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Archivio Settembre 2016

“Vogliamo la giornata mondiale dell’estrazione dentaria in anestesia”

30 Settembre 2016 Nessun commento


la carezza del bimbo mai nato
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Questa cosa della

giornata mondiale per l’aborto sicuro

all’inizio mi ha solo disgustato, reazione credo condivisa da una grande quantità di persone, non abbastanza, però, o almeno non abbastanza potenti da riuscire a fermare una simile follia.
Poi ho provato a spogliarmi dei miei “preconcetti cattolici”, ho provato a immedesimarmi in chi ritiene che l’embrione (mai chiamati così quelli che sono stati nella mia pancia) sia solo il famoso “grumo di cellule”, che una gravidanza sia un problema da risolvere, che non ci sia nessun bambino…

Ho fatto un po’ di fatica e ho dovuto superare una certa dose di nausea, ma alla fine sono riuscita a immaginarmi quello che si vuol celebrare istituendo tale giornata. E mi si è aperto un mondo. Sì perché io che un raschiamento l’ho subìto, per un aborto spontaneo, so che la giornata mondiale per l’aborto sicuro festeggia le seguenti cose: ore di fila fuori da un ambulatorio, viste non certo piacevoli, compilazione di moduli, prelievi di sangue, agocannula in vena, anestesia, soggiorno più o meno lungo in una stanza di ospedale, montagne russe ormonali nel periodo successivo.
Ho immaginato che anche chi ha un dente malato e deve farselo togliere considera il suo dente un problema, un ammasso di cellule e carbonato di calcio totalmente inutile, anzi dannoso. E anche se dopo un certo periodo dall’estrazione e avendo ingerito una generosa quantità di antibiotico e antidolorifico, dopo aver tolto i punti, starà meglio, dubito che si vada dal dentista a farsi togliere un dente pensando a quella come una giornata da celebrare.
Insomma, visto che credo che l’ironia possa salvare il mondo, invece che arrabbiarsi sui social e denunciare la proposta della giornata per l’aborto, potremmo coalizzarci e chiedere a gran voce che venga istituita anche la giornata mondiale per l’estrazione dentaria in anestesia, per la rimozione delle unghie incarnite, per la liberazione dai calcoli alla cistifellea, per l’asportazione delle cisti benigne ma antiestetiche… E chi più ne ha, più ne metta! (Anna Mazzitelli)
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“Vogliamo la giornata mondiale dell’estrazione dentaria in anestesia”
DI AUTORI VARI

25 Settembre 2016 Nessun commento

La premessa fu compito della Madre annunciarla al mondo, appena dopo la grande Annunciazione a lei. Era così d’intrigo quel rovesciamento, che si fece addirittura canto, nel Magnificat:

«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).

Pochi, allora, s’accorsero ch’era la premessa paradossale della storia più ambiziosa. Il Figlio, quando decise col Padre di rimettere mano al mondo, ripartì da quella premessa e la fece diventare una promessa. Per dire al mondo che così ragiona il Padre, proprio come annunciò la Madre. Disse – e lo disse a modo suo, appellandosi alla maestria d’una parabola – che il Pater noster era un Dio politicamente-scorretto, sfrontatamente schierato. Che lascia senza nome i ricchi

