coltivazione e la vendita dei derivati della canapa, con tanto di sito internet e l’obiettivo dichiarato di iniziare un franchising che porti ad accaparrarsi il ricco mercato italiano di consumatori abituali di marijuana.

Insomma, la legge sulla liberalizzazione delle cosiddette “droghe leggere” non è ancora approdata in aula alla Camera ma già in rete c’è chi scommette che il 2016 sarà l’anno dell’“erba per tutti”. La legge – che porta la prima firma di Roberto Giachetti, candidato sindaco di Roma per il PD e spinta dall’appoggio di un inter gruppo parlamentare formato da più di 100 onorevoli di area
PD-SEL-M5S

approderà per la prima volta in aula il prossimo 27 giugno.

Nel testo base si stabilisce
che i maggiorenni potranno detenere fino a 15 grammi di cannabis (marijuana, hashish ecc.) per uso ricreativo senza alcuna autorizzazione o comunicazione (rimane proibito per i minorenni). Via libera anche all’auto coltivazione, anche in forma associata attraverso la creazione di appositi “cannabis social club”.

Si propone poi l’istituzione di uno specifico Monopolio di Stato della cannabis: sarà possibile dunque acquistare l’erba in negozi dedicati in tutta tranquillità con il bollino e il benestare dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

Con il ddl ancora in Commissione ecco che c’è chi ha già fiutato l’affare e da mesi si sta preparando a buttarsi su questo ricco potenziale mercato di consumatori di droga. Quelli di “Nativa,” cui abbiamo accennato poco sopra, sono certi “che il 2016 sarà l’anno della legalizzazione della marijuana e abbiamo deciso di scommettere su questo,” si legge in un comunicato ufficiale. “Il brand ha deciso di rivolgersi ad un mercato di fatto ancora illegale ma già maturo per recepire suggestioni di marketing e azioni di comunicazione. Una volta che il mercato sarà emerso saranno tante le possibili strade per interfacciarsi con questa opportunità”.

“Nativa,” si legge sul sito, “vuole infatti elevare la marijuana a prodotto di eccellenza che unisce la sapienza indiscussa dei nostri agricoltori ad un know how specifico che l’Italia ha sempre avuto nella coltivazione della cannabis”. Sembra uno scherzo, una parodia, eppure è proprio questo il futuro verso cui l’Italia si sta dirigendo con questa legge, con la marijuana esaltata a prodotto di eccellenza e venduta legalmente in appositi negozi. E se già ora è difficile impedire la diffusione della droga tra i più giovani – il dipartimento politiche anti droga del Governo ha rilevato che nel 2014 quasi 1 studente su 4 ha dichiarato di aver assunto cannabis almeno una volta nel corso dell’anno precedente – cosa succederà quando ne verrà liberalizzata la coltivazione e la vendita?

Sul sito di “Nativa” è tutto pronto per l’inizio di un redditizio franchising e già da qualche mese si raccolgono le richieste di affiliazione. Tutto è studiato fino al minimo dettaglio: “La proposta di franchising Nativa prevede il coinvolgimento di una persona innamorata della cannabis e conoscitrice delle tante varietà che caratterizzano questa pianta,” si spiega nella propossta di franchising che punta all’apertura di “store monomarca aperti nelle principali città italiane”.

Già i punti vendita. “L’apertura avverrà solo in luoghi mirati: vie centrali e commerciali in capoluoghi di provincia selezionati. Il contratto di franchising può prevedere un’esclusiva per zona o per l’intera città in base al bacino d’utenza. Nativa,” si legge sul sito, “attraverso una comunicazione elegante e pulita, ha come obiettivo quello di creare un collegamento emozionale con i suoi prodotti così come Eataly è riuscita a fare con i prodotti di natura agricola. Tutto ciò giocando d’anticipo e proponendo una strategia di comunicazione principalmente social e quindi sostenibile ed efficace se ben pianificata.”

Nonostante quelli di “Nativa” chiariscano che “scopo di questo sito non è quello di indurre i visitatori ad attività contrarie alla legge vigente o di creare situazioni di proselitismo,” e che “la coltivazione e il possesso di cannabis in Italia sono illegali salvo specifica autorizzazione,” tutto sembra è già pronto: dal sito internet, elegante e pulito, è possibile scaricare il brand book, con il logo “Nativa” disponibile in vari formati grafici, il progetto di uno store di cannabis e le etichette in formato immagine dei diversi prodotti già pronte per essere stampate ed affisse al bancone del punto vendita.

Si va da “Amelia” “Solare, socievole e vulcanica, l’amica ideale con cui potrai affrontare le giornate più impegnative” fino a “Susanna” che “ti solleva tra le sue braccia e trasporta la tua mente e il tuo corpo in un lungo, felice e placido viaggio,” per non parlare di “Bianca” “cerebrale, socievole e pacata, l’amica ideale con cui accoccolarsi sul divano e perdersi in filosofiche conversazioni da solo o in compagnia dei tuoi amici più cari”.

