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Archivio Agosto 2017

omo e gender….nobiltà del buonsenso

24 Agosto 2017 Commenti chiusi

La Bbc insegna ai bimbi che possono scegliere il loro sesso: aumentano i numeri di quelli confusi
( Benedetta Frigerio 24-08-2017 www.lanuovabq.it)


“Ormai è sdoganato anche questo”, mi racconta un Italiano che vive in America (Massachusetts) da sei anni con la famiglia in riferimento all’incremento dei bambini spinti a credere di appartenere al sesso opposto a quello di nascita. E poi mi spiega di un conoscente separato dalla moglie il cui figlio giocava con le bambole. “Ad un certo punto il padre gli ha detto: “Bene, significa che sei una bambina”. E così ha iniziato a riferirsi a lui come fosse una femmina”. Il piccolo, ormai cresciuto, ora sostiene che “a 18 anni farò l’operazione chirurgica”. Eppure, ha continuato l’italiano, “anche il mio terzo figlio giocava con le bambole. E allora?”.

E allora sono sempre di più le persone indottrinate dall’ideologia gender. A confermare la crescita di un fenomeno fra i più abominevoli agli occhi di Dio, perché oltre a sovvertire la Sua creazione lede l’innocenza spingendo i piccoli a pensare a questioni relative alla sessualità (cosa molto gradita agli sponsor della pedofilia), sono i numeri del mondo anglofono. Basti pensare che nella prima parte di quest’anno in Gran Bretagna ben 87 bambini si sono rivolti alle cliniche che tratterebbero i disturbi legati alla propria identità, mentre 4 anni fa (agli albori dello sdoganamento di questa ideologia) erano meno di 20. Chris McGovern, ex consigliere del ministero dell’Educazione, commentando l’impennata, ha spiegato che “si tratta di un’industria in cui la gente fa carriera incoraggiando i bambini a mettere in discussione il proprio sesso in età in cui dovrebbero essere lasciati liberi di essere e vivere da semplici bambini”. Si sa infatti che questo non è un problema dei piccoli se non quando lo diventa per gli adulti, che orami parlano ai bambini dell’identità sessuale come di una libera scelta. I casi di confusione patologica dei bimbi sono sempre stati minimi, circoscrivibili e normalmente curabili, diversamente da oggi in cui l’ideologia li plagia fino a creare ferite profonde, incrementando così i numeri come sta accadendo nei paesi anglofoni: “Quando gli insegnanti sollevano la questione (la menzogna dell’identità sessuale libera, ndr) i bambini possono confondersi, rimanerci male o restare traumatizzati”, ha continuato McGoven. Anche la femminista inglese Joanna Williams ha denunciato il sistema vigente in cui “si incoraggiano anche i bambini più piccoli persino a mettere in discussione il loro essere veramente maschi o femmine”.

Ma che ogni tabù sia caduto e che non si cerchi nemmeno più di nascondere quello che realmente si insegna durante i corsi all’affettività o contro il bullismo, lo chiarisce bene la scelta della Bbc di mandare in onda un programma intitolato “Non più bambini e bambine: possono i nostri bambini essere liberi dal gender?” in cui si fanno esperimenti nelle classi elementari inglesi. Eppure la violenza è svelata immediatamente, quando i 23 alunni di 7 anni rispondendo al test iniziale dimostrano che prima dell’indottrinamento dei produttori la loro percezione della differenza sessuale era molto alta. Una bimba risponde, ad esempio, che “i bambini sono migliori a comandare”, mentre un’altra sostiene che le “femmine sono più brave nel farsi belle”. Ovvio? No, secondo i conduttori del programma è uno scandalo da debellare. Perciò, sebbene quelli descritti dai bambini siano dati di fatto banali ed evidenti, oggi bisogna difenderli con le unghie da un martellamento che vuole ingannare i piccoli, rendendoli manipolabili. Se servisse anche mettendoli contro le loro stesse famiglie.

Basti pensare alla donna americana ricorsa in appello all’inizio di agosto, dopo che una scuola del Minnesota, senza il suo consenso, aveva avviato il processo per il cambiamento di sesso richiesto dal figlio minorenne. La motivazione del giudice e della scuola contro il diritto dei genitori all’educazione (da sempre garantito per proteggere i piccoli dallo Stato, supponendo che il genitore sia colui che ha più probabilmente come unico interesse il bene disinteressato del figlio) è che questo diritto non può spingersi oltre il diritto alla salute del figlio. Ma la madre, in appello, ha fatto di nuovo leva sul suo diritto all’educazione. Ancora peggio quanto avvenuto a fine luglio in un asilo dell’istituto paritario Rocklin Academy Gateway in California. Qui un insegnante, all’insaputa dei genitori, ha celebrato di fronte alla classe la scelta della famiglia di un bambino di 5 anni di considerarlo una donna. Di fronte a tutti lo ha fatto uscire dal bagno vestito da bambina e chiamandolo con un nome femminile. Grazie alle proteste delle famiglie è emerso che i piccoli sono tornati a casa letteralmente terrorizzati. Jonathan Keller, membro del California Family Council, ha dichiarato: “Molte bambine sono tornate a casa dai genitori in lacrime chiedendo, “mamma, papà, diventerò un maschio?”, mentre un bambino che prima ad ora non aveva mai menzionato questioni di questo tipo ha domandato di imitare il compagno celebrato dall’insegnante e di andare a scuola vestito da femmina. Ma, nonostante alcune proteste, il 21 agosto la scuola ha preso le parti dell’insegnante citando le leggi dello Stato contro la discriminazione.

Purtroppo c’è poco da stupirsi. Infatti, una volta che viene considerato vero il fatto che si nasce con un sesso ma che si può e si deve poter appartenere ad un altro, pena l’infelicità della persona, non è possibile scandalizzarsi se poi lo Stato si oppone ad un genitore o se una scuola prende le parti dell’insegnante che dice ai piccoli che il sesso è flessibile. Ciò significa che difendere il diritto di educazione dei genitori non basta più. Bisogna partire da ciò che sostiene tale diritto, sottolineando cosa è giusto o sbagliato per ogni uomo: se seguire la legge naturale o se distruggerla e riconoscere l’esistenza di un bene e di un male oggettivi, da perseguire il primo e da ostacolare il secondo. Tirarsi indietro da questo giudizio per non “alzare i muri” è connivenza con un male che getta in una confusione infernale gli innocenti, il peggiore che si possa commettere:

“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare” (Matteo 18,6).

“…le carte devono essere a posto..”

19 Agosto 2017 Commenti chiusi

LA REPUBBLICA DELLE PROCEDURE
@Maurizio Blondet 18 agosto 2017 0
di Roberto PECCHIOLI
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Molti anni fa un giovanissimo studente di lettere e filosofia che adesso scrive le presenti righe entrava a far parte dell’amministrazione finanziaria, all’unico scopo di garantirsi pasti regolari. Destinato a compiti di controllo, venne catechizzato da un brillante funzionario la cui sapienza giuridica e professionale si univa alla vivacità e alla classe naturale dei napoletani di alto bordo. Il concetto su cui insistette di più fu

“le carte devono essere a posto”.

Ripeteva senza stancarsi che si poteva anche rubare la nazione intera purché i documenti relativi fossero perfetti, inattaccabili, e gli atti ben motivati. Ciò che sembrava prerogativa della sola burocrazia, è oggi divenuto il segno distintivo di una forma di società, quella liberale e liberista, che qualcuno ha definito la repubblica delle procedure. Non si scappa: tutto è procedura, sistema, apparato tecnico, linee guida, normativa minuziosa, complessa, per padroneggiare la quale è sorto un nuovo potente clero secolare di “esperti”. La ragione è in fondo assai semplice: il modo di pensare liberale nega l’esistenza del bene comune, ha orrore di principi morali condivisi, vive del solo utile, anzi di ciò che promuove “razionalmente” e determina l’interesse individuale.

Non può dunque che ripiegare su ciò che è considerato giusto e proclamato legale in base ad una norma scritta e transitoria, frutto dello spirito del tempo espresso da una (vera o presunta) maggioranza formata a quell’unico scopo. A quella norma viene attribuito un valore salvifico in base all’unica considerazione che è vigente in un certo momento storico. Sembra l’universalizzazione del pur venerando brocardo romanistico “tempus regit actum” e l’estensione all’intero mondo della vita delle “carte in regola”, dei timbri e delle normative. La distinzione tra ciò che è legittimo e ciò che è semplicemente legale in quanto permesso o non espressamente vietato dai codici si perde a favore di un positivismo giuridico tracimato in tutto l’Occidente dal mondo anglosassone dopo averne oltrepassato e travolto il principio consuetudinario. Di più, la supremazia della procedura si è trasferita all’intera società, improntandola e realizzando quel predominio della forma sulla sostanza, dei mezzi che sostituiscono i fini, del contratto misura di tutte le cose che sono tra gli aspetti più insidiosi del principio societale liberale.

L’ambito del diritto si estende ogni giorno, rendendo più numerose ed aggressive le caste dei periti giuridici delle più varie specializzazioni, un esercito di esperti che usano un linguaggio esoterico ed autoreferenziale, convinti – come del resto come tutti i devoti della società contemporanea – che la ragione coincida con il successo. La loro distanza dal senso comune, oltreché dalla maggioranza delle persone aumenta quotidianamente. Solo un paio di esempi: le scarcerazioni lampo di colpevoli di delitti o reati assai gravi, che non sono responsabilità del magistrato di turno o luciferina abilità dei legali, ma stanno scritte, come si dice, nella legge e nei mille rivoli di regolamenti, eccezioni, casistiche minutamente contemplate e descritte nel fiume irrefrenabile dell’iperproduzione giuridica.

E’ di queste ore la scarcerazione, in Spagna, dei delinquenti probabilmente colpevoli dell’omicidio a pugni e calci di un giovane fiorentino, ma è l’ultimo caso solo in ordine di tempo delle follie che indignano il senso comune ma non turbano minimamente gli esperti, i tecnici: sta scritto da qualche parte e così sia. La Spagna, del resto, è il paese che ha raggiunto e superato l’Italia in spropositi di ogni genere. Ma le procedure sono state scrupolosamente seguite, ciascuno ha fatto la sua parte conformemente alle regole stabilite. Quanto alla vittima, il convitato di pietra, si vedrà. Chi muore giace, tutto il resto sono le magnifiche sorti e progressive della civilizzazione gaia ed agonizzante.

I telefilm di genere, specie americani, ci mostrano con sincerità brutale le miserie di un sistema in cui la verità, non diciamo la giustizia, è ospite sgradito e generalmente respinto. Certo, il rispetto delle forme e delle norme è cosa di grande importanza, ma dovrebbe sussistere, almeno in linea di principio, un minimo di rispetto per l’idea di bene comune, di giustizia come atto comunitario che sana la ferita inferta alla convivenza civile. Nulla, nessun interesse per la verità “storica”, pochissimo anche per quella giudiziaria. Conta vincere la causa, attore e convenuto non sono altro che plastilina nelle mani degli operatori professionali (gli esperti della procedura…), protesi alla vittoria, per la carriera, per la parcella, per gli “obiettivi” ai quali si subordina il bene, il giusto, il vero.

Dal campo del diritto, le procedure hanno invaso la mitizzata società civile in ogni sua piega. Laissez faire, laissez passer è l’imperativo liberista in economia e finanza, nel percorso a tappe forzate verso la privatizzazione di tutto. Ma nulla deve