«C’era un uomo ricco che ogni giorno si dava a lauti banchetti» -, mentre i poveri li chiama per nome: «Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco» (Lc 16,19-31). Lazzaro è il nome dell’amico suo: l’alloggio di Betania, il confidente delle serate trascorse assieme, la carne-resuscitata. I poveri, nel cuore di Cristo, hanno tutti nome Lazzaro, il nome della sua amicizia prediletta: «Prediligere non vuol dire amare di più, amare di meno – scrisse don Primo Mazzolari -, ma amare secondo una regola o un criterio, non di maggior merito, ma di maggior bisogno». Una vecchia premessa, una nuova promessa (liturgia della XXIV^ domenica del tempo ordinario).
Il tempo, nei Vangeli, è un qualcosa che non passa-mai. Il tempo resta, è l’uomo che passa: «Un giorno il povero morì. Morì anche il ricco e fu sepolto». Il tempo è sempre puntuale nel farci capire molte cose in evidente ritardo. Una su tutte: che la premessa – il mondo finirà gambe-all’aria – muterà in promessa, la promessa verrà mantenuta. Il ricco a capitolare giù negli inferi, Lazzaro dritto in seno ad Abramo. Con l’altro a rimpiangere: “Abbi pietà di me, toccami con un dito che ardo, manda qualcuno a casa ad avvisare”. Rimpiangere il tempo sprecato, nei Vangeli è tempo sprecato: quell’abisso che sta nel frammezzo – «Tra noi e voi è stato fissato un grande abisso» – era il medesimo che c’era in vita tra il ricco e il povero. Quell’abisso, che arreca così grande affanno, rimane: non è stato Dio a crearlo, nemmeno a volerlo. Dunque rimane. Ciò che sarà di noi nell’eternità, è ciò che stiamo scegliendo ora, nel mezzo di questa dannata-vita: «Quando si lotta contro il momento presente, in realtà si lotta contro l’intero universo» (D. Chopra). Forse qualcuno ci avrà catechizzato il contrario: “Attento che andrai all’inferno!”. La verità, invece, è una questione declinata al tempo presente, non al futuro: all’Inferno non si andrà nel giorno di domani, si deciderà oggi se andarci o meno, se starci oppure no. Il tempo degli ultimi richiami, di fronte alla mala-libertà, sarà inutile e Dio non sprecherà più tempo: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Certi sordi, però, non voglion affatto ascoltare.
Una storiella per terrorizzare i ricchi? “Attenzione che se non buttate via i soldi andrete tutti laggiù?” Un pretesto per tenere a bada i poveri? “Pazientate, un giorno faremo la rivincita e li manderemo gambe all’aria”. A fregare il ricco fu il menefreghismo, mica la ricchezza: Cristo, a conti fatti, teneva degli amici come Giuseppe d’Arimatea che eran ricchi-sfondati. A salvare il povero, non fu la voglia di rivincita: a salvarlo fu la sua strenua certezza che Dio era affidabile, che la premessa sarebbe divenuta promessa, una promessa-mantenuta. E’ una storia, dunque, per chi è ricco e per chi è povero, per chi sta dalla parte di Dio e chi di Lucifero, per chi nasce dritto e per chi nasce storto. Una segnaletica che, quaggiù, avvisa di lavori-in-corso: “Fate attenzione, gli umani stanno decidendo cosa sarà di loro domattina. Non distraeteli”. Aiutateli: «Alice: “Per quanto tempo è per sempre? Bianconiglio: “A volte, solo un secondo» (L. Carrol). Ogni secondo dura un’iradiddio di tempo: in esso, gente, ci stiamo giocando l’Eterno.
Questa è la storia del Dio politicamente-scorretto. Schierato coi poveri: mai abbiamo avuto così poco tempo per fare così tanto. Per decidere oggi, nell’effimero, cosa sarà di noi: nell’eterno. Per sempre.

(da Il Sussidiario, 24 settembre 2016)

“…erano le quattro…”(dal vangelo)

20 Settembre 2016 Nessun commento

(dal Vangelo)—si volse a guardarli..venite a vedere…andarono…erano le quattro del pomeriggio)
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“Erano le quattro.” M’innamorai di te
Ci penso sovente a quello sguardo. A chi fosse quell’Uomo di sguardi.
Era semplicemente uomo.

Figlio di una ragazza madre, era nato in un oscuro villaggio. Crebbe in un altro villaggio, dove lavorò come falegname fino a trent’anni. Poi, per tre anni, girò la sua terra predicando.
Non scrisse mai un libro.
Non ottenne mai una carica pubblica.
Non abbia mai né una famiglia né una casa.
Non frequentò l’università.
Non si allontanò più di trecento chilometri da dov’era nato.
Non fece nessuna di quelle cose che di solito si associano al successo.
Non aveva altre credenziali che se stesso.
Aveva solo trentatrè anni quando l’opinione pubblica gli si rivoltò contro. I suoi amici fuggirono. Fu venduto ai suoi nemici e subì un processo che era una farsa. Fu inchiodato ad una croce, in mezzo a due ladri.
Mentre stava morendo i suoi carnefici si giocavano a dadi le sue vesti, che erano l’unica proprietà che avesse in terra. Quando morì venne deposto in un sepolcro messo a disposizione da un amico mosso a pietà.
Due giorni dopo quel sepolcro era vuoto.
Sono trascorsi ventun secoli e oggi Egli è la figura centrale nella storia dell’umanità.
Neppure gli eserciti che hanno marciato, le flotte che sono salpate, i parlamenti che si sono riuniti, i re che hanno regnato, i pensatori e gli scienziati messi tutti assieme, hanno cambiato la vita dell’uomo sulla terra quanto quest’unica vita solitaria.