Dovremmo dunque ringraziare i creatori di “Nativa”: grazie a loro possiamo avere un’idea molto concreta del futuro prossimo verso cui ci stiamo dirigendo se questa legge non verrà fermata al più presto e chiederci se siamo disposti a permettere che, dopo la distruzione della famiglia, il Parlamento incoraggi anche la distruzione delle menti di tanti giovani italiani attraverso la promozione del consumo di droga. (lanuovabq.it andrea lavelli)

“Il valore di un uomo…..

12 Giugno 2016 Nessun commento

Il valore di un uomo si misura dalla sua disponibilità a pagare caro per ciò in cui crede, a sacrificare la rispettabilità sociale per rendere testimonianza a qualcosa di più grande, che è ciò che lo definisce più profondamente e che gli conferisce identità. Il giorno della sua vita in cui Muhammad Alì, nato Cassius Clay, ha maggiormente dimostrato il suo valore non è stato quello della prima conquista del titolo mondiale dei pesi massimi nel 1964, e nemmeno quello della riconquista del titolo contro George Foreman a Kinshasa nel 1974. No, quel giorno è stato il 28 aprile 1967, quando dichiarò pubblicamente la sua indisponibilità a rispondere alla chiamata alle armi per svolgere il servizio militare in Vietnam, dove da tempo era in atto l’escalation dell’impegno Usa a fianco del governo di Saigon.
Quel giorno il boxeur di Louisville mise sulla bilancia della coscienza da una parte le prospettive di una carriera pugilistica di successo, di una vita senza problemi economici, anzi benedetta dalla prosperità materiale e dagli onori, e dall’altra la vocazione umana a fare la scelta giusta fra il giusto e lo sbagliato, il bene e il male, quel che è buono e quel che è cattivo. Scelse di fare la scelta giusta, o comunque la scelta che la coscienza gli dettava, e la giustificò pronunciando parole dalle quali non si poteva tornare indietro.
Parole con le quali non è necessario essere completamente d’accordo, ma che contengono un nucleo col quale non si può non essere d’accordo:
«No, non andrò a diecimila miglia da casa per aiutare a bruciare e assassinare un’altra nazione povera solo per conservare la dominazione dei padroni bianchi sui popoli di pelle scura in tutto il mondo. (…) Mi hanno avvertito che prendere questa posizione metterà a rischio il mio prestigio e potrebbe farmi perdere milioni di dollari che guadagnerei come campione di boxe. Ma non disonorerò la mia religione, la mia gente e me stesso per diventare uno strumento per la riduzione in schiavitù di coloro che stanno combattendo per la giustizia, la libertà e l’uguaglianza per sé».
Muhammad Alì caricava la sua obiezione di coscienza di connotati politici radicali e alludeva all’islam, la religione di cui si dichiarava un convertito, ma la sua opzione fa venire piuttosto in mente una famosa citazione evangelica: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc, 8,36). Alì pagò quel gesto con una squalifica che lo tenne lontano dai ring per quattro anni, gli fece perdere il titolo e i milioni di dollari che avrebbe potuto guadagnare nei migliori anni della sua carriera (aveva in quel momento 25 anni). Evitò il carcere, ma quando fece la sua dichiarazione non poteva esserne certo. Avrebbe potuto scendere a patti con la sua coscienza, avrebbe potuto contare sul fatto che la fama gli avrebbe garantito un trattamento di favore una volta giunto nel Sud-Est asiatico. Nessuna star dello sport americana è morta nella guerra del Vietnam, tranne il promettente giocatore di football americano Bob Kalsu, guardia dei Buffalo Bills, che volle rispondere alla chiamata alle armi pur potendola evitare.
Negli anni Cinquanta Elvis Presley sfruttò la leva obbligatoria, che avrebbe potuto evitare facendosi assegnare ai servizi speciali, per rifarsi l’immagine: leader religiosi e associazioni di genitori lo vedevano come fumo negli occhi, per la sua musica e soprattutto per i suoi ancheggiamenti peccaminosi; con il servizio militare, reso nei primi anni della Guerra fredda, conquistò l’unanime accettazione da parte di tutti gli strati sociali e generazionali. Muhammad Alì avrebbe potuto fare la stessa cosa, e invece scelse la strada che polarizzava ancora di più la società americana e approfondiva la controversia intorno alla sua figura pubblica. Perché c’era qualcosa di più importante della tranquillità e della pace borghese da preservare. C’era il dovere verso Dio, verso il popolo e verso se stesso: questi vengono prima di tutto il resto perché sono fondanti della persona. Se si mettono in secondo piano, la persona viene ridotta al ruolo sociale, economico, ecc. che il potere gli ha assegnato: cessa di essere persona, diventa strumento, soggetto alienato.
La condizione per non perdere la propria anima è dire di “no” quando la propria coscienza impone di dirlo e accettare di pagare il prezzo della lealtà verso la verità e verso se stessi. La società dovrebbe riconoscere questa possibilità di libertà dell’essere umano anche come diritto legale. Papa Francesco a più riprese ha difeso il diritto all’obiezione di coscienza per i medici nei confronti dell’aborto e dell’eutanasia legali e per i pubblici ufficiali nei riguardi dei matrimoni fra persone dello stesso sesso. Nell’intervista dell’aprile scorso a La Croix ha definito il rifiuto a compiere questi atti resi legali da leggi introdotte in molti paesi del mondo negli ultimi decenni come un «diritto umano» e «critiche che lo Stato deve accettare». Probabilmente queste dichiarazioni serviranno solo a consolidare lo status di Bergoglio come il papa più elogiato a parole e meno seguito nei fatti dai cattolici negli ultimi cento