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Archivio Dicembre 2016

La triste religione del bianco natale

22 Dicembre 2016 Nessun commento

(Pubblicato sul blog di Berlicche berlicche.wordpress.com )

“Mia madre ha chiesto a mio figlio, suo nipote, cosa gli aveva portato Babbo Natale. Mio figlio le ha risposto, con uno sguardo lievemente disgustato: “Non credo a Babbo Natale”.
In quell’istante sono stato orgoglioso di lui. No, non crede al Panzone Rosso. Da noi i regali li ha sempre portati Gesù Bambino.

Mia madre è stata ancora più sconvolta quando le ho detto che dalle mie parti se il Panzone Rosso osa farsi vedere con la sua slitta l’abbatto a fucilate. Eppure quand’ero piccolo io Babbo Natale (il nickname del Panzone) in casa nostra non ha praticamente mai fatto ingresso. Anche a me i doni li recava Gesù Bambino, ma ormai neanche lei se lo ricorda. E’ incredibile come le nostre tradizioni siano state soppiantate, nel giro di una generazione, da questi pseudo-miti d’importazione.

Ma c’è poco da fare. Sfoglio l’ultimo numero di Topolino: babbioni scarlatti a carrettate, mentre di natività e presepi manco a parlarne. I titoli delle storie:
“Topolino e il regalo su misura”, “Paperino ed Anacleto un albero in due”, “Orazio e la magia natalizia”, “Missione Babbo Natale”…Ah, magia! La magia ha sostituito la fede, i creduloni i credenti.

Lo spirito del Natale imperversa. Ma nessuno sembra più in grado di capire, o dire, di che cosa si tratta. Come il cappellaio matto che celebra la sua festa di non compleanno, ci si dice che dobbiamo gioire ma non perchè.
Spirito di pace, di amore…ma di amore a cosa, a chi? Marmellata di buoni sentimenti generici e dolciastri, che rende isterici e tristi. Un amore senza nessuno di concreto da amare, che diventa una solitudine. Un conoscente di servizio al Soccorso d’emergenza mi narrava della epidemia di suicidi della vigilia.
La religione del bianco natale, dei “season greeting” (e che vuol dire? perchè non farli a giugno?), delle “buone feste” (e chi si festeggia? e perchè buone?) è una religione crudele, dove se non sei all’altezza con i regali, se non hai una famiglia perfetta, se non possiedi l’albero più grande e colorato allora sei un fallito. Ma chi ce l’ha, chi ce la fa? E ti spari.

Nell’istante in cui nasce il Salvatore, che ti salva così come sei, con tutti i tuoi errori e le tue miserie, il malvagio spirito dell’inverno miete le sue vittime tra i suoi seguaci.
Signore che vieni, liberaci dallo spirito freddo, oscuro e crudele del bianco natale. Liberaci dal male.

L’ora più buia

22 Dicembre 2016 Nessun commento

(Pubblicato da Berlicche) berlicche.wordpress.com

“L’ora più buia è quando il freddo ti accoltella, ti succhia le ossa il gelo nebbioso.
L’ora più buia è quando non distingui più chi ti sta attorno, contorni sfocati, estranei in corpi che un tempo conoscevi.
L’ora più buia è la morte dell’amore, la certezza che si ferma smarrita, l’impossibile paura che apre le sue lunghe gambe come un ragno magro.
L’ora più buia è quando butti via ciò a cui tieni per tristezza, noia, ripicca, arida sabbia al posto del cuore.
L’ora più buia è il sole che è disperso, orologio rotto, forse fuggito da questa notte che non finisce.
L’ora più buia è quando la tua mortalità uccide chi sei. il tuo errore è ciò che ti definisce, la tua speranza ti pare illusione.
L’ora più buia è quando sei un fantoccio pieno di carta e fiato, quando il tuo tempo è inutile.
L’ora più buia è adesso.

Poi nasce un Bambino.
I fantasmi del buio rivelano ciò che sono.
…Non è l’alba, quella fioca luce che trascolora il cielo?..

“…la vita non è in mano né….”