Era semplicemente Uomo.
Uomo che sapeva girare la storia con un solo sguardo.
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(don Marco Pozza–www.sullastradadiemmaus.it)

supplica …intelligente

15 Settembre 2016 Nessun commento


Vieni Spirito Santo,
raggiungimi con il dono dell’”Intelletto”.
Fammi capire che la cellulite non è un’onta;
che è meglio mettere in mostra il cervello che la pelle.
Fa’ che non confonda la statura con la levatura,
che non giudichi le persone dalla piega dei pantaloni.
Dammi “Intelletto” per ricordarmi che
l’apparire non è decisivo:
se bastasse l’apparire, la rosa dovrebbe
fare la minestra meglio del cavolo.
Ma, soprattutto, dammi “Intelletto” per ricordarmi
che quando tu prendi le misure di un uomo
metti il metro attorno al cuore,
non attorno alla vita.
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Pino Pellegrino, “Il gigante invisibile”, editrice ELLE DI CI

“Dato per morto”

13 Settembre 2016 Nessun commento

Beck Weathers è un uomo del miracolo. Era morto sull’Everest, ma la Provvidenza ha voluto offrirgli una seconda opportunità.
È sopravvissuto a una delle più grandi tragedie della storia dell’Everest, quando nel 1996 vi sono morte 9 persone. La storia di quella spedizione e dei suoi sopravvissuti sarà ricordata nella pellicola “Everest”.
“Ricordo vagamente di essere morto il 10 maggio, quando il freddo mi ha anestetizzato e sono venuto meno a poco a poco, senza sapere che avrei sperimentato la mia prima morte. Il giorno dopo, alla fine del pomeriggio, quando il sole stava già scendendo all’orizzonte, sono tornato dalla morte e ho apertog li occhi”, ha scritto Weathers all’inizio del suo libro Left for dead (“Dato per morto”).
Weathers ha concesso al quotidiano spagnolo El Paísun’intervista in cui sottolinea di aver perso molte cose – un braccio, le dita della mano sinistra e il naso -, ma di aver anche guadagnato una cosa molto importante: ha recuperato la sua famiglia e ha reindirizzato una vita che era uscita dai binari.
“La cosa più dura quando sono tornato a casa è stata conservare il mio matrimonio, che fondamentalmente si era sfaldato. Ho sempre amato Peach, mia moglie, e continuo ad amarla (immensamente), ma una delle grandi verità è che amare semplicemente qualcuno non è sufficiente”, ha spiegato Weathers.
Al momento della tragedia sull’Everest, era il suo matrimonio quello sul punto di morire.
“Devi essere lì quando serve, e questa è probabilmente la cosa a cui mi adattavo meno, e quindi ho dovuto convincere Peach del fatto che, qualsiasi cosa succedesse nel resto della nostra vita, in futuro sarei sempre stato lì per lei e per i bambini, e che sarebbero stati la mia priorità numero uno per il resto della vita. Ho dovuto assicurarmi che capisse che lo dicevo sul serio per riottenere la sua fiducia. Questa è stata la parte più difficile”.
Nella sua intervista, Weathers spiega quali siano le ragioni che portano a scalare l’Everest e confessa che per lui la scalata è stata “un tentativo di affrontare la depressione di cui soffrivo da oltre vent’anni”.
La sua depressione, spiega, lo ha trasformato in un essere infelice ed egoista: “Vai solo a scalare e lasci la tua famiglia con uno stress enorme”.
“Se non impari niente dopo essere morto stai sbagliando qualcosa”, ha aggiunto. “I cambiamenti fisici ai quali sono stato sottoposto, la perdita di certe parti del mio corpo, sono state le cose che hanno cambiato la mia prospettiva, e mi sono reso conto che se non fossi cambiato sarei rimasto solo. Avrei perso mia moglie e i miei figli, che amo tanto. E questo sarebbe stato devastante”.