anni. Che si tratti della difesa del creato o dell’accoglienza dei migranti, della misericordia verso i peccatori o dell’impegno per la giustizia sociale, le provocazioni profetiche del pontefice, che a volte sembrano spingersi fino ai confini della disobbedienza civile, suscitano professioni di consenso costanti e a volte entusiastiche. Ma generalmente ad esse seguono solo azioni misurate e circoscritte, sempre molto attente a non correre il rischio dell’accusa di violare la legalità formale. Difficilmente l’appello riguardante il diritto alla pubblica critica e all’obiezione di coscienza sui temi della vita e della famiglia avrà un destino differente. Eppure la congiuntura storica, anzi epocale, richiederebbe da parte dei cattolici e di tutti gli uomini di buona volontà che ascoltano la voce della coscienza un protagonismo politico e civile che nella disobbedienza civile e nella rivendicazione dell’obiezione di coscienza individui due strumenti strategici della nuova presenza pubblica dei credenti. In un contesto generale in cui la democrazia viene sempre più svuotata di contenuto, la propaganda del pensiero unico diventa sempre più pervasiva e le pressioni per confinare la fede alla sfera privata sempre più insistenti, obiezione di coscienza e disobbedienza civile rappresenterebbero un grande servizio reso alla società, alla Chiesa e soprattutto all’educazione delle giovani generazioni. Perché, come si sa, il buon esempio è sempre la pedagogia più convincente. E in una società dove le possibilità di offrire un’educazione scolastica libera dal conformismo culturale vigente saranno sempre più ridotte – presto anche le scuole cattoliche saranno obbligate a insegnare contenuti contrari alla fede cristiana e alla legge naturale – mentre l’educazione familiare si trova a fare i conti con la gigantesca pressione della società consumista, solo l’esempio di uomini e donne capaci di sacrificio e di andare contro l’opinione (manipolata) della maggioranza potrà attirare l’attenzione dei più giovani. Attenzione non significa necessariamente attrazione o ammirazione, potrebbe anche accompagnarsi ad ostilità. L’importante è vincere l’indifferenza, l’ostilità implica comunque il confronto, e tutti abbiamo fatto l’esperienza di un conoscente o un amico che si scontrava animosamente con noi, e che alla fine è venuto sulle nostre posizioni quando le ha riconosciute vere. Senza un po’ di virilità da parte nostra non sarebbe accaduto.
Questo rimanda a un altro motivo per il quale la disobbedienza civile e campagne per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza sono importanti: c’è il rischio che il sentimento della misericordia sia inteso solo nel suo versante femminile, quello dell’accoglienza e dell’accettazione dell’altro col suo limite, e non anche in quello maschile, che consiste nel richiamo a compiere il dovere e a impegnarsi attivamente a realizzare il bene in precedenza fallito (“Va’ e non peccare più”, come dice Cristo all’adultera perdonata). L’essere umano ha bisogno di amore in due forme fra loro complementari: l’accudimento e l’accettazione da una parte, il richiamo al principio di realtà e alla legge dall’altra, cioè il materno e il paterno come Sigmund Freud li ha evidenziati. La disobbedienza e l’obiezione di coscienza rimandano alla dimensione maschile della testimonianza, quella oggi più indebolita dalla maternizzazione della società. Non è un caso che tutti coloro che promettono agli esseri umani l’esaudimento dei loro capricci, l’accettazione di tutte le loro debolezze e un sentimentale abbraccio che esige la sottomissione a una (simbolica) madre soffocante, non è un caso che tutti costoro siano contrari alla disobbedienza civile e all’obiezione di coscienza, e più in generale siano contrari a gesti di responsabilità pubblica come i Family Day.
Infine, lottare per arrivare al riconoscimento dell’obiezione di coscienza di fronte alle leggi ingiuste e immorali che il potere si prepara a sfornare per infantilizzare gli esseri umani è importantissimo per evitare che i contenuti dell’obiezione vengano nel tempo declassati a disvalori. Mi spiego: le ricorrenti proteste contro l’obiezione di coscienza dei medici che non intendono praticare interruzioni di gravidanza prende come pretesto eventuali “disservizi” dovuti al gran numero di obiettori. Ma è un pretesto: si vuole mettere all’angolo l’obiezione per fare passare l’idea che atto morale è praticare un aborto alla donna che lo richiede, mentre negarglielo è un atto immorale, perché rappresenta il rifiuto di rispondere al bisogno di una persona. Negare il diritto all’obiezione di coscienza al medico che rifiuterà di praticare un’eutanasia, al sindaco che rifiuterà di celebrare un matrimonio omosessuale o alla famiglia che chiederà l’esenzione per il figlio dalle lezioni di educazione gender nelle scuole è funzionale a negare legittimità politica e morale alla posizione di chi è contrario all’eutanasia, al matrimonio omosessuale, alla gendercrazia. Si vuole imporre gradualmente l’idea che queste cose sono buone, che tutti devono accettarle come buone e che chi non le accetta è un incivile. Come ha scritto l’Arcigay di Torino per stigmatizzare il comportamento di un impiegato che non avrebbe riconosciuto il diritto di una coppia di lesbiche a essere iscritte come famiglia nella graduatoria per le case popolari, chi vorrebbe fare obiezione di coscienza in questi casi «ha la coscienza sporca». Nessuno deve permettersi di denigrare così chi dissente dal pensiero dominante. Ma se non ci si muove ora, presto potrebbe essere troppo tardi.
@RodolfoCasadei