6 Dicembre 2016 Nessun commento

www.lanuovabq.it/it/articoli-viva-dopo-un-aborto
(Andrea Zambrano)
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Viola è nata a novembre 3 anni fa e per tutti ormai è “November baby”, la bambina di novembre, così come il film ispirato alla vita e alla storia di Gianna Jessen si chiama October baby. Viola non sa ancora che la sua vita è un pugno in faccia all’ideologia imperante dell’aborto come diritto e come pretesa, ma un giorno, quando i genitori adottivi Andrea e Chiara le racconteranno di quale misericordia Dio è stato capace su di lei, non potrà non riconoscere che la sua vita è un miracolo fatto di anima, gambe e di mani che si muovono.

Come Gianna Jessen, la donna sopravvissuta ad un aborto salino nel 1977 che oggi gira il mondo per testimoniare con la sola forza del suo volto sorridente che l’aborto è un omicidio e non un diritto a uccidere un grumo di cellule che non si vuole riconoscere come essere umano.

La Nuova BQ pubblica in esclusiva una foto che in un certo senso è un miracolo e una promessa: per la prima volta una di fronte all’altra Gianna Jessen e Viola, due donne che non dovevano essere sulla terra perché scartate dall’implacabile industria degli aborti, che utilizza la fragilità delle donne e l’impotenza degli uomini per affermare nel mondo il suo messaggio di morte. Ma invece ci sono. Anche Viola doveva essere abortita, ma ora è viva e nonostante il pessimismo clinico, oggi canta e parla come una qualunque bambina di 3 anni, anche se le difficoltà motorie le ricorderanno per un po’ di tempo ancora che lei per vivere ha dovuto sgomitare più degli altri. La promessa è quella di essere il volto umano e reale di una Presenza che non è stata riconosciuta né accolta immediatamente, ma ora si può fare carne per illuminare l’uomo di inizio millennio che ha perso il senso del reale.

Viola e Gianna si sono incontrate sabato pomeriggio a Formigine, in provincia di Modena, dove il locale Forum delle Associazioni famigliari, in collaborazione con Provita onlus e Comunità Giovanni XXIII, hanno ospitato la 39enne statunitense diventata simbolo della vittoria della vita sulla morte. I genitori, che dal 2003 gestiscono una casa famiglia della Giovanni XXIII a Faenza e hanno altri due figli naturali, oltre a diversi affidi e adozioni, hanno reso pubblica la loro testimonianza prima che Gianna iniziasse a raccontare il lungo percorso di rinascita che l’ha portata poi a perdonare la madre che l’aveva abortita. La Nuova BQ li ha intervistati.

Dov’è nata Viola?

E’ nata al Sant’Orsola di Bologna, dopo che la madre, una 17enne, era arrivata a seguito di una fortissima emorragia seguita ad un tentativo di aborto farmacologico domestico – racconta Chiara, la mamma affidataria di Viola -.

A che mese è nata?

Viola aveva 24 settimane quando ha visto la luce nel novembre del 2013, la madre aveva preso delle pillole per procurarsi l’aborto, abbondantemente oltre i termini consentiti per legge, ma è insorta una complicazione che l’ha costretta a chiamare il pronto soccorso della sua città in provincia di Modena. L’ambulanza l’ha portata poi al Sant’Orsola dove ha incontrato dei medici straordinari.

Perché?

Perché Viola è nata appena arrivata all’ospedale e i medici hanno fatto di tutto per tenerla in vita.

Come prescrive la legge, del resto.

Certo, ma la piccola presentava un’idrocefalia molto grave (acqua nel cervello), che l’avrebbe portata a morte certa in poco tempo, se non si fosse deciso di intervenire chirurgicamente.

Quali erano i rischi?

La storia di Viola è un miracolo nel miracolo: in Europa non era mai stato tentato un drenaggio su una piccola di appena 5 mesi e soprattutto di quel peso, appena 500 grammi.

Quindi ciò che la società voleva scartare in realtà è diventata una scommessa vinta della scienza?

Esatto. I rischi erano tantissimi, a cominciare dalle complicanze che potevano incorrere anche a seguito dell’anestesia. A questo si aggiunga il fatto che si tratta di operazioni molto complesse e costose. Ebbene: l’operazione è andata nel migliore dei modi, la scienza medica si è sforzata per restituire dignità di vita ad un essere umano che un’altra scienza medica, quella abortista, voleva sopprimere. I medici erano stupefatti.

Come ha vissuto questo passaggio la madre?

Purtroppo è andata via subito dopo il parto, gli assistenti sociali hanno provato a coinvolgerla, ma non ha voluto saperne.

Oggi come sta Viola?

Ha subito danni cerebrali nella fase di aborto, ma dopo tante tac possiamo dire che non ne risente più tanto che lo sviluppo cognitivo è in linea con quello dei suoi coetanei. Viola parla e canta come una bambina di 3 anni, ha soltanto un ritardo motorio che si aggiusterà col tempo.

Che cosa avete raccontato alla platea venuta per ascoltare Gianna Jessen?

Quello che raccontiamo sempre alle nostre testimonianze: Viola è la dimostrazione vivente e inconfutabile che la vita non è in mano né alla nostra volontà di distruggerla né alle nostre disponibilità di cura, per quanto siano avanzate. La vita ha un legame diretto con il Signore che l’ha creata.

Che cosa racconterete a Viola quando sarà grande?

La verità. E cioè che la sua storia rigenera continuamente noi con l’amore per la vita, la speranza e la gioia che riesce a donarci. Sempre. (Andrea Zambrano–)

Dopo i gattopardi

1 Dicembre 2016 Nessun commento

www.tuttavia.eu/author/savagnone/

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Non credo sia compito di un sito della diocesi prendere posizione sul sì o il no al referendum del prossimo 4 dicembre. Abbiamo cercato, in questa sede, di dare voce alle ragioni dell’una e dell’altra parte, lasciando aperto lo spazio a chiunque volesse intervenire. Però alcune riflessioni sul contesto in cui questa consultazione si svolge sento il bisogno di farle.

La prima è sullo slittamento sistematico che ha trasformato un problema di per sé di ordine squisitamente giuridico-istituzionale, qual è la riforma della Costituzione, in una bagarre politico-partitica. Dicono bene, da questo punto di vista, coloro che, a sostegno del no, invocano la differenza tra la nostra classe politica e quella che, nel biennio 1946-1948, elaborò la nostra Carta costituzionale. Solo che forse non si rendono conto che questo severo, ma pertinente, giudizio si può applicare non soltanto a chi la riforma la sostiene, ma anche a chi la respinge. Perché né gli uni né gli altri possiedono ciò che gli uomini che hanno gettato le basi della nostra Repubblica – di destra o di sinistra che fossero – avevano: il senso dello Stato.

Fu perché aveva il senso dello Stato che il segretario della DC, De Gasperi, nei primi mesi di vita della Costituente, respinse il diktat di Pio XII che gli imponeva di rompere l’alleanza di governo con i comunisti e i socialisti, in un momento in cui questa scelta avrebbe significato anteporre il punto di vista della Chiesa alle esigenze oggettive del Paese appena uscito dalla guerra e bisognoso di una fase di coesione politica, proprio in vista della elaborazione della Costituzione.
Fu perché aveva il senso dello Stato che, pochi mesi dopo, il segretario del PC, Togliatti, decise, sorprendentemente, di far votare ai suoi l’art.7, che recepiva i Patti Lateranensi – conclusi tra la Chiesa e Mussolini – nella nuova Costituzione repubblicana, convinto che un irrigidimento sulle posizioni ideologiche del marxismo potesse portare solo allo scontro frontale con i cattolici e allo sfascio dell’Italia.
Per quante riserve si possano avanzare su questi e sugli altri uomini che hanno dato vita alla Prima Repubblica, non si può negare che fossero delle personalità. Avevano delle convinzioni – giuste o sbagliate che fossero – e la cultura necessaria per sostenerle coerentemente con le parole e con i fatti. Proprio per questo, forse, erano in grado, in alcune situazioni cruciali, di superare miopi logiche di parte e di determinare confluenze sull’unico bene comune della nazione.

Se si paragonano a loro quelli che sono venuti dopo, i fondatori e i protagonisti della cosiddetta Seconda Repubblica, non possono non tornare in mente le orgogliose parole che Tomasi di Lampedusa mette in bocca al principe di Salina, al momento di accomiatarsi dall’inviato del re del Piemonte, Chevalley: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene».
Parlo qui, naturalmente, non delle persone, che non oserei mai qualificare così severamente (dice il Vangelo: «Non giudicate»), ma dei “personaggi” – ruoli, maschere – che esse hanno assunto sulla scena pubblica, e che le identificano mentre recitano la loro parte. Di questi sì, credo non solo diritto, ma dovere di qualunque cittadino dare un giudizio, senza con questo pretendere di classificare l’essere umano che si nasconde dietro l’immagine offerta agli occhi del mondo. E sappiamo tutti che cosa questi uomini – con le dovute, ma rare eccezioni – hanno fatto dell’Italia negli ultimi venti anni, non solo e non tanto sul piano economico, quanto su quello etico e politico.

Ad essi si deve, adesso, se il referendum sulla riforma costituzionale, da momento di possibile confronto culturale, è scivolato al livello delle fatue diatribe tra interessi particolari e contingenti. È perché non ha il senso dello Stato che un presidente del Consiglio, che pure dichiarava di aspirare a un vero rinnovamento, ha legato fin dall’inizio questa battaglia alla propria persona (meglio, al proprio personaggio), trasformandola in un referendum pro o contro lui stesso. Ed è perché non hanno il senso dello Stato che altri tristi protagonisti della nostra vita pubblica, dopo avere contribuito a varare il testo della riforma e averlo solennemente approvato in sede parlamentare, ora dicono di esso le cose peggiori, col solo possibile motivo della successiva rottura della loro alleanza con Renzi.

Così, è certamente il segno di un pesante decadimento culturale della nostra classe politica il fatto che il testo della riforma sia davvero pieno di oscurità e contraddizioni, come si denuncia da parte dei fautori del no. Ma – a parte il fatto che di queste carenze sono responsabili anche quelli di loro che avevano in un primo momento contribuito a proporlo – , le argomentazioni offerte dai critici sono di tale livello da rendere scoraggiante l’ipotesi che il prevalere della loro linea di “conservazione” li porti (di nuovo) alla ribalta.
Perché, come dicevo all’inizio, in questa campagna dai toni sempre più esasperati, dei contenuti effettivi della riforma sembra non interessare più niente a nessuno. Il vero problema non è più istituzionale, ma di mero potere. Come lo ha posto Renzi fin dal principio e come lo hanno concepito i suoi avversari. Col risultato che, se vincerà il sì, rischiamo davvero di avere un premier troppo “forte”, mai eletto dal popolo, che potrà dire di averne avuto adesso una investitura; se vince il no, bisognerà cominciare a chiedersi quale prospettiva futura comune può offrire al Paese un coacervo di forze politiche il cui unico comun denominatore è l’opposizione a Renzi.

Non voglio chiudere queste amare riflessioni senza indicare, in omaggio al nome di questo sito – «Tuttavia» – , un filo di luce che mi sembra venga da tante realtà non politiche e pure operanti con generosità ed efficacia a livello sociale. E’ ora, per gli uomini e le donne che animano queste realtà, di rendersi conto che non basta il volontariato, non basta il pur ammirevole impegno a favore dei più deboli e poveri: urge oggi il ritorno alla politica. Da troppo tempo l’Italia manca di un’adeguata prospettiva su queste decisivo terreno. Per quanto importante sia la sfera sociale, essa non può determinare le sorti del bene comune di una nazione. È la politica che dà la direzione. Perciò bisogna che, dopo i leoni, dopo le iene, vadano a governare questo Paese persone la cui “maschera” ci ricordi nuovamente il volto umano.