(LEGGI ANCHE: Dio è il mio capocordata: mi ha salvato la vita)aleteia.org

Nell’intervista, Weathers confessa che prima della sua drammatica esperienza sull’Everest aveva anche pensato al suicidio. Dopo quell’episodio tutto è stato diverso. “Pensavo che per via della depressione e per aver pensato di suicidarmi non mi sarebbe importato di morire, ma quando è arrivato quel momento mi sono reso conto che non ero preparato”.
Il sopravvissuto descrive la sua esperienza sull’Everest non come traumatica, ma come purificatrice: “Per me è qualcosa che è successo e che ha cambiato la mia esistenza, ma in generale l’ha cambiata in meglio e dovrei dire che lo rifarei senza pensarci due volte perché ho guadagnato molto più di ciò che ho perso, pur sapendo quanto dolore ha provocato a me e alla mia famiglia. Alla lunga, questa tragedia ha salvato la mia vita familiare e mi ha dato una prospettiva di vita e una pace che prima non avevo”.
(vedi http://it.aleteia.org/2016/09/12/beck-weathers-sopravvissuto-everest/)

Jerzy e Danuta – amici di Karol Wojtyla-

8 Settembre 2016 Nessun commento

Jerzy e Danuta: gli sposi amici di Karol Wojtyla
Preparandosi sotto la guida di Karol Wojty?a alle nozze con Danuta, Jerzy scriveva: «Il matrimonio non è soltanto una questione tra due persone. È la questione di due persone di fronte a Dio che è il Creatore e il Fine sia di ciascuna di esse sia della stessa coppia di sposi».

