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Archivio Giugno 2017

LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA

19 Giugno 2017 Commenti chiusi

LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA
(Fabio Beretta)
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“Tutti noi uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, Cosa Nostra si vuole farla risalire all’apostolo Pietro”. Così Leonardo Messina, un mafioso pentito, parlava durante un interrogatorio. In quell’occasione, il boss rivelò anche l’esistenza di una “Bibbia della mafia”, nascosta nelle campagne di Riesi, un piccolo comune in provincia di Caltanissetta. Ad una prima analisi, in effetti, sembra proprio che siano veramente poche le differenze tra un cattolico e un mafioso. Entrambi pregano. Hanno in tasca, o nel portafoglio, un santino: una Madonna Addolorata, un Cristo crocifisso, un Padre Pio, ecc. Anche i mafiosi sono religiosi. Tutti. Campani, siciliani, calabresi, boss. Per anni il confine tra credente e mafioso è stato invisibile.

La mafia, l’anti-Chiesa

La malavita organizzata, da sempre denominata “anti-Stato”, oggi si potrebbe definire anche con l’appellativo di “anti-Chiesa”. Come i monaci osservano la regola benedettina dell’“ora et labora”, così anche la vita della mafia è scandita di riti, preghiere e funzioni religiose. Un esempio chiaro è la riunione dei capi della ‘Ndragheta, che il 2 settembre di ogni anno si riuniscono presso il Santuario della Madonna dei Polsi, situata a circa 860 metri d’altezza in una vallata dell’Aspromonte. Qui, a pochi passi dal torrente Bonamico, che costeggia il paese di San Luca, i boss prendono le decisioni più importanti e stringono alleanze. Qualche pentito rimasto anonimo ha raccontato che in questo luogo sono custodite le “12 Tavole della ‘Ndrangheta”. Una sorta di “codice etico” per certi aspetti molto simile ai “dieci comandamenti” donati da Dio a Mosè sul monte Sinai. Ma i riferimenti alla tradizione cristiana non si limitano al Vecchio Testamento. Nel 1951, mentre a Viterbo si celebrava il processo della strage di Portella della Ginestra, Gaspare Pisciotta, cugino traditore del bandito Salvatore Giuliano, in aula si difendeva con queste parole: “Siamo un corpo solo: banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Una vera e propria religione con tanto di ministri. Infatti, tra gli uomini d’onore di spicco della malavita siciliana figura anche padre Agostino Coppola, parroco di Carini. I media lo ricordano soprattutto come il prete che sposò in gran segreto Salvatore Riina (all’epoca latitante) e Antonina Bagarella. Anche le donne svolgono un ruolo importante. Infatti, i così detti “uomini d’onore” non si confessano direttamente. A riceve l’assoluzione sono le loro compagne. Grazie ad alcune intercettazioni della Polizia di Stato, è infatti emerso che sono le mogli a recarsi in chiesa per inginocchiarsi davanti al confessionale. Quando, raramente, sono gli stessi mafiosi che si accostano al Sacramento della Riconciliazione, ricorrono a una formula standard. Il dialogo suona, pressappoco, così: “Padre, mi assolva”. “Cosa hai fatto figliolo?”. “Niente, sono innocente come Gesù Cristo”.

Una Chiesa “divisa”

I media italiani hanno sempre evidenziato come la Chiesa non sia stata “unita”, bensì
divisa sulla questione mafia. Vescovi e parroci locali, stando a quanto riportano le cronache, nella maggior parte dei casi hanno taciuto il grande male che attanaglia il Mezzogiorno. In realtà, la Chiesa mai ha taciuto sulla mafia. A dimostrarlo non sono solo le scelte dettate dalla prudenza degli ecclesiastici che hanno svolto la loro missione pastorale in Sicilia, o in Calabria. Leonardo Messina, mafioso pentito, dichiarò: “La Chiesa ha capito prima dello Stato che doveva prendere le distanze da Cosa Nostra”. Quello dei mafiosi è un uso deviato della religione che, oggi come in passato, si manifesta in processioni, rituali e preghiere che assumono una dimensione pubblica con il solo scopo di riconoscere uno status di superiorità a chi, in realtà, viola la legge in nome di un falso dio.