buon compleanno, Filippo!

4 Giugno 2016 Nessun commento

Bambino mio,

che per volontà di Dio resterai sempre bambino! questo mi commuove e mi solleva, perché uno spirito puro e delicato come il tuo farebbe fatica in questo mondo così strano e contraddittorio e difficile.

Bambino mio, che sei così presente che l’altro giorno, in macchina, ho dovuto girarmi e guardare al tuo posto vuoto per essere sicura che non fossi lì con noi anche fisicamente.

Bambino mio, che avevi sempre quell’aria da folletto, l’aria di uno che ha capito le cose importanti, che la sa lunga, e che sorride dell’affanno di chi gli sta intorno.

Bambino mio, che manchi, ma poi ci sei in un modo tuo tutto speciale, come è sempre stato, e più ci penso e più capisco che davvero non eri fatto per questa vita, ma per una vita più grande e più bella, più vita.

Bambino mio, che mi hai messo una tale sete di paradiso che non faccio che pensare e desiderare la parte bianca della corda.

Bambino mio, che malgrado le mie debolezze e i miei errori e i miei difetti, mi aiuterai a camminare nella giusta direzione, tenendomi per mano, e non mi lascerai sbagliare troppo, così prima o poi staremo di nuovo insieme.

Bambino mio, che mi mancano i tuoi capricci, i tuoi musi, le tue frasi sagge, le tue mani sempre nelle mie, le corse che facevi la mattina appena sveglio, dalla camera al bagno, fingendo di essere Flash, e soprattutto lo sguardo e il sorriso che avevi in quei momenti.

Bambino mio, che sta iniziando l’estate, e tu in Paradiso non soffrirai il caldo, e ti vedo, con la maglietta corta e la bandana bagnata in testa, che ti passi il dorso della mano sulla fronte, e sbuffi, ma è solo per provocarmi, perché, ammettilo, aveva ragione la tua mamma, in Paradiso si sta veramente bene.

Tanti auguri, bambino mio.

Mamma (Anna Mazzitelli blog PIOVONOMIRACOLI)

storia di un miracolo

4 Giugno 2016 Nessun commento

Storia di un miracolo (prima parte)
Posted by stefanobataloni

Due domeniche fa, quando abbiamo celebrato la memoria del Battesimo di Gesù, durante la messa il buon Don Stefano, come si usa in quella celebrazione, dopo l’introduzione ha asperso tutta l’assemblea con l’acqua benedetta, in ricordo del nostro battesimo.

Francesco, come sempre, era sul tappeto ai piedi dell’ambone insieme agli altri bambini che ancora devono iniziare il catechismo, e che la nostra cara amica Audrey intrattiene durante la liturgia della parola. Anche lui, naturalmente è stato asperso. Subito ho ricordato il suo battesimo e ho ripercorso la sua storia.

Filippo aveva poco più di un anno e mezzo quando ci accorgemmo che Anna era di nuovo incinta. Fu una grande gioia, naturalmente, perché dopo le fatiche per concepire Filippo sembrava che le cose si fossero sistemate e si andava concretizzando il nostro desiderio di una famiglia numerosa.