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Se torniamo ai primi anni del ministero pastorale di don Karol Wojtyla, troviamo testimonianze molto eloquenti del suo guardare insieme il mistero di Dio e quello dell’amore umano. La prima che riusciamo a recuperare risale all’anno 1951. In una breve riflessione, scritta in occasione di una veglia di preghiera, il giovane sacerdote affermava: «Il regno di Dio – è tutta la nostra vita. Padre e madre. Moglie e marito. Figlia e figlio. Tutti e tutto, nella vita e nella morte. Non ci abbandona mai e in nessun posto. Sempre basterà. Tutto abbraccia. Tutto copre. Tutto trasforma. Tutto santifica. Tutto salva» (Tajemnica Boga, Kraków 2013, p. 66). Già in quel periodo la verità condivisa dal curato della parrocchia di San Floriano diventava un dono e un invito. Lo testimoniano sia le parole scritte sia la vita delle persone. Nel diario di Jerzy [Giorgio] Ciesielski, studente del Politecnico di Cracovia, che all’inizio degli anni Cinquanta cominciava a frequentare i diversi appuntamenti proposti da don Karol, troviamo un’eco forte delle parole del sacerdote: «Esercitarsi sempre nella consapevolezza della presenza di Dio. Nella Sua compagnia, così stretta che abbraccia tutto, passiamo la giornata intera. Dio è la Persona reale che mi ha amato. Perciò anch’io lo devo amare. Ed amare vuol dire donare me stesso» (Archivio).
Possiamo anche vedere come questo incontro personale con il Signore diventava sempre di più un’esperienza della Chiesa, particolare poiché tipicamente domestica. Alcuni anni dopo, preparandosi sotto la guida di Karol Wojty?a alle nozze con Danuta, Jerzy scriveva: «Il matrimonio non è soltanto una questione tra due persone. È la questione di due persone di fronte a Dio che è il Creatore e il Fine sia di ciascuna di esse sia della stessa coppia di sposi. Da qui scaturisce la realizzazione della propria vocazione e anche un merito dinanzi a Dio». Uniti nel sacramento del matrimonio non sono infatti due individui messi insieme per una più o meno determinata finalità, ma un uomo e una donna che, pur non perdendo niente delle proprie caratteristiche personali, formano un nuovo soggetto dinanzi a Dio. Già nel tempo del fidanzamento Jerzy chiedeva la grazia di imparare a guardarsi l’un l’altro come un dono di Dio, per poter amarsi reciprocamente con l’amore di Cristo e della Chiesa: «Che io tratti la mia fidanzata come il Tuo dono e la ami con il Tuo amore, il cui esempio ci ha donato mediante il Tuo amore per la Chiesa. Che io prenda a cuore l’ideale del matrimonio cattolico e consideri la sua realizzazione l’impegno principale della mia vita». Due settimane prima del loro matrimonio, Jerzy e Danuta, accompagnati da don Karol, sono partiti per un paio di giorni per vivere un momento di ritiro spirituale. Il primo giorno è stato dedicato alla meditazione del mistero della Santissima Trinità e solo successivamente si è parlato delle gioie e delle fatiche della vita coniugale e familiare. Per la giovane coppia si trattava della preparazione diretta al sacramento che hanno celebrato il 29 giugno 1957. Per il giovane prete era un’occasione di approfondire l’autentica spiritualità vissuta all’interno dell’amore umano. Lo conferma del resto la dedica che l’autore di Amore e responsabilità ha lasciato nella prima copia del libro regalata agli amici. Riferendosi a quei giorni condivisi insieme, Wojtyla, nel frattempo diventato vescovo ausiliare, scriveva: «Caro Jurek e Cara Danusia, mi permetto di ricordare quella conversazione sul treno per Ptaszkowa, il cui coronamento è proprio questo libro. E voi stessi sapete meglio che cosa in più esso coroni e a che cosa introduca. Zio».
La storia dell’amicizia di Jerzy, Danuta e “zio” Karol ha avuto diverse svolte. Mons. Wojty?a è stato eletto Arcivescovo Metropolita di Cracovia e creato Cardinale. La famiglia Ciesielski è cresciuta, sono arrivati tre figli, Jerzy si è dedicato al lavoro scientifico ed è diventato docente al Politecnico. Insieme ad altre famiglie hanno continuato però a passare insieme le vacanze – in montagna e presso i laghi, a incontrarsi per scambiare le opinioni sulla vocazione dei laici nel mondo contemporaneo, sempre sostenuti dalla presenza, parola e preghiera di “zio” Karol.
Con l’andare del tempo, gli incontri hanno preso la forma di seminari, durante i quali si parlava dei problemi della vita coniugale e familiare, in particolare della missione realizzata non tanto nelle strutture istituzionali, ma soprattutto in una vita secondo il Vangelo. La loro quotidianità procedeva sotto il segno del dono di sé, tradotto in una serie di conseguenze pratiche, sia nelle proprie case sia fuori di esse. L’idea di fondo era molto semplice, come ha scritto una volta Jerzy stesso: bisogna vivere la vocazione al matrimonio e alla famiglia come il vero cammino verso la santità, essa «non può affatto diventare un ostacolo nella realizzazione di questo ideale, al contrario, lo dovrebbe favorire».
Jerzy e Danuta hanno riconosciuto che la loro vita familiare dipendeva sia dal mettersi alla presenza di Dio, sia da un quotidiano lavoro su di sé. Nella loro casa, la preghiera condivisa con i figli guidava il ritmo di ogni giorno. Sabato sera leggevano insieme le letture della Messa, partecipavano insieme all’Eucaristia domenicale e poi si recavano al cimitero per pregare per i loro cari defunti. Gli sposi imparavano a vicenda la bellezza e la specificità del maschile e del femminile, cercando di trasmettere lo stesso atteggiamento pieno di rispetto e attenzione ai propri figli. Si riservavano del tempo per crescere nel dialogo di coppia, anche attraverso le lettere, curando sempre di più questo aspetto, soprattutto dopo la nascita di Maria, Kasia e Piotr. La loro paternità e maternità si estendeva poi a molti figliocci, ma in un certo senso anche alle coppie più giovani che cercavano di accompagnare nelle loro esigenze materiali e spirituali.
Nel 1969 Jerzy ha ricevuto l’invito ad andare a Khartoum in Sudan, per insegnare come visiting professor. Dopo un anno, ha portato con sé tutta la famiglia. Il 9 ottobre 1970, durante una gita, Jerzy Ciesielski, leader del gruppo ?rodowisko (Ambiente), è morto in un naufragio sul Nilo, insieme a due figli…
Nel 1985 è stata aperta la causa di postulazione della beatificazione e il 17 dicembre 2013 papa Francesco ha confermato le virtù eroiche del Venerabile
Servo di Dio Jerzy Ciesielski, laico e padre di famiglia (1929-1970), amico e figlio spirituale di san Giovanni Paolo II. E tutto ciò non è perché anche noi possiamo riassaporare il desiderio di essere coinvolti in una storia concreta, capace di generare una nuova esperienza di fede, speranza e carità?
( Przemys?aw Kwiatkowski
10 agosto 2016 )

se avremo il buon senso di quelle oche…

5 Settembre 2016 Nessun commento

Il buon senso delle oche

Il prossimo autunno, quando vedrete le oche selvatiche puntare verso sud per l’inverno in formazione di volo a V, potrete riflettere su ciò che la scienza ha scoperto riguardo al motivo per cui volano in quel modo.
Quando ciascuno uccello sbatte le ali, crea una spinta dal basso verso l’alto per l’uccello subito dietro. Volando in formazione a V, l’intero stormo aumenta l’autonomia di volo di almeno il 71% rispetto a un uccello che volasse da solo. Coloro che condividono una direzione comune e un senso di comunità arrivano dove vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano sulla spinta l’uno dell’altro. Quando un’oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola, e rapidamente si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevamento dell’oca davanti.
Se avremo altrettanto buon senso di un’oca, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. Quando la prima oca si stanca, si sposta lateralmente e un’altra oca prende il suo posto alla guida. E’ sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud. Le oche gridano da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità. Quali messaggi mandiamo quando gridiamo da dietro?
Infine (e questo è importante), quando un’oca si ammala o viene ferita da un colpo di fucile ed esce dalla formazione, altre due oche ne escono insieme a lei e la seguono giù per prestare aiuto e protezione. Rimangono con l’oca caduta finché non è in grado di volare oppure finché muore; e soltanto allora si lanciano per conto loro, oppure con un’altra formazione, per raggiungere di nuovo il loro gruppo.
Se avremo il buon senso di un’oca, ci sosterremo a vicenda in questo modo. (!!!)
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(Pasquale Ionata, Armonia cercasi. Come vivere in equilibrio tra istinto e spirito, p. 82-83)

«Maria disse: “Adesso sei mia figlia”. E guarii»

1 Settembre 2016 Nessun commento

di Benedetta Frigerio
31-08-2016

“Tante volte pensiamo che Gesù non sia qui, che non ci ascolti, ma non è vero”. E’ così che una donna data ormai per spacciata, paralizzata da tre anni da un tumore al cervello inoperabile e a cui furono diagnosticati problemi alla tiroide, la sclerosi a placche, il lupus e una decina di altre dolorose malattie oggi gira il mondo dimostrando con la sua vita che non c’è supplica che, richiesta con fede e abbandono totali (come ricorda san Paolo nell’11 capitolo della Lettera agli Ebrei), non sia ascoltata ed esaudita.

Per questo motivo l’americana Colleen Willard, ripete a tutti uno dei messaggi dati al mondo dalla Madonna che dal 1981 appare a sei veggenti a Medjugorje: “Cari figli Dio può darvi tutto quello che gli chiedete; ma voi lo cercate solo quando vengono malattie, problemi, difficoltà e pensate che Dio è lontano da voi e che non vi ascolta e non esaudisce le vostre preghiere. No cari figli, questo non è vero! Se voi state lontani da Dio, non potete ricevere grazie perché non lo cercate con fede ferma…” (25 gennaio 1988).

Sono queste le parole “penetrate nel mio cuore per condurmi in questo viaggio”, che comincia nel settembre 2001, quando Colleen, sposa da 35 anni e madre di tre figli, deve sottoporsi a una piccola operazione chirurgica , “invece fu l’inizio di un drammatico cambiamento della mia vita”. L’intervento ha successo ma si presentano altri problemi. Anziché riprendersi dalla breve convalescenza, la donna non riesce più a camminare, né a deglutire. Sottoposta a nuove analisi si scopre la presenza del tumore cerebrale.