Il peccato di mafia

Le processioni sono atti di devozione che riguardano la sfera religiosa dell’uomo. Nel
cattolicesimo, esse costituiscono un ulteriore elemento di appartenenza e identità a quel “depositum fidei” che la Chiesa custodisce. Una fede che da oltre duemila anni si rende visibile attraverso le liturgie. Esse scandiscono i ritmi della vita della Chiesa. E, per certi aspetti, anche quelli della mafia. Anche i malavitosi vanno a messa, e come tutti i buoni cristiani anche loro si confessano. Da alcune intercettazioni del prof. Guttadauro, aiuto primario in uno degli ospedali di Palermo, e capo mafia a Brancaccio, si viene a sapere che il medico la mattina si dedicava a ricevere i mafiosi, nel pomeriggio i politici di turno, e la sera istruiva il “delfino” che avrebbe dovuto sostituirlo, invitandolo a confessarsi, ma raccomandandogli di scegliere il sacerdote giusto. Gli racconta: “Sai cosa mi è successo? Un giorno mi sono andato a confessare e il sacerdote mi ha detto che esiste il peccato di mafia. Questa cosa non l’avevo mai sentita. Quindi, prima di andarti a confessare, devi trovare il soggetto giusto”.

Il senso religioso dei mafiosi

La sociologa Alessandra Dino ha provato a spiegare le motivazioni per cui un mafioso prova un forte senso religioso. Secondo la studiosa, vi sono due livelli da prendere in considerazione: quello individuale e quello dell’organizzazione. Gaspare Mutolo, uno dei killer di Mondello, autore di oltre venti omicidi, ha dichiarato: “Noi mafiosi siamo religiosi perché siamo anche noi fatti di carne e di ossa. Lo sa cosa volevo fare da bambino? Il missionario, perché volevo aiutare la gente”. A livello organizzativo, invece, la religiosità fa si che le cosche assumano i tratti di una “comunità” nella quale identificarsi. Ad esempio, Bernardo Provenzano usava la Bibbia per comunicare. Il motivo è semplice: costituisce un punto di vista culturale a cui tutti possono attingere, e dà credibilità all’organizzazione.

Una religione strumentalizzata

Pensiamo al caso della “Candelora” di Sant’Agata, nel 2005, a Catania. I membri del clan Santapaola, salirono sul catafalco della martire, al posto del prete, con l’obiettivo di deviare il percorso della processione per farla passare sotto la casa di Francesco Mangion, della cosca appena rilasciato, affinché la protettrice di Catania potesse dare il bentornato al malavitoso. Da ciò si evince che gli inchini, così come tutte le “liturgie” a cui prendono parte i mafiosi, non sono un elemento folkloristico, ma una forma di sfoggio del potere legittimato dalla divinità.

Un’efficace strategia di comunicazione

Allo stesso tempo rappresenta una straordinaria strategia di comunicazione, efficace e diretta, che trasmette un solo messaggio: qui comandiamo noi. In realtà, la Chiesa non ha mai legittimato l’operato della mafia, ne ha mai stretto alcun tipo di patto. Alla base vi sono questioni storiche e sociali ben precise che trovano le loro radici all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando tra i cittadini e gli esponenti del clero vi era una scarsa conoscenza, nonché una grande sottovalutazione, del fenomeno mafioso. Basti pensare all’operato di mons. Ruffini, cardinale di Palermo dal 1946 al 1967. Nel maggio del 1947, commentando la strage di Portella della Ginestra, affermò: “Come vescovo non posso certo approvare le violenze da qualunque parte provengano, ma è un fatto che la reazione all’estremismo di sinistra stia assumendo proporzioni impressionanti. Del resto, si poteva ritenere inevitabile la reticenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali dei comunisti”. In altre parole: se la sono cercata. Bisognerà attendere gli anni ’80 e l’operato di don Pino Puglisi, oggi beato, per intravedere alcune crepe nel muro di omertà e silenzio innalzato da alcuni rappresentanti del clero siciliano.

Il ruolo delle donne

Alcuni pentiti hanno raccontato che mentre erano impegnati nel realizzare l’opera voluta dai padrini, le loro mogli, o compagne, erano in chiesa, inginocchiate davanti ad un altare, o al simulacro della Vergine Maria. Pregavano affinché le anime di quelle persone che venivano uccise dai propri mariti fossero accolte in paradiso. La loro morte era necessaria perché andava contro il “piano divino”. E loro, i mafiosi, che si dicono credenti, come Cristo ha perdonato i peccatori, perdonano chiunque si metta contro il volere di Dio. Li uccidono, ma pregano per le anime dei morti ammazzati, e non per le loro perché i malavitosi, con quel gesto, compiono la volontà del Signore. Un ragionamento contorto e tutt’altro che cristiano, ma ben impostato e inculcato nelle menti dei giovani che si avvicinano al mondo della mafia.