Per i primi due mesi la gravidanza di Francesco procedette bene, Anna potè lavorare. A maggio (era il 2008) però cominciarono i problemi: in due o tre occasioni comparvero delle emorragie e Anna fu costretta a dei brevi ricoveri in ospedale per tenere sotto controllo la situazione; il bambino stava bene e cresceva, ma qualcosa non andava nella placenta.

Furono periodi con alti e bassi, con momenti di serenità e di gioia per l’arrivo del fratellino di Filippo e con giornate di corse in ospedale e apprensione. Anna si mise definitivamente a riposo.

Nel mese di giugno, sembrava però che la situazione si andasse stabilizzando; verso la fine del mese, il distacco di placenta riscontrato nelle precedenti ecografie si era ridotto e decidemmo di prendere una casa per portare Filippo in vacanza al mare. Ad inizio di luglio ci trasferimmo al Lido di Tarquinia.

I primi giorni furono meravigliosi, la casa era molto comoda, il mare bello e la spiaggia pulita; Filippo giocava serenamente e cresceva a vista d’occhio. Ad appena due anni, in quella casa, tolse il pannolino e cominciò ad usare il suo vasino giallo.

Ma fu solo un attimo. Era il 5 di luglio quando Anna ebbe una nuova importante emorragia. La vicina Tarquinia, grazie a Dio, era dotata di ospedale con reparto di ostetricia. La portai subito al pronto soccorso, lasciando Filippo alla zia Irene che in quei giorni ci aveva raggiunto, e Anna fu subito ricoverata con l’ordine di restare a letto sdraiata. Fu sistemata in una bella camera, con vista sul mare: in quel momento non sapevamo che non avrebbe più rivisto il mare se non dopo molti molti mesi.

Io ricordo che non presi affatto bene quel nuovo ricovero, ero convinto che non fosse nulla di serio, che Anna si stesse preoccupando troppo; volevo vivere serenamente quelle vacanze, senza pensare a problemi della vita, non volevo proprio rinunciare alla comodità e allo svago. Ma la situazione era seria e non me lo consentì, dovevo stare lì, affrontarla.

Nei giorni seguenti, i medici approfondirono il problema, furono eseguite diverse ecografie e l’esito, alla fine, fu molto preoccupante: la placenta di Francesco era in una posizione critica, il rischio di distacco completo era molto serio con possibili complicanze non solo per il bambino ma anche per la mamma.

Furono giorni duri: a tratti sembrava non solo che il nostro secondo figlio potesse non sopravvivere alla gravidanza ma che Anna stessa rischiasse di incorrere in gravi emorragie. Non sapevamo che fare. Passavamo dal terrore alla consapevolezza del fatto che le nostre vite, comunque sono nelle mani di Qualcun altro e che in Lui solo dovevamo riporre la nostra fiducia e poi di nuovo al terrore.

Anna rimase nell’ospedale di Tarquinia per qualche giorno. La mattina, io o la zia Irene, portavamo Filippo a giocare in spiaggia; la sera poi io e lui andavamo a trovare Anna in ospedale. Ora mi rendo conto che iniziammo proprio in quei giorni a far comprendere a Filippo, all’età di appena 2 anni, che nella vita possono esserci difficoltà molto grandi, che esistono gli ospedali dove a volte bisogna per forza andare per affrontare quelle difficoltà ma che non bisogna mai perdere la fiducia e la speranza, perché con l’aiuto di Gesù, ce la si poteva fare.

Non so dire se fummo bravi noi o se Filippo fosse già forte di suo, certamente giovarono i meravigliosi sorrisi che Anna regalava a lui quando la sera lo rincontrava, ma i giorni successivi per Filippo furono sereni, lui era sereno.

Tra me e Anna, invece ci furono lunghe telefonate in cui discutevamo su cosa fare, su come tenere duro e lottare per la vita di Francesco o su come affrontare l’eventualità che lui non ce l’avesse fatta. Le discussioni a tratti furono anche accese, a volte piangevamo, alla fine però ci sentivamo più uniti di prima.

Dopo pochi giorni di ricovero nell’ospedale di Tarquinia, la situazione si chiarì e i medici ci dissero che loro non potevano più far nulla per Anna, che la sua condizione era tale che in caso di grave emorragia non sarebbero stati in grado di aiutarla e di accudire Francesco, avrebbero solo potuto trasferirla d’urgenza in un altro ospedale.

Trovammo quindi la possibilità di un ricovero all’ospedale San Camillo di Roma ma il trasporto da Tarquinia a Roma non era affatto semplice; difficile anche organizzare un trasporto con un’ambulanza dell’ospedale. Con Anna decidemmo che saremmo andati in auto e l’11 di luglio, la feci dimettere e ci incamminammo verso Roma, correndo non pochi rischi.

Il viaggio però andò bene e Anna, nel tardo pomeriggio, entrò nel reparto di ostetricia e ginecologia del San Camillo. Ricordo la sofferenza che provai la sera di quel giorno quando la lasciai lì da sola e dovetti ritornare a Tarquinia da Filippo. Fu in quel giorno che sperimentammo per la prima volta cosa significa non vivere più tutti sotto lo stesso tetto.

La distanza era tale che io e Anna non potevamo vederci spesso, solo alcune volte riuscii a lasciare Filippo con zie o nonne a Tarquinia, ma un pomeriggio lo portai con me e quando ci vide entrare nella sua stanza per Anna fu una festa grande.

Ne avevamo già passate un po’… ma era solo l’inizio.

All’inizio del mese di agosto, ad Anna si ruppero le acque; Francesco era nel sesto mese di gravidanza, 23 settimane dal concepimento. A quel punto il rischio di un parto prematuro e che Francesco non riuscisse a sopravvivere divennero molto seri: io e Anna eravamo molto giù, affaticati dalle difficoltà mentali e fisiche che stavamo affrontando ormai da alcuni mesi; nei nostri cuori, però lentamente sia andava concretizzando la consapevolezza che la vita di nostro figlio non poteva essere nelle nostre mani, che Qualcuno dall’alto ci stava assistendo.

Nei giorni seguenti i medici dell’ospedale percorsero tutte le strade possibili per cercare di portare avanti la gravidanza di Anna, Francesco non poteva nascere in quel momento, i suoi polmoni non avrebbero retto. Servivano altre 4 o 5 settimane affinché le probabilità di Francesco di sopravvivere senza complicazioni dopo il parto potessero essere rassicuranti. Ma a quello stadio della gravidanza, sarebbe servito un miracolo. Eravamo così tanto lontani da un parto in epoca “normale” che i medici consideravano Anna a rischio di “aborto spontaneo” e non, come invece lo vivevamo noi, a rischio di parto prematuro.

Poi, l’11 di agosto Filippo fu ricoverato nello stesso ospedale, nel padiglione di ematologia che era proprio accanto a quello di ostetricia e ginecologia in cui si trovava Anna. Era sera inoltrata quando da quel reparto in cui mi trovavo con Filippo chiamai al telefono Anna per darle notizie di noi. Sapeva che eravamo in ospedale per una sospetta mononucleosi ma poiché la sua condizione era precaria, i medici mi avevano consigliato di non dirle della situazione di Filippo. Fui costretto a mentirle.

La mattina dopo però, aveva saputo già tutto. Ci parlai di nuovo, era serena, aveva tirato fuori tutta la sua forza e il suo coraggio. Sapeva che Dio non ci avrebbe abbandonato.

Dopo sei giorni, Anna entrò in travaglio: Francesco era a 26 settimane e tre giorni di gravidanza.

Francesco è nato il 17 agosto 2008, alle ore 21:44; il suo peso era di 1 kg appena.

Non fu possibile per noi poterlo prendere in braccio, baciarlo, accarezzarlo, era ben diverso da Filippo che alla nascita pesava quasi quattro volte tanto e aveva una pelle liscia e colorita. Appena venuto alla luce, giusto il tempo di recidere il cordone ombelicale, fu subito preso in cura dalle ostetriche per essere portato nel reparto di terapia intensiva neonatale.

In quei momenti io e Anna non riuscimmo a trovare molte parole per esprimere quello che provavamo, erano trascorsi solo sei giorni dal momento in cui ci dissero che Filippo, ad appena 2 anni aveva contratto il cancro. In una settimana, il corso delle nostre vite era stato completamente stravolto.

Dopo circa mezz’ora dal parto Anna fu trasferita in una saletta, in attesa che potesse essere portata in reparto. Restò lì per un po’ e nel frattempo mi fu chiesto se volevo vedere il bambino. Un’infermiera mi accompagò in una delle stanzette della TIN. Lì trovai mio figlio: era davvero molto piccolo, sembrava molto fragile. Era avvolto in un lenzuolino celeste e aveva un berrettino rosso in testa. Per farlo respirare gli avevano messo un tubo nella bocca. Dei cavi elettrici uscivano da quel fagottino diretti verso un apparecchio che non smetteva mai di suonare. Provai gioia per quel dono meraviglioso che avevo ricevuto ma anche grande preoccupazione.

Parlai con i medici e gli infermieri che erano intorno a Francesco, dai loro volti traspariva consapevolezza e compassione per la gravità della situazione, avevano l’espressione di chi vorrebbe essere rassicurante ma che invece deve trattenersi a forza per non comunicare false speranze; un volto che vorrebbe versare lacrime ma che deve sforzarsi di rimanere distaccato e professionale. In quel momento non sapevo che nel futuro avrei rivisto tante volte quelle espressioni sul volto di un medico.

La dottoressa che era di turno in reparto mi diede poi un’altra brutta notizia: Francesco non sarebbe potuto rimanere lì perché non c’era posto per lui; appena possibile, sarebbe stato trasferito in un altro reparto di terapia intensiva neonatale, stavano infatti aspettando che un’ambulanza fosse pronta a trasportarlo.

Mi spiegarono che il suo problema principale erano i polmoni poiché non erano ancora sufficientemente sviluppati per farlo respirare autonomamente, che per il suo grado di prematurità si sarebbero potute presentare molte complicazioni, alcune piuttosto gravi. In quel momento il suo sangue non era abbastanza ossigenato e questo poteva creare difficoltà a molti organi, a partire dal cervello. L’apparecchio a cui arrivavano i cavi elettrici che uscivano da sotto il lenzuolino suonava continuamente e c’erano dei numeri sul suo display che lampeggiavano; la dottoressa mi spiegò che quell’apparecchio misurava proprio la percentuale di ossigeno nel sangue. In un bambino sano quella percentuale ha un valore che non scende quasi mai sotto il 98%, per Francesco in quei momenti, invece, non saliva oltre l’85%, per questo l’apparecchio mandava un allarme continuo. Mi dissero che non era possibile fare previsioni per il futuro: per il momento, tutto dipendeva da come il bambino avrebbe superato i primi giorni di vita e in ogni caso sarebbe potuto rimanere in terapia intensiva per molto tempo.

Scattai una fotografia a Francesco e tornai da Anna, che era ancora nel blocco parto, sullo stesso piano della TIN. Le raccontai tutto quello che mi avevano detto i medici ma lei non volle vedere la fotografia.

Ci stringemmo la mano e pregammo.

Poi Anna mi guardò e mi disse: “Torna di là e battezzalo”. Io rimasi colpito dalla sua frase ma intuii subito che quella era davvero la cosa più urgente da fare, che non c’era tempo da perdere. Io non avevo proprio idea di cosa e di come fare ma lei mi diede le indicazioni e mi rassicurò. Tornai quindi da Francesco che ormai era stato portato nelle sale più interne della TIN per essere tenuto sotto stretto controllo e domandai ad un’infermiera se potevo vederlo, ma mi disse che al momento non era possibile. Le dissi allora che avremmo voluto battezzarlo e l’infermiera non sembrò affatto sorpresa: evidentemente la mia non era una richiesta così infrequente. Mi disse che ci avrebbero pensato loro, che sapevano come fare.

Francesco fu battezzato quella sera, da un angelo che si prese cura di lui, che per volontà nostra, in nome di Dio, fece sì che anche lui ricevette il dono della vita eterna.

Quella notte Francesco fu portato all’ospedale San Filippo Neri di Roma, mai nome di un santo avrebbe potuto esserci più familiare! Prendemmo la cosa come un buon segno. Anna fu portata nel suo reparto di ostetricia, mentre io tornai in quello di ematologia da Filippo per trascorrere con lui la notte. Filippo era ancora piccolo ma quando arrivai da lui gli spiegai che ora aveva un fratellino ma che non stava tanto bene e doveva anche lui restare in ospedale per un po’ di tempo; gli dissi anche che avremmo dovuto pregare tanto per lui. Filippo mi disse che era felice e che avrebbe voluto vedere presto il suo fratellino.

Francesco rimase ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale del San Filippo Neri fino all’11 dicembre di quell’anno. In quei quasi 4 mesi è stato intubato e collegato ad un macchinario per aiutarlo a respirare per quasi 40 giorni. Ha rischiato di avere gravi infezioni, ha avuto bisogno di trasfusioni, ma grazie a Dio non ha avuto nessuna di quelle gravi complicazioni che sono frequenti nei bambini prematuri. Io e Anna potevamo vederlo ogni giorno soltanto per poco più di un’ora, nel pomeriggio, per portargli quel po’ di latte che Anna riusciva a tirarsi quando era a casa, ma lui non era un gran mangione… uscì dall’ospedale che pesava circa 2 chili e 200 grammi.

Uscito dal San Filippo Neri, Francesco tornò a casa ma vi restò solo pochi giorni poiché fu di nuovo ricoverato in ospedale, stavolta nello stesso ospedale dove era seguito Filippo e dove io e lui, proprio in quei giorni, ci trovavamo per un ciclo di chemioterapia: la nostra casa era l’ospedale. Io e Filippo eravamo nel reparto di ematologia pediatrica e Anna e Francesco in quello di chirurgia pediatrica: stesso piano, due ali opposte dell’edificio. Ma il pomeriggio del 24 dicembre 2008 fummo dimessi e trascorremmo un Natale meraviglioso tutti insieme.


Sono passati 7 anni. Qualche sera fa io e Francesco eravamo in auto, lui aveva appena terminato il suo allenamento di judo ed era seduto accanto a me; mangiava delle patatine, aveva indosso la giacca e il berretto che erano di Filippo e ascoltava attento la fiaba del Piccolo Principe: ecco, in quel momento, ho visto con i miei occhi che un miracolo si era compiuto.(dal blog “piovono miracoli” di Anna Mazzitelli))

amare non è = usare

3 Giugno 2016 Nessun commento

Karen Perez, quindicenne americana di South Houston. Violentata e strangolata ieri per essersi sottratta a un rapporto sessuale con il fidanzatino. Prima di lei Sara di Pietrantonio, 22enne romana. Bruciata viva domenica scorsa dall’ex fidanzato. Impazzito quando ha saputo che frequentava un altro ragazzo ha preferito vederla morta piuttosto che viva ma lontana da lui.

Ovviamente i casi si ripetono così, come un ritornello martellante dell’allarme “femminicidio”, il male dei mali causato dalla natura, giudicata di per sé violenta, del maschio. Eppure la retorica in voga non spiega molte cose. Come ad esempio il fatto che tante vittime tendano a cercare “uomini da salvare” per esercitare una sorta di dominio pericoloso. Lo spiega bene lo psichiatra Alessandro Meluzzi nel suo libro “Il maschio fragile”, ricordando inoltre che gli abusi poco riportati dai giornali riguardano anche gli uomini e che «il problema è la coppia» e non l’uomo soltanto.

Inoltre, «alla base di questo tipo di raptus, entrano in gioco fattori che non si possono racchiudere soltanto nella sfera delle psicopatologie. Quale il ruolo della società in questi casi?». Secondo lo psichiatra il divorzio, l’aborto, il gender che predicano la fluidità e l’incertezza dei rapporti, ponendo l’uomo in un perenne timore dell’abbandono, producono disturbi che generano sindromi da attaccamento morboso. Ma, soprattutto, mentre un tempo «la creazione della famiglia andava al di là della ricerca della felicità dei singoli», il problema diffuso oggi è che «la coppia si basa sull’idea un po’ maniacale che quella persona debba essere la fonte di ogni mia felicità», intesa però mondanamente, come soddisfazione momentanea.

La felicità reale, infatti, è inseparabile dal sacrificio. Per questo Meluzzi afferma che occorre superare l’egoismo, aggiungendo senza vergogna che è possibile farlo davvero solo con il Dio che si è voluto eliminare dall’orizzonte moderno, motivo per cui «una famiglia e una coppia in cui Dio non è al primo posto non avrà mai niente a posto».

Il Dio Crocifisso, infatti, mostra che l’amore per diventare vero chiede la morte dell’ego. E che se non accetti di morire non è che non muori, ma non puoi risorgere. Non puoi ottenere l’eternità. É il paradosso della vita: chi la trattiene la perde, chi la vuole possedere la rovina. E questo vale per ogni uomo. Quando nasce un sentimento per una persona c’è un solo modo di rovinarlo facendolo scadere a un livello asfissiante: fermarsi a quello e piegare l’altro al proprio progetto, anziché combattere perché si elevi in amore.

Solo che per ottenere questo occorre volere che l’amato si realizzi dando se stessi per la sua felicità a costo di rimetterci il cuore. A costo che il cuore si spezzi sanguinando di un bene fecondo. È sempre questo che insegna il Vangelo di Gesù: «Non c’è amore più grande di dare la vita per i propri amici». E non è che i cristiani siano masochisti. Non è che Cristo è venuto a ricordarci che la croce è la condizione necessaria per ottenere o costruire il bello e il vero, perché è un Dio “pesante” e cattivo. Infatti, dopo aver accettato di donare la vita a suo discapito, è risorto e desidera lo stesso per noi, non volendo lasciarci marcire nella meschinità dei nostri piani, non volendo farci morire per sempre.

Lo spiega bene don Luigi Giussani che spesso sottolineava che per amare una persona occorre innanzitutto amare la sua vocazione. Ossia ciò a cui Dio la chiama, nel sacrificio quotidiano di


non usare l’altro per soddisfare i nostri piccoli desideri.

Eppure la nostra società, spesso anche quella cristiana, non distingue più l’amore dal mero istinto di possesso, accettando il “tutto è lecito” del mondo, per poi urlare allo scandalo quando accadono episodi di violenza brutale come quello che ha tolto la vita a Karen e Sara. Episodi che dimostrano l’illusione di una felicità che si compie nel possesso dell’altro, come un idolo che può farci felici e che invece produce una perenne frustrazione incapace di rispondere a pieno. Sempre don Giussani agli esercizi della fraternità di Cl, nel 1996, spiegò che «la cosa è così bella» e «sembra lì a portata di mano» ed è «così giusta» che «Dio mio come diventa difficile!». Ma è proprio lì che «occorre veramente desiderare il destino dell’altro», quello «a cui il Signore ha chiamato». Non è semplice, «cioè è una cosa semplice, ma non è una cosa facile: è morire, è morire!». Eppure, senza questa morte momentanea, resta solo la violenza eterna. Al contrario, si riceve cento volte tanto.