Decisi a non arrendersi, lei e il marito John incontrano diversi dottori nell’area di Chicago, dove vivono, ma nessuno di loro vuole operarla. Determinati viaggiano verso la Mayo Clinic di Rochester (Minnesota) dove le diagnosticano le altre malattie. La sentenza, però, è la stessa: il tumore è inoperabile. L’unica soluzione, di fronte alla difficoltà respiratoria e motoria, ma soprattutto al dolore cronico che non la abbandona neppure la notte, pare quella di trasferirsi in una casa di cura.

Il figlio Christopher, di 15 anni, decide invece di sospendere gli studi per prendersi cura della madre mentre il padre è al lavoro. Colleen umiliata accetta, chiedendo al figlio di prendere il crocifisso e poggiarlo ai piedi del suo letto per pregare così: “Non so se ho il coraggio di portare questo peso, ma ho fede in Te e che Tu vedi qualcosa che io non vedo e so che non ci dai mai un peso più grande di quello che possiamo portare”. Poi Colleen chiede a Christopher di aprire la Bibbia: “Finì per caso sul passo in cui san Paolo dice che portare la croce è una gioia”. La donna è certa, la Sacra Scrittura non può mentire: “Allora guardai il Crocifisso e sussurrai: “Non so perché, ma abbraccio la croce e Te lo offro””. Da quel momento in poi cambiò tutto, “anche se il mio corpo deperiva, la mia anima rinvigoriva”.

E’ il 2003 quando la situazione fisica è al limite, tanto che i medici comunicano a Colleen che la fine è vicina. Prendendo il Rosario che “ormai era diventato parte della mia vita, cominciai a pregare chiedendo cosa avrei dovuto lasciare ai miei familiari, figli, nipoti, ma specialmente a mio marito. Poi domandai a mio figlio se pregava”. La risposta fu una lama nel cuore ancora più dolorosa della malattia: “Mamma no, non prego più e non so nemmeno più se Dio c’è: come può fare una cosa del genere a una persona che ha fatto solo del bene, quando c’è chi ruba e uccide?”.

Colleen pensa a cosa avrebbe fatto la Madonna che bussa continuamente alla porta di chi non crede pregando Dio e ottenendo così la risposta alle sue preghiere: “In quel momento lo Spirito Santo mi fece capire: qual è il dono più grande che puoi lasciare? È il dono della preghiera, perché anche un singolo Padre Nostro e Ave Maria saranno sentiti dal Padre”. Un dono che sarebbe durato per sempre. “Pensai subito a un pellegrinaggio anche se non ero nelle condizioni di affrontarlo”.

La fede di Colleen è letteralmente di quelle che spostano le montagne. Comincia a pregare chiedendo che Dio onnipotente le permetta di partire. “Nemmeno 24 ore dopo venne a trovarmi una persona che aveva fatto molti pellegrinaggi a Medjugorje, le dissi che mi sarebbe piaciuto andare”. La donna le risponde che è impossibile in quelle condizioni, ma le mette al collo una medaglia con l’immagine di Maria: “Era stata benedetta dalla Madonna durante l’apparizione”. Decisa Colleen prende di nuovo il Rosario: “Chiesi a Maria se per favore poteva farmi partire: “Però non posso a meno che metti questo desiderio nel cuore di John””. Quando il marito torna la risposta è negativa, ma anziché arrendersi, “pregai ancora il Rosario sapendo che può convertire i cuori: “Per favore, fa venire questo desiderio a John!”.

Il giorno successivo Colleen ripete la domanda al marito che risponde affermativamente. Ma alla famiglia mancano i soldi per viaggiare: “Pregai ancora e nel mio cuore sentii chi dovevo chiamare”. L’impiegato del fondo di previdenza le svela che in caso di malattia vi si può accedere eccezionalmente : “La cifra che potevo richiedere era esattamente quella sufficiente per due biglietti aerei diretti in Croazia. Ma ora ci serviva un medico che firmasse l’autorizzazione per il viaggio”. Nessun medico è disponibile, perché “potresti non tornare”, le dicono. “Furono parole devastanti. E questa volta cominciai a piangere: perché Dio apriva una finestra e chiudeva la porta?”. Ma ancora la donna prova ad arrendersi alla volontà divina e “pregai ancora di più”.

A Colleen viene in mente un sacerdote amico, padre Agniello, che, sebbene scettico su Medjugorje, ha il dono delle locuzioni interiori, e “pregai che Dio mi rispondesse attraverso di lui”. Poi però “quella notte pensai a quante volte Maria aveva detto sì, persino di fronte al figlio che andava a morire”. E si arrende di nuovo: “Non la mia ma la tua volontà”. Subito dopo la telefonata: “Sono padre Agniello. Stamattina ero davanti al Santissimo Sacramento mi diceva di dirti che devi andare a Medjugorje e quando andrai salirai sula montagna”. Colleen pensa alla morte, “ma ero serena perché avevo la gioia di cui parlava san Paolo”. Poi il sacerdote le consiglia di chiamare un medico polacco per l’autorizzazione a partire che otterrà.

Il 3 settembre 2003 a Medjugorje Colleen assiste alla testimonianza della veggente Vicka. La veggente parla alla folla delle apparizioni, di quando la Madonna la portò a vedere inferno, purgatorio e paradiso: “Chiesi alla Madonna: “Se solo potessi toccare le mani che ti hanno toccata sarei felice”. In quel momento Vicka smette di parlare e facendosi largo fra i pellegrini raggiunge la donna in carrozzina. Esterrefatta Colleen le spiega: “Non sono qui per me, ma per tutte le persone che mi hanno chiesto di pregare e per quelli a cui ho detto che avrei pregato. Per favore puoi chiedere alla Madonna di rispondere a tutti? Mi disse di sì: e in quel momento fece un segno di croce sulla mia fronte e mise le mani sulla testa. Non sentivo più nulla intorno a me, ma solo la presenza di Dio Padre, di Dio Figlio e dello Spirito Santo.

E provai sollievo fisico, ma questo era secondario alla presenza divina, tanto che se mi avesse chiesto la vita subito avrei detto di sì. Poco dopo, durante la Messa in parrocchia, nel momento della consacrazione, Colleen sente chiaramente la voce di Maria che le domanda: “Vuoi dare ora tutto il tuo cuore e la tua anima a mio figlio Gesù?”. Dissi di sì. E poi mi chiese: “E vuoi darli a Nostro Padre?” Sì. “Vuoi dare il tuo cuore e anima completamente al mio sposo, lo Spirito Santo?” Sì. Continuò: “Adesso sei mia figlia”. Aprendo gli occhi la donna vede il sacerdote che le porge l’eucarestia e “quando la mise sulla mia lingua accade lo stesso di quando ero da Vicka” e “pensai a quante volte avevo ricevuto la Comunione: Dio che si dà tutto, senza che io gli offrissi in cambio tutto. Ora glielo avevo dato”.

In quel momento, completamente liberata dal male cronico, Colleen si alza e rende gloria a Dio, lasciando sgomentati il marito e i presenti. Il giorno successivo sale il monte Krizevac: “Arrivai in cima e mi prostrai davanti alla croce, ringraziando anche per il dono della sofferenza”. In aeroporto a Chicago Christopher aspetta i genitori. “Mi abbracciò confessando: «Mamma credo in Dio e credo nei miracoli»”.

Alla Mayo Clinc, effettuati i test che attestavano la scomparsa completa di ogni malattia, i medici le spiegano che è il terzo caso di guarigione inspiegabile dopo un viaggio a Medjugorje. Padre Agniello invece non era affatto sorpreso: “Il Signore gli aveva già detto che mi avrebbe guarita, ma non voleva comunicarmelo perché fossi libera di seguiLo”. Il sacerdote, nonostante tutto, non vuole saperne di andare a Medjugorje, finché il Signore stesso non glielo avrebbe poi chiesto.

“Ora il padre gira il mondo con me per dare testimonianza della potenza delle apparizioni” e per dire a tutti che “se prendete la vostra croce e la offrirete, Lui non vi lascerà né abbandonerà mai. Se, come la Madonna ha chiesto a me, darete tutto il cuore e tutta l’anima a Dio sperimenterete la stessa gioia di cui san Paolo parla nella Bibbia”. Qualunque sia la vostra croce. Senza la fede però, come afferma l’apostolo, “è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano”