Archivio

Archivio Luglio 2016

adeguarci??

29 Luglio 2016 Nessun commento


“La società ci costringe ad adeguarci”

L’ho sentito stamattina alla radio, detta da una autorevole commentatrice durante un’intervista.

Costringe?

Che è questa società, che ci schiavizza? Che ci fa “adeguare”? O siamo liberi, o siamo schiavi di questo mostro senza volto. Chi la fa, la società? Chi la dirige? Chi cospira contro di noi, dunque? Chi mi associa a ciò che non voglio, decide in mia vece, così violentemente da non lasciarmi scampo?

Oppure quello che ci manca è solo la consapevolezza di essere liberi, perché liberati?
Solo se c’è qualcosa, Qualcuno più in alto dell’imposizione umana, che garantisce per noi, che ci salva, allora quella liberazione viene, è già qui.
E niente e nessuno può costringermi ad adeguarmi.
————————
Adeguarci
LUG 25
Pubblicato da Berlicche

I pazzi siete voi

27 Luglio 2016 Nessun commento

I pazzi siete voi
by Berlicche
———————————————————–

“Ma io non ci sto più” gridò lo sposo e poi,
Tutti pensarono dietro ai cappelli,
Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto…
“Alice”, F. DeGregori

Nel paradiso dei lavoratori, l’Unione Sovietica, chi pensava che ci fosse qualcosa che non andava nella società era chiaramente un pazzo. Niente può andare male in paradiso. Per questo tanti dissidenti furono internati in manicomio.

Nella nostra società moderna, per gli psicologi il pazzo non è chi crede a qualcosa differente dall’evidente realtà; è chi non crede a quanto dicono gli psicologi. Così è un pazzo chi ammazza ragazzini sparando loro addosso, ma se si serve di un aspiratore mentre sono ancora dentro la madre il folle è chi tenta di impedirglielo. Se un uomo ammazza a colpi di coltello dei disabili è pazzo, mentre potrebbe avere giustificazioni se lo facesse a colpi di pillole o togliendo loro acqua e cibo. Tutti i terroristi a quanto pare sono disturbati, non-integrati, instabili: perché se no ucciderebbero tante persone senza scopo? Forse che dovremmo credere a dei pazzi, quando asseriscono di avere dei motivi? Come mai però li definiscono matti, ma sono incapaci di fare altrettanto per i motivi che adducono? Ce ne fosse uno, che dica che l’Islam è follia, che le sure che invocano sono i deliri di un disturbato mentale.

Io credo però che non si tratti di follia. O meglio, che in quella follia ci sia un metodo. Non la chiamerò follia, ma con un nome ancora più antico. Lo chiamerò male.

“E io non credo più, e i pazzi siete voi”…
“Alice”, F. DeGregori

“..sentivo che mi volevano bene..”

23 Luglio 2016 Nessun commento

La mia storia è simile a quella di tanti altri. Vivevo con i miei genitori, sono figlia unica. Tra le scuole medie e le scuole superiori sono cominciate le prime difficoltà. Avevo una compagnia di amici che frequentavo, nel mio gruppo diversi ragazzi fumavano le canne ma non mi era mai interessato. Il primo contatto con le sostanze è arrivato per me a 14 anni attraverso il mio ragazzo. Anche lui aveva la mia età ma già grossi problemi di tossicodipendenza. Il mio primo tiro l’ho preso molto alla leggera, ho sottovalutato la cosa, mi sentivo tranquilla e non avevo particolari paure… Stare insieme a lui all’inizio mi sembrava la cosa più bella che potesse capitarmi, i primi mesi insieme sono stati un sogno. Poi è stato invece un rapporto sempre in discesa, a caduta libera. So che ho iniziato a causa del mio ragazzo, ma non voglio assolutamente colpevolizzarlo. Lui era già molto affaticato dalla sua vita, io dalla mia, abbiamo avuto solo la sfortuna di intrecciare le nostre sofferenze.

Mio papà non condivideva questa relazione e mi aveva posto il divieto assoluto di stare con lui, questo ci ha irrimediabilmente allontanati. A 15 anni ero ancora consumatrice occasionale. Avevo ben chiaro cosa fossero le sostanze, anche perché trascorrevo tutti i miei pomeriggi con il mio ragazzo che non faceva altro che fumare eroina. Però pensavo ancora all’eroina come la droga del “tossico” con la siringa al braccio e che viveva in strada, quindi finché non vedevo il mio ragazzo iniettarsela in vena mi sembrava che la situazione potesse essere diversa e sotto controllo. E nonostante tutto io continuavo ad avere una vita regolare, andavo a scuola, studiavo. Ho sentito che qualcosa stava cambiando dopo la terza superiore, un momento per me traumatico. Ho avuto un crollo, a livello affettivo mi sentivo completamente dipendente dal mio ragazzo, avevo escluso dalla nostra vita tutte le nostre amicizie, per me esisteva solo lui. Ho iniziato a sentire un conflitto interiore: volevo cambiare ma non riuscivo. Da qui il passaggio da consumatrice occasionale di cannabis e pasticche a consumatrice giornaliera di eroina.