La risposta della Chiesa locale

Bisogna attendere l’alba degli anni ’80 per avere una prima denuncia pubblica del fenomeno mafioso da parte della Chiesa siciliana. A parlare è il cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 1970 al 1996. Negli anni del suo ministero pastorale, in Sicilia si consumano quelli che saranno definiti, successivamente, i “delitti eccellenti”: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma l’evento che fa da cassa di risonanza del sentimento di disprezzo e di orrore di tanti cittadini onesti, sono i solenni funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, uccisi in un violento agguato il 3 settembre del 1982. Il giorno dopo, dal pulpito della chiesa di San Domenico, il cardinale fece impallidire i più importanti uomini politici siciliani e d’Italia, che assistevano nelle prime file alla messa funebre del prefetto Dalla Chiesa: “La mafia è un demone dell’odio, l’incarnazione stessa di Satana. Si sta sviluppando una catena di violenza e di vendette tanto più impressionanti perché, mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti, quanto mai decise, invece, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti a colpire. Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur; mentre a Roma ci si consulta, la città di Sagunto viene espugnata. Sagunto è Palermo. Povera la nostra Palermo! Come difenderla?”. Parole rimaste indelebili nelle coscienze non solo dei siciliani, ma degli italiani tutti. Queste parole, passano alla storia come l’“omelia di Sagunto”. Un intervento che, de facto, segna una grande svolta nella storia della lotta alla mafia e nei “rapporti”, se così si possono definire, della “piovra” con la Chiesa. Un lungo periodo che passa alla storia come “la Chiesa del silenzio”. Infatti, da quel momento, in Sicilia tanti giovai parroci, definiti “coraggiosi” dal Procuratore Antimafia, Pietro Grasso, “iniziarono a porsi domande sul loro ruolo in una terra di violenza, sangue e diritti negati, chiedendosi se dovevano limitarsi a curare le anime o invece impegnarsi in un’azione apostolica in difesa dei diritti dell’uomo. Sorsero, su impulso del cardinale, movimenti, missioni popolari fuori dalle parrocchie, istituti dedicati alla formazione evangelica dei credenti, dei giovani, degli emarginati”. Ma i veri trascinatori della lotta alla mafia sono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che nel 1986 riescono a far condannare i grandi capi di Cosa Nostra, tra cui Michele Greco, detto “il Papa”, come mandanti di numerose stragi. Tuttavia, Toto Riina e Bernardo Provenzano restano latitanti. I due giudici, su ordine di Riina, capo dei capi di Cosa nostra, vengono assassinati. Ma il coraggio e la tenacia dimostrata dai due magistrati, e i sempre maggiori sforzi degli inquirenti nel debellare questa piaga sociale, fanno nascere in molti strati della società una sensibilità diversa che tocca anche i vertici della Chiesa.

La scomunica

E così, nel maggio del 1993, Giovanni Paolo II alza un forte grido contro gli uomini d’onore, e lo fa pronunciando anche la parola “mafia”. Il grido di conversione di Giovanni Paolo II viene ignorato dai mafiosi. E la Chiesa entra nel mirino di Cosa Nostra. La notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993, due bombe al tritolo vengono fatte esplodere a Roma: una davanti la basilica di San Giovanni in Laterano, l’altra nella chiesa di San Giorgio al Velabro. Un attacco mirato alla Chiesa. E questo perché le frasi di Giovanni Paolo II tolgono ogni dubbio all’ambiguità tra religione e mafia. Per ciò cosa nostra colpisce Roma: San Giovanni in Laterano è la Cattedrale della “città eterna”, li viene custodita la cattedra del Papa. Alle bombe esplose nelle basiliche romane, segue un assassinio, quello di don Giuseppe Puglisi, parroco di Brancaccio. Anche Benedetto XVI ha condannato la mafia in occasione della sua visita pastorale a Palermo, il 3 ottobre del 2010. Le parole di Ratzinger si pongono sulla stessa scia di quelle di Giovanni Paolo II e, per certi aspetti, sembrano rievocarle. “La mafia è strada di morte, incompatibile con il Vangelo”, aveva dichiarato. Di recente, Papa Francesco ha messo del tutto fine al “rapporto” tra religione cattolica e mafia pronunciando in Calabria, terra martoriata dalla ‘Ndragheta, nel giugno del 2014, una scomunica latae sententiae nei confronti di tutti quelli che si professano mafiosi. “I mafiosi sono scomunicati, la ‘ndrangheta adora il male”, ha affermato Bergoglio. Nella concezione cristiana, chiunque commette peccato può pentirsi. Probabilmente questa prospettiva e l’idea che la mafia fosse solo un’organizzazione di assassini, ha rimandato l’uso dell’arma più potente che la Chiesa abbia mai avuto. Scomunicare persone che si ritengono, a modo loro cattoliche, avrebbe sbarrato ogni porta alla conversione.