L’eroina era per me come un rullo che sembrava spianare tutte le emozioni che io da sola non riuscivo a gestire. L’unica a scuola che si era accorta davvero del mio disagio è stata la professoressa di religione. Io ero abbastanza distante da un discorso religioso e con lei non avevo un gran rapporto, ma è stata proprio lei ad indirizzarmi all’Associazione Papa Giovanni XXIII che in quel momento faceva progetti sulle dipendenze anche nella mia scuola.

Dopo le scuole superiori e la maturità è arrivato il mio trasferimento per l’Università. All’università ho avuto altre storie ma continuavo a scegliere ragazzi problematici e investivo molto poco dal punto di vista affettivo. Sceglievo ragazzi così perché la mia autostima era bassa, cercavo persone che non mi giudicassero o sminuissero, perché il confronto con me non fosse troppo impietoso. Per alcuni mesi ho pensato seriamente di smettere con l’eroina. Il problema è che avevo sostituito l’eroina con l’alcol.

Malgrado le mie resistenze continuavo a frequentare il SERT, nonostante il fatto che il mio ragazzo storico fosse uscito dalla comunità senza alcun risultato e insieme ci fossimo ributtati a capofitto nell’eroina. Si era poi aggiunto anche il problema della cocaina, tirata o fumata, che era diventata la compagna delle mie serate. Avevo mollato completamente gli ormeggi, non riuscivo più ad assumermi degli impegni, vivevo solo di bugie e del pensiero di come rimediare i soldi per procurarmi le sostanze, tutto era in funzione di quello. Al SERT abbiamo concordato che l’unica soluzione arrivata a quel punto per me fosse la comunità. Dentro di me avevo capito che dovevo tirarmene fuori, c’era qualcosa nella mia disperazione più totale che nonostante tutto mi richiamava alla vita. Abbiamo scelto una struttura della Papa Giovanni e in quel momento sapevo che avevo iniziato un percorso dal quale non potevo tornare indietro. Mi sono fatta tante domande e a volte ho rimesso anche in discussione questa scelta. La comunità era una specie di tunnel in cui camminavo…ogni tanto mi veniva voglia di tornare indietro, a quello che conoscevo. Per fortuna ho trovato sempre qualcuno che ha continuato a tirarmi in avanti.

In comunità ho sperimentato non solo il mio percorso di recupero terapeutico ma una vera e propria esperienza di amicizia e condivisione.

Se fosse stato solo un freddo programma di recupero, non ce l’avrei fatta. La differenza credo sia stata nell’avere accanto persone che sentivo che mi volevano davvero bene, che mi davano la forza di provarci.

E poi la comunità in cui mi trovo ha una caratteristica particolare: un coro che anima la liturgia. Io che ho sempre amato molto la musica ho trovato nel coro una dimensione nuova dove esprimermi, ed è stato in qualche modo anche uno strumento per avvicinarmi alla fede.

Nella mia storia c’è stato sempre un confine sottile tra indipendenza e solitudine, che mi ha portato all’isolamento e alla sofferenza. Ora invece posso dire che davvero non mi sento più sola. Ho dei progetti, sogno in futuro di farmi una famiglia, ho ricominciato a vivere.
(Silvia Sanchini)

Piera, la tua non è stata una “buona morte”

20 Luglio 2016 Nessun commento

In molti abbiamo visto in rete il video in cui Piera, una malata terminale, racconta della sua decisione di farla finita, perché la sua sofferenza non ha senso: sappiamo che dal suo paese natale, Chirignano in provincia di Venezia, si è recata in una clinica svizzera dove, il 29 novembre scorso, si è suicidata in una clinica specializzata, così come consentito dalla legge elvetica.

Il filmato è all’interno di una campagna a favore dell’eutanasia, promossa dai radicali, e presentata come l’ennesima battaglia sui “nuovi diritti”.

Ma c’è ben poco di nuovo, e certo non ci sono nuovi diritti da rivendicare. Si tratta piuttosto di un problema antichissimo: quello degli aspiranti suicidi, cioè di persone che, per motivi diversissimi – per una malattia, per sofferenza psicologica, per problemi economici, sempre per disperazione – scelgono di porre fine alla propria vita.

Il primo equivoco da sfatare è che darsi la morte sia un nuovo diritto, una libertà “positiva”. Noi abbiamo sempre avuto la libertà di rischiare la vita, di andare in motorino senza casco, di drogarci, di farci del male in qualsiasi modo e anche di ucciderci volontariamente. Mi domando quindi come si faccia a considerare tutto ciò come una novità e un allargamento della libertà personale, solo perché in questo caso qualcuno ti aiuta a farti del male, addirittura a toglierti la vita.

Attraverso l’eutanasia, in realtà, si attua una dinamica ben diversa: la comunità si scarica della responsabilità morale e materiale di aiutare una persona in gravi difficoltà, e gli offre in cambio un incoraggiamento alla morte. Finora di fronte a qualcuno che cercava di uccidersi si è sempre intervenuti per trattenerlo, per impedirgli di compiere il gesto disperato. La coscienza dell’individuo si ribella spontaneamente all’idea che un essere umano muoia nell’indifferenza degli altri.

Abbiamo visto recentemente molti imprenditori che si sono suicidati: la questione è finita sui giornali, e il fatto è stato interpretato giustamente come un problema che interpella e coinvolge tutti, i parenti, gli amici, ma anche la società intera, che non è stata in grado di aiutare queste persone.

Finora aiutare l’aspirante suicida significava aiutarlo a non suicidarsi. Oggi invece può significare che lo si vuole aiutare a morire, e non a vivere. Si sta tentando di trasformare la questione dal punto di vista semantico, per coprire un sostanziale abbandono, incoraggiando una forma di deresponsabilizzazione collettiva.E’ molto più facile aiutare qualcuno a morire piuttosto che a vivere: nel primo caso basta porgergli un bicchiere con la sostanza letale, nel secondo bisogna offrire fratellanza, solidarietà, farsi carico delle sue sofferenze e dei suoi problemi, saper consolare e condividere.

Le sofferenze fisiche non sono il vero problema, in primo luogo perché ormai le cure palliative e le terapie del dolore hanno fatto grandi passi avanti, e sono in grado di alleviare qualunque male fisico. Piuttosto, magari insieme alla malattia e al dolore, c’è la paura, la solitudine, il senso di inutilità e di vuoto, il male dell’anima. Di questi disagi morali è giusto che una comunità solidale sappia farsi carico, anche a livello dei normali rapporti umani. Dire sì all’eutanasia significa rifiutare un aiuto a questo livello, e farne invece una questione burocratica.

Chi difende la cosiddetta “morte dolce” sa che si svolge secondo un rituale preciso e asettico, che si deve compilare un questionario, che c’è un’assistenza specializzata ma senza calore e partecipazione. Si arriva a prescrivere che il bicchiere con la bevanda che contiene il sedativo mortale, debba essere preso dalla persona che si suicida, che deve essere quindi autosufficiente, in grado di bere da sola, perché la responsabilità deve essere totalmente sua.E’ il trionfo di quella grande illusione che viene definita “autodeterminazione”, e che finisce spesso per sfociare nell’abbandono e in un’estrema solitudine. (www.eugeniaroccella.it)
————————————————————————————
P.S. fra poco arriverà la proposta eutanasia anche qui in Italia

L’uomo non è un fungo

11 Luglio 2016 Nessun commento

(vedi blog di Costanza Miriano)

Siamo stati qualche giorno al mare nel basso Lazio. Alla fine della giornata andavo a correre: avevo fortunosamente trovato una chiesa a tre chilometri dalla casa, e andavo a messa correndo (facendo un giro largo): in pantaloncini corti, con una gonna di chiffon avvoltolata nel pugno, per non entrare in chiesa con le cosce nude. Nel tragitto tutte le sere ho incontrato lavoratori che spuntavano alla spicciolata dai campi coltivati. Andavano in bici, sudati, scuri di pelle e nello sguardo, stanchi. Avevo anche un po’ paura di loro, come peraltro di ogni altro uomo che avessi incontrato da sola mezza nuda nella campagna deserta, per cui evitavo di incrociarne lo sguardo, ma quando mi è capitato non ho visto sorrisi amichevoli. Alcuni di loro erano certamente musulmani, molti avevano lunghe barbe nere. Ho provato riconoscenza per loro, e timore e disappunto e tenerezza, e l’ho scritto in un post su facebook che ha scatenato fiumi di stupidaggini e cattiverie e anche insulti. Ecco il post.

Finita la nostra breve vacanza nel golfo di Gaeta, lascio un pensiero riconoscente ai lavoratori stranieri dei campi, quelli che ho incontrato tutte le sere correndo in mezzo alle coltivazioni. Non vi ho salutati perché so che per quelli di voi che sono musulmani una donna poco vestita, come me quando corro, è una poco di buono, e perché eravamo in mezzo al nulla. Ma vi sono grata perché penso che sia grazie a voi se ho potuto mangiare tanta frutta e verdura buonissime e a poco prezzo. Credo che ci sia qualcosa che non va in questo. Voi dovreste avere un lavoro in mezzo alle persone a cui volete bene, e fare il contadino dovrebbe essere un mestiere allettante e remunerativo anche per chi è nato qui. Intanto comunque grazie delle pesche e dei meloni e del basilico e dei cetrioli”.

Sinceramente non mi spiego proprio certe reazioni. Sono certa, per quanto mi riguarda, di non avere nessun sentimento razzista, se per razzismo intendiamo l’idea che qualcuno sia inferiore a qualcun altro per il solo fatto di appartenere a un altro popolo e cultura, indipendentemente dalle sue qualità personali. Sono invece profondamente razzista se con la parola intendiamo la convinzione che ogni uomo è condizionato, oltre che da alcuni elementi biologici da cui non può prescindere, anche dalla sua cultura e, per quanto mi riguarda, soprattutto dalla fede. Credo che questa questione sia centrale ormai. Lo mostra l’ossessione sempre più diffusa in Occidente per il multiculturalmente corretto, e lo dimostra la cautela con cui sia il Papa sia Obama, tanto per dire i due principali, maneggiano la patata bollente della sfida Jihadista nel mondo islamico.

Il multiculturalmente corretto raggiunge livelli demenziali ormai, non si può dire più niente su certe culture – vedi discorso di Ratisbona – senza scatenare levate di scudi e grida isteriche. Vogliamo allora dire che è un bene che ci siano lavoratori provenienti da lontanissimo che vengono sicuramente sottopagati per lavorare i nostri campi, separati dalle famiglie e dalle origini, sottoposti alle (non)regole del lavoro nero, senza tutele, senza più radici, separati dalla loro cultura e da un luogo nel quale vivere serenamente la loro fede? Vogliamo negare che è un peccato che a causa delle nuove modalità di diffusione delle merci e delle mille imposizioni burocratiche dell’Ue è quasi impossibile mantenersi dignitosamente facendo il contadino, ed è difficile anche se si è proprietari delle terre, vivere del loro frutto? (Ci ho fatto diverse inchieste da giornalista del tg3, tra l’altro). Non posso dire dunque che mi dispiace per loro che siano costretti a lavorare qui, e che uno degli elementi di sofferenza per loro è lo sradicamento?

Cosa c’è di offensivo nel dire che l’islam in generale, senza arrivare all’Isis, ha un’idea della donna molto diversa da quella che abbiamo qui in occidente, un’idea che, anche se non è la mia, rispetto in molte sue parti, per quello che ne so? Ma se i miei detrattori me lo ricordano tutti i giorni, che ci sono oltre tutto tanti luoghi in cui le donne non possono parlare, guidare, studiare, e devono essere sottomesse, e non nel senso paolino? È una mia invenzione la poligamia? È una mia invenzione il velo? Sono mia invenzione le storie della atlete di paesi musulmani a cui è stato impedito di correre scoprendo troppo il corpo, donne che magari sono scappate proprio per correre le Olimpiadi? È un fatto che per le strade di Gerusalemme un sacco di uomini abbiano fatto commenti irripetibili (me li hanno tradotti) perché avevo un top che lasciava le spalle scoperte (quando l’ho capito ho rimediato velocemente).

Ora ovviamente sto semplificando, l’Islam è molte cose diverse, si incultura diversamente e ha più correnti al suo interno (tante nordafricane corrono in pantaloncini corti, è vero, ma molte altre non possono), ma io credo che la questione crei un corto circuito nei campioni della tolleranza: tutto ciò che è bianco e maschio e cattolico è cattivo e aggressivo, gli altri sono sempre vittime del nostro imperialismo culturale.

Non è così. Lo scontro culturale è un dato di fatto, l’idea che si possa convivere in modo indolore è falsa e sottilmente cattiva, perché non riconosce il valore dell’appartenenza a qualcosa di diverso, che l’altra persona fatica a lasciare. Ho incontrato la famiglia di profughi siriani portati in Italia dal Papa, mantenuti dal Vaticano in un meraviglioso alloggio nel cuore di Trastevere (in attesa che trovino lavoro); quando ho chiesto se desiderino tornare a casa sono scoppiati a piangere, eppure avevano avuto ciò che neanche nella più sfrenata delle fantasie avevano osato desiderare. Un uomo senza storia non ha futuro, ha detto il padre, mentre la moglie, velata, piangeva.

Cosa c’è dietro questo nostro desiderio di abbandonare la nostra cultura per affrettarci a riconoscere la superiorità delle altre, a tacciare di razzismo ogni affermazione di differenza? Il discorso sarebbe molto ampio e complesso, ma ho la sensazione che l’idea di uomo percepita dal pensiero unico mediatico come auspicabile, come ideale, è quella di qualcuno estremamente flessibile, pronto a spostarsi, senza radici, senza appartenenza, senza cultura e senza fede, e possibilmente anche senza sesso, fluido in tutto, pronto a correre dove le necessità economiche lo ritengono più utile e produttivo, un uomo culturefluid, genderfluid, religionfree. L’uomo Imagine (nessun paese, nessuna religione, nessun possesso). Ce l’hanno venduta come espressione della massima libertà, ma la libertà non è non appartenere a niente e nessuno. La libertà è amare profondamente ed essere amati, appartenere intimamente a una storia, avere radici e cultura e avere l’autonomia di giudicarle, e di trattenere ciò che è buono, ciò che fa per noi.

Perché, la notizia è sempre quella, l’uomo non è Dio, e non può autodeterminarsi in tutto e per tutto. L’uomo non è un fungo che spunta dal nulla dopo una pioggia, anche per il suo figlio prediletto, Gesù, Dio ha scelto che appartenesse a un popolo, che nascesse in un luogo preciso, in un punto esatto della storia, figlio di una serie di generazioni che lo hanno atteso. L’uomo, ogni uomo, non è un grumo di cellule, è un figlio amato, che a differenza dell’animale nasce in una storia fatta anche di cultura, in un luogo preciso, in una catena di vicende, di uomini e donne che lo hanno preceduto e lo hanno portato fin lì. Solo quando si appartiene con certezza a qualcosa si può essere veramente liberi.

“Piove?..cristiani omofobi”!…s’avanza una strana dittatuta

5 Luglio 2016 Nessun commento

martedì 28 giugno 2016

Nell’ultimo periodo sono accaduti alcuni gravi fatti che meritano una attenta riflessione.
Si comincia in Spagna con il card. Antonio Cañizares Llovera il quale in una omelia aveva sottolineato come fosse in atto il tentativo “di imporci una ideologia di genere con leggi inique alle quali non dobbiamo obbedire”. Cañizares aveva anche criticato “l’escalation contro la famiglia da parte di dirigenti politici, aiutati da altri poteri come l’impero gay e certe ideologie femministe”. Sono bastate queste parole perché associazioni del mondo LGBT lo denunciassero penalmente. Per fortuna qualche giorno fa la corte spagnola ha respinto l’accusa, riconoscendo nelle parole del cardinale non “l’odio verso i gay” ma l’espressione della libertà di pensiero.

Dopo l’eccidio del Pulse di Orlando, un club di ritrovo per omosessuali, su Facebook (FB) vengono bloccati i profili di Mario Adinolfi, del Popolo della Famiglia, e di quello del quotidiano “La Croce”. Il Popolo della Famiglia viene costretto ad eliminare il suo logo poiché contiene la scritta “No gender nelle scuole”. Tutto questo avviene perché un gruppo di attivisti LGBT scrivono a FB lamentando il contenuto omofobico di questi profili. Qualche giorno fa, per lo stesso motivo, è stato bloccato anche il profilo FB del prof. Alessandro Benigni.

Infine, qualche giorno fa, l’arcivescovo di Cagliari, mons. Arrigo Miglio, dando credito alle accuse di attivisti LGBT ed alla campagna di stampa all’uopo orchestrata, ha chiesto pubblicamente scusa, a nome suo e della sua diocesi, per le parole proferite in una omelia da don Massimiliano Pusceddu, imponendo a quest’ultimo di non tenere più omelie, di non fare dichiarazioni pubbliche, di oscurare il suo canale YouTube dove venivano pubblicate le sue omelie, per altro molto seguite in tutta Italia. In una parola lo ha zittito.

Come si vede, casi molto spiacevoli poiché evidenziano tentativi di limitazione della espressione della libertà di pensiero e di parola, manifestazione di un regime che si sta insinuando ed imponendo poco alla volta, con una forte accelerazione dopo l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili, senza che la stragrande maggioranza della popolazione se ne renda conto. Questo è solo un pallido assaggio di quello che potrebbe avvenire qualora fosse approvata la legge sul reato di omofobia, la cosiddetta “Scalfarotto” (dal nome del parlamentare che l’ha proposta) come Renzi ha dichiarato solennemente di voler fare.

Con il reato di omofobia approvato, piomberemmo in un regime come quelli comunisti, all’epoca dell’impero sovietico. Viene alla mente il bel film di VON DONNERSMARCK, “Le vite degli altri”, in cui si descrive la vita dei primi anni ’80 nella Germania dell’Est, dove la terribile polizia Stasi aveva il compito di spiare le persone, entrando nella loro vita, manipolarla, controllarla fin nei particolari più insignificanti, perché anche una barzelletta poteva essere motivo di essere classificati come “nemici del socialismo” e, quindi, essere perseguitati.

L’apparato ideologico che sta alla base del reato di omofobia è quello del PENSIERO UNICO, che pone sull’altare la libertà dell’individuo, intesa in senso assoluto; dove ogni distinzione tra “bene” e “male” viene abolito, poiché considerato un non senso. La società è ridotta ad un luogo di conflitti, in cui i diritti del più debole vengono sacrificati all’egoismo del più forte, che non coincide necessariamente con un singolo individuo (la madre che sopprime il suo bambino con l’aborto), ma può identificarsi anche con una lobby, come quella LGBT. Quando cade la distinzione tra “bene” e “male”, non esiste più il crimine, il peccato, ma solo una regolamentazione giuridica di un desiderio che si fa diritto, ad esempio: il bambino non-nato può essere soppresso in nome delle esigenze di realizzazione psicologiche della madre.

L’ideologia del PENSIERO UNICO, come tutte le ideologie, mistifica la realtà; ad essa le sovrappone un suo disegno, talmente edulcorato ed accattivante, da essere considerato la vera realtà. Una “realtà” imposta dal Potere in cui la ragione è bandita, dove il sentimento è tutto, e l’orizzonte coincide con la soddisfazione dei desideri, qui ed ora. Dove le persone vengono mantenute allo stato di perenni bambini, desiderosi sempre e solo del “lecca lecca”, senza memoria del reale e persino di se stessi. Abolita la “ragione delle cose”, nulla consiste in sé, tutto dipende da come noi percepiamo le cose.

Un esempio plastico lo ritroviamo nella intervista data a Repubblica da Niki Vendola a proposito del piccolo Tobia, venuto alla luce grazie all’utero in affitto. Non ho nulla contro Vendola, che rispetto, ma ho profonde obiezioni morali sulla pratica dell’utero in affitto, che considero incivile. In quella intervista, il giornalista fa un quadro estremamente edulcorato del caso, per far sì che appaia come assolutamente normale, in ossequio al mantra del “che male c’è”. Si parla, zuccherosamente, di una famiglia che però è del tutto artificiale: «Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e “la nostra Grande Madre? è la Portatrice. Colei che ha venduto l’ovocita è in realtà la madre biologica. Di certo non può essere la zia di Tobia. Ma occorre fin da subito mettere in chiaro per la coppia omosessuale che la maternità non è qualcosa di biologico, ma solo di sociale. E colei che ha affittato l’utero non può vantare rapporti di parentela con il piccolo, tanto meno essere chiamata “madre?». Poi, questa famiglia artificiale viene addirittura sacralizzata: «Dio, ha detto Papa Francesco , è la mamma che canta la ninna nanna al bambino» dice Vendola per spiegare che il ruolo della madre è sociale e non fissato una volta per tutte dalla natura. Ed infatti aggiunge: «paternità e maternità sono fatte di esperienze e non di Dna. E chiosa: Anche io come Giuseppe (il padre di Gesù, ndr.) sono padre putativo». Una ideologia, come si vede, che sta sostituendo il farlocco con il vero, modificando profondamente anche il linguaggio, chiamando l’aborto “maternità responsabile”; l’utero in affitto “maternità surrogata” o “gestazione per altri”; la donatrice di ovuli la “portatrice”.

Questa ideologia, che appare tanto gentile, in realtà impone oggi di non poter più affermare che il gender esiste; che l’unico matrimonio naturale è tra uomo e donna; che nasciamo biologicamente maschi o femmine, e non fluidi o liquidi, poiché si sarebbe tacciati, o financo accusati, di essere omofobi.
Papa Francesco ci ha giustamente ricordato un aspetto fondamentale della nostra fede: la Misericordia. Sta a noi, però, non ridurre questa dimensione. Infatti, da alcune parti vi è la tendenza a considerare la misericordia come “sganciata” dal suo fondamento, che è la Verità (che ci fa distinguere il bene dal male, il peccato dal peccatore, quest’ultimo bisognoso di Misericordia). Un tale modo di ragionare riduce la misericordia a sentimento. Questa misericordia “ridotta”, proprio quando aspira ad essere più inclusiva (a prescindere, e ad ogni costo), si fa, di fatti, supporto di una cultura che si dice anch’essa inclusiva, poiché, a parole, dice di essere contro ogni discriminazione, ma che in realtà è assolutamente autoritaria, e dunque antidemocratica, proprio perché discrimina ed esclude chi non si allinea con il suo Pensiero Unico Dominante. Questo Pensiero non ammette altra verità che non sia la sua; verità che stabilisce che non esiste la differenza tra bene e male, ma tutto è “liquido” e cangiante, e dunque che ogni espressione della persona, ad esempio quella dell’amore, sia degna di rispetto, non soggetta ad alcuna critica, poiché, altrimenti, sarebbe intrinsecamente “offensiva” e, dunque, sanzionabile con il reato di omofobia. Questa cultura ideologica ha in massimo spregio il cristianesimo poiché esso le ricorda la realtà, la riporta alla ragione, e per questo lo attacca in tutti i modi, come nei casi sopra riportati.

A tal proposito, a Papa Francesco, sull’aereo di ritorno dall’Armenia, a proposito della strage di Orlando, è stata fatta la seguente domanda: “Dopo la strage di Orlando tanti hanno detto che la comunità cristiana ha qualcosa a che fare con l’odio contro queste persone. Lei cosa ne pensa?”. Capite? Dovesse piovere, la colpa sarà sempre dei cristiani, perché fondamentalisti e, per questo, omofobi. A prescindere!

A nulla vale la realtà che Mateen, lo stragista di Orlando, è stato riconosciuto gay al 100% da un suo compagno con il quale ha avuto una relazione omosessuale per circa due mesi, e che sembra abbia fatto la strage per vendetta, perché temeva di essere stato contagiato da HIV, contratto in uno dei suoi promiscui rapporti omosessuali. Eppure, Paola Concia, ex onorevole, e lesbica dichiarata, afferma che “ovviamente ci troviamo dinanzi ad un caso lampante di omofobia interiorizzata”. Cioè, a parere della Concia, la colpa è sempre dei presunti omofobi che riescono a far diventare omofobi persino gli stessi gay.

Questa ideologia, che si fa regime grazie al vessillo del rifiuto di ogni discriminazione, ha un forte potere intimidatorio, anche nei confronti di uomini di Chiesa. Per questo, è ben triste il caso dell’arcivescovo di Cagliari che zittisce il suo parroco, don Massimiliano Pusceddu. Ma la cosa grave è data dal fatto che mentre in Spagna il cardinale Cañizares è stato denunciato penalmente per delle parole effettivamente dette (l’accusa però è stata rigettata dai giudici), in Italia, invece, il sacerdote è stato accusato per delle parole, “i gay devono morire”, mai dette, come si può tranquillamente verificare dalla omelia registrata e salvata da un laico prima che il canale YouTube fosse oscurato per ordine del vescovo (link sotto). Il sacerdote ha semplicemente letto un passo della lettera ai romani di san Paolo. E’ triste rimarcare che quando un padre vede che un figlio è falsamente accusato, la prima cosa che fa non è chiedere scusa pubblicamente e tacitarlo, ma difenderlo, per affermare la verità, pubblicamente. Se oggi, per non dare scandalo sui media, per non suscitare le ira dei “poteri forti” culturali, quelli che dettano le linee del “pensiero unico” e del politicamente corretto, di coloro che ci dicono che cosa possiamo dire e che cosa no, ci asteniamo dalla lettura di san Paolo, cosa ci capiterà domani? Forse che per non incorrere nel rischio di essere accusati di omofobia, saremo portati a non leggere più il passo del vangelo in cui Gesù dice: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi»? Spero proprio che questo mai accada. Abbiamo urgente bisogno di pastori che ci guidino e di indichino chi è la Via, la Verità e la Vita, costi quel che costi, e non di pastori che mettano la “museruola” ai propri figli.

Per questo è bene ricordare le profetiche parole dell’allora card. Ratzinger, quando nel 2005, durante la missa pro eligendo romano pontifice, disse: «Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1)».

Ecco il link del video che è stato eliminato per ordine del vescovo ma che era stato salvato da un laico:

https://www.facebook.com/guido.villa.716/videos/1718735535047548/

Archivio

04/07/2016 A Dacca, nel ristorante Holey Artisan Bakery, nessuna pietà.
27/06/2016 Lettera aperta a tutti i combattenti del Family Day
25/06/2016 L’«abuso della democrazia» (?)
15/06/2016 Lactofilia: che cos’è l’etica di fronte al denaro?
14/06/2016 I mandanti della strage di #Orlando
14/06/2016 Attentato di #Orlando e cordoglio doppiopesista
13/06/2016 Sarah, Cardinale «usque ad effusionem sanguinins»
11/06/2016 E’ #TV2000, altro che nastrini arcobaleno! Sarà #GAYTV?
10/06/2016 TV2000 sdogana l’#omosessualità
09/06/2016 #DefiniamoloGenocidio L’Italia riconosca il genocidio in medio oriente
09/06/2016 Il principio di coerenza dell’impegno sociale cattolico nella Rerum novarum
05/06/2016 Entrare in dialogo con i “demoni” (???)
04/06/2016 L’islam e l’Europa. Franco Cardini e i cattolici di Liberté Politique
04/06/2016 Castelletti: «Io la penso così» – NOI NO!!!
02/06/2016 L’abolizione del peccato
02/06/2016 #Sara, data alle fiamme, non chiamatelo amore
01/06/2016 Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo
01/06/2016 G7: quale mondo stiamo costruendo oggi
31/05/2016 Dichiarazione anticipata di trattamento
27/05/2016 Mons Negri: per stare in piedi, l’Europa deve capire a cosa chiama la realtà
25/05/2016 «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista…»
23/05/2016 Dopo la Cirinnà. Che fare?
22/05/2016 Dopo la Cirinnà. “Il cattolicesimo in politica ridotto all’irrilevanza culturale”
20/05/2016 Mons. #Zuppi dice che #Pannella è stato “uomo onesto” (sic)
20/05/2016 Non sempre «De mortuis nihil nisi bonum»
Autore: Paciolla, Sabino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Il mondo nascosto dietro ad una divisa

4 Luglio 2016 Nessun commento

(don Marco Pozza cappellano carcere—www.sullastradadiemmaus.it)

E’ gente esperta del sottosuolo. Non fosse per la divisa che portano cucita addosso, si direbbe che sono fratelli-gemelli dei minatori: come questi ultimi scavano nella terra alla dannata ricerca delle pepite d’oro che poi affideranno alla maestria dell’artigianato orafo, così gli altri abitano negli scantinati della società – le patrie galere – per andare a recuperare quelle storie dis-graziate e poi affidarle al buon cuore della società cosiddetta civile. Gli agenti della Polizia Penitenziaria pochi li conoscono per davvero, forse per quell’arte anonima che chiede loro di vivere isolati dal mondo parimenti ai condannati dei quali hanno il compito di custodia. Il loro sottosuolo è il carcere, la terra-di-nessuno che loro abitano indossando fieri ed orgogliosi la loro divisa. Per chi l’indossa, la divisa è appartenenza e orgoglio, ali e radici, passione e patimento. E’ un prezzo densissimo da pagare: «Quando guardi un soldato o un poliziotto o un qualsiasi custode del potere – scriveva la giornalista Oriana Fallaci -, non vedi che l’uniforme; da quella passi direttamente al berretto o all’elmetto, saltando il volto e la testa». La divisa è una protezione, certuni giorni è pure una condanna: sembra voler togliere a tutti i costi il volto e la testa di chi la indossa. Eppure, nascoste dietro, ci sono storie di uomini e di donne in tutto e per tutto simili a qualunque altra storia sulla faccia della terra.
A Padova, il vescovo Claudio ha voluto – nella sera d’inizio estate che fa memoria della festa di san Basilide (30 giugno), loro patrono – ridare agli agenti della Polizia Penitenziaria quello sguardo che sovente la divisa preclude loro. Celebrare una messa giubilare in loro compagnia è stato un fare memoria della convinzione poetica cantata da Pontiggia: «Soldati: operatori di pace!». I detenuti sono l’informazione-prima del carcere: la materia senza la quale nessuna galera avrebbe senso, assumerebbe significato. Gli agenti di Polizia sono l’informazione-seconda del mondo galeotto: sono loro a custodirne le chiavi, a decifrarne la sicurezza, a tentare l’ardua sfida di rimettere in piedi esistenze paralitiche e in fase di decomposizione avanzata. Sul motto del loro corpo recano scritta un’identità che, da sola, farebbe tremare le gambe ad un titano: “Despondere spem munus nostrum” (“Diffondere la speranza è la nostra missione”). La speranza nella disperazione, quella più cupa e lamentosa: pochi ossimori sanno tenere, legati in unità, due opposti senza necessariamente farli apparire insulsi. Saper incrociare uno sguardo dietro un uomo in divisa è riconoscere la fratellanza laddove vige la lontananza, l’intimità nella terra del formalismo, l’affetto nel paese dove la manutenzione degli affetti non ha più diritto di cittadinanza. Un vescovo ne incrocia gli sguardi, ne aggancia la miseria e la grandezza, spezza una parola in loro compagnia: la speranza accresce, a solitudine diminuisce, il carcere torna ad essere una bella occasione d’umanità.
Il vescovo-dei-poveri, pregando con gli agenti, ancora una volta s’è messo dalla parte dei poveri, scegliendo di farsi alleato degli uomini in divisa: anime in cerca di pace pure loro. Le divise in preghiera? I soldati sono coloro che pregano di più per la pace, perchè sono loro che patiscono e provano le ferite più profonde di una guerra. Servire i detenuti è fare il bene, servirli attraverso la presenza discreta e delicata degli agenti di polizia è fare il bene fatto-bene: è sempre forte il rischio che un certo bene diventi, alla lunga, male. «Dacci luce e pace – recita la preghiera a san Basilide – perchè riusciamo a svolgere bene il nostro difficile compito di tutelare la società nell’aiutare chi ha sbagliato per debolezza a ritrovare il senso morale della vita». Un’avventura: far diventare grande una società senza far sentire piccolo nessuno.
Mica un affare per tutti.