Un fenomeno umano che ha fine

C’è differenza tra mafiosi e cattolici: definirsi credenti non basta ad esserlo. È necessario vivere con le opere quell’incontro che il battezzato ha avuto con Cristo. Altresì, possiamo dire che la religione dei mafiosi non è quella cattolica: la mafia è un distorto complesso di falsi valori e dunque, prima ancora che “per il suo nefasto potenziale di delinquenza e anti-socialità, è incompatibile con il Vangelo”. Inoltre, la Chiesa ha capito fin da subito la pericolosità di tale organizzazione e, anche se a livello gerarchico vescovi e pontefici hanno denunciato la malvagità e l’incongruenza della criminalità organizzata solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, a livello locale sono stati numerosi i sacerdoti, ma anche laici credenti, che si sono impegnati a lottare contro l’ombra nefasta della mafia. Allo stesso modo, non dobbiamo dimenticare che i media sono uno degli strumenti principali della lotta alla mafia: una corretta e approfondita informazione, infatti, garantirebbe l’isolamento della criminalità organizzata dalla società. Giovanni Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Quel giorno, la cupola, che da simbolo e faro della cristianità è stata snaturata nella sua quintessenza dalla mafia, continuerà ad essere un ponte tra l’uomo e Dio. Non sarà più accostata ad un organigramma che getta la sua ombra malefica grazie ad un potere occulto. Da quella cupola tornerà ad echeggiare un grido di speranza per ogni uomo, una speranza che la mafia non può, non ha potuto e non potrà mai rendere all’uomo: l’incontro con l’Infinito.
di Fabio Beretta

i figli di chi sono??

12 Giugno 2017 Commenti chiusi

da lanuovabq.it Ermes Dovico
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Il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini. In un’udienza di emergenza, durata poche decine di minuti e svoltasi ieri pomeriggio, tre giudici della Corte Suprema hanno confermato la condanna a morte del piccolo Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una patologia rarissima, autorizzando i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra a staccare il respiratore che gli fa da supporto vitale, contro la volontà dei suoi genitori che vorrebbero portarlo negli Stati Uniti per una cura sperimentale che ha già avuto successo su almeno due bambini con una malattia simile (come testimonia questo splendido video).

Ma non gli è stato permesso, perché Charlie, da quando a otto settimane ha iniziato a manifestare i sintomi della malattia, è diventato prigioniero dell’ospedale londinese, dove i medici hanno presto iniziato a dire che bisognava lasciarlo “morire con dignità”. E i giudici hanno assecondato questa scelta mortifera, pur sapendo della ferma speranza dei genitori Chris e Connie e della loro raccolta fondi – 1,3 milioni di sterline da oltre 83 mila donatori – che consentirebbe tranquillamente di proseguire le cure di Charlie in America.

“Come possono farci questo? Stanno mentendo. Perché non dicono la verità?”, ha detto la mamma scoppiando in lacrime subito dopo la decisione della Corte Suprema, che è arrivata addirittura a negare lo svolgimento di un’udienza completa per rivedere meglio il caso di questo piccolo Cristo innocente, condannato perché è la risposta di senso al dolore che il mondo rifiuta di ascoltare.

Tre corti su tre, con pareri uniformi e talmente rapidi da restituire un quadro se possibile ancora più inquietante, hanno sentenziato che è nell’interesse del bambino morire, rifiutando di dargli qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Per l’esattezza, la Corte Suprema ha chiesto ai dottori di continuare a dare il supporto vitale a Charlie per 24 ore (che scadrebbero alle 17 di oggi pomeriggio, ora inglese, nel più macabro dei conti alla rovescia) per consentire alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di considerare un eventuale ricorso dei genitori, che i legali hanno nel frattempo annunciato di aver fatto. L’interruzione delle cure per il momento dovrebbe perciò essere stata scongiurata e adesso si dovrà attendere il pronunciamento della Cedu, che si spera possa ribaltare l’ingiustizia disumana delle corti inglesi.

Ad ogni modo, com’era già di per sé assurdo dover arrivare alla sentenza di una corte, e perfino quella di grado più alto a livello nazionale, per dire che un bambino di 10 mesi può o meno continuare a vivere, lo è a maggior ragione dover ricorrere a un tribunale sovranazionale per affermare un principio così elementare come il diritto alla vita. Un principio sul quale si fonda la stessa convivenza umana e, negato il quale, perde di senso qualunque corte di giustizia di questo mondo, destinata a giudicare arbitrariamente secondo gli interessi dei più forti, a confondere il bene e il male, a sacrificare gli ultimi, i più indifesi, sull’altare di un’ideologia che pretende di sostituirsi a Dio, stravolgendo la morale secondo le proprie convenienze.

Abbiamo detto che il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini, ma è chiaro che la considerazione andrebbe estesa a tanti altri Paesi, compreso il nostro, e retrodatata agli anni ’60-’70, ossia alla comparsa generalizzata nell’Occidente delle leggi contro la vita umana e la famiglia, primo baluardo contro le prepotenze del potere che ha gioco facile nel manovrare a suo piacimento l’individuo isolato.

Tra l’altro, per effetto della legge inglese sul fine vita, se i genitori fossero stati d’accordo con i medici, a quest’ora Charlie sarebbe morto da un pezzo: morto per omicidio. Parola che i cultori dell’eutanasia cercano di nascondere, ora stracciandosi le vesti, ora fingendo compassione, ora minacciando querele. Ma è di omicidio che si tratta. Come quello che per un soffio ha evitato di recente la piccola Marwa in Francia, anche lei veramente amata dai genitori, che hanno fatto ricorso contro la decisione dei medici di ucciderla, riuscendo a spuntarla dopo due gradi di giudizio.

Ed è sempre l’omicidio quello che dovranno sperare di evitare bambini, minori e incapaci qualora il Parlamento italiano dovesse approvare il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (un ddl ipocrita già dal titolo perché non nomina mai l’eutanasia, pur legalizzandola nei fatti), che come questo quotidiano ha già spiegato introdurrebbe sia l’eutanasia consensuale sia quella non consensuale: se il fiduciario e il tutore dovessero essere d’accordo sulla volontà di dare la morte al paziente – per esempio un neonato o un disabile mentale – non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere ai giudici, perché l’atto eutanasico (omicidio) sarebbe considerato del tutto legale. Legale, sebbene profondamente ingiusto.

Eppure, la cultura dominante continua a venderci lo slogan dell’autodeterminazione, continua a ingannarci dicendo che lo Stato deve lasciare libero l’individuo di fare quel che gli pare, come se fosse dio di se stesso e slegato da qualunque legame con la comunità, in una fasulla libertà senza limiti, che spalanca le porte del male aumentando a dismisura le possibilità di compierlo, con tutte le garanzie della legge.

Ma in realtà, come questo e tanti altri casi recenti dimostrano, l’unico modo libero di “autodeterminarsi” è quello che la cultura dominante vuole, che prima concede la “libertà” di uccidere e poi obbliga a uccidere il più debole, calpestando perfino il diritto di due genitori di provvedere alle cure del loro bambino. È una cultura della morte sempre più pervasiva che rifiuta di confrontarsi con la sofferenza, nega che la vita di quaggiù è un dono in vista della ricompensa celeste per chi riconosce di avere un Padre che lo ama e di aver bisogno di Lui per essere felice. Una cultura della morte che rigetta ogni speranza, non solo quella ultraterrena, ma la stessa speranza in quella scienza umana in cui a corrente alternata i suoi fautori dicono di credere, ignari che la scienza viene da Dio, lo stesso Dio che rifiutano di accogliere nella loro vita.

A Charlie, la cui dignità incommensurabile deriva dal suo essere persona e non certo dal suo grado di salute, stanno cercando di togliere anche la speranza di vivere secondo le possibilità che la medicina gli dà.
Don’t take my sunshine away, “non portarmi via la mia luce del sole”, è il sottofondo di uno dei tantissimi video che sono stati dedicati in questi mesi a questa dolcissima creatura. Alla fine del filmato si vedono gli occhioni chiari e risplendenti di Charlie, segno tangibile di una testimonianza d’amore eterno che le tenebre non riusciranno mai a oscurare. Intanto, forza piccolo, tante persone che ti amano stanno pregando per te.

Aggiornamento delle 17,15: La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che Charlie deve ricevere i trattamenti che lo tengono in vita sino alla mezzanotte di Martedì, al fine di poter valutare il caso.

commercio dissacrante

2 Giugno 2017 Commenti chiusi

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere
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il Center for Medical Progress ha pubblicato un nuovo reportage sullo scandalo che da quasi due anni vede coinvolto il colosso americano degli aborti, la

Planned Parenthood, al centro di un disgustoso commercio di organi di feti abortiti nelle loro cliniche.

Nel nuovo video girato segretamente, diversi manager della Planned Parenthood scherzano su come fare a pezzi i neonati e ammettono che la vendita di organi di feti abortiti è redditizia.

Proprio su questo immondo commercio Generazione Voglio Vivere aveva pubblicato nel 2015 un ampio Dossier sul numero di Ottobre della sua Rivista. Hai per caso visto questa notizia sui più importanti quotidiani italiani o al telegiornale?

Ovviamente No!
Condividi la notizia sui social!
Il video riporta gli interventi e le presentazioni fatte durante uno degli incontri annuali che organizza, in segreto, la Federazione Nazionale dell’Aborto degli Stati Uniti (NAF). Circa il 50% dei membri e dirigenti della NAF è anche membro di Planned Parenthood.

La Dottoressa Lisa Harris, Direttrice Medica di Planned Parenthood nel Michigan, è la prima ad apparire nel video e ad ammettere che «Le nostre storie in realtà non hanno molto a che fare con gran parte del discorso e della retorica pro-choice (pro-aborto), non è vero?».

La Dottoressa si riferisce a quello che accade nelle loro cliniche, veri e propri mattatoi di bambini smembrati pezzo dopo pezzo…

«Le teste (dei feti) si bloccano e non riusciamo a farle uscire», racconta alla platea la Harris provocando una risata generale tra i partecipanti all’incontro. Storie del genere «fanno parte della nostra esperienza. Però non esiste alcun posto dove possiamo condividerle».

Si rimane inorriditi dinanzi all’insensibilità e alla freddezza di certi racconti, come quello della Dott.ssa Uta Landy, della Planned Parenthood Federation of America, che ha provocato le risate del pubblico per aver ricordato un episodio in cui “un occhio (del feto che stava smembrando, ndr) cadde sopra il mio grembo. Che schifo!”.

Fare a pezzi un bambino…è questo il loro lavoro! È questa la realtà dell’aborto!
Che aspetti? Fai girare questa notizia!
La Dott.ssa Susan Robinson, che effettua aborti presso la clinica della Planned Parenthood nel Mar Monte, in California, ci ha tenuto a precisare che «il feto è un piccolo oggetto robusto, e farlo a pezzi, voglio dire, farlo a pezzi il primo giorno è molto difficile».

Un verità talmente brutale che la stessa Dott.ssa Lisa Harris è costretta ad ammettere «che qui c’è violenza» e che il concepito «è una persona» che viene uccisa.

Nel video si vede anche la Dott.ssa Ann Schutt-Aine, Direttrice dei Servizi per l’Aborto della Planned Parenthood nella Costa del Golfo, la quale ha raccontato che se sta eseguendo un aborto e si accorge che sta per comparire l’ombelico del bambino «potrei chiedere una seconda serie di pinze per tenere il corpo dentro il collo dell’utero e staccare una gamba o due, affinché in questo modo non si tratti di un aborto a nascita parziale», proibito dalla legge degli Stati Uniti.

Cos’altro aggiungere?!

A proposito della compravendita di organi di feti abortiti, Deb VanDerhey, Direttrice Nazionale del CAPS della Planned Parenthood Federation of America, ha affermato che alcune cliniche della sua organizzazione «potrebbero voler vendere organi e tessuti di bambini abortiti per aumentare il loro reddito. E non li possiamo fermare».

Un’ammissione di colpa che fuga ogni dubbio a riguardo: queste persone dovrebbero essere fermate e messe in galera.

Cordialmente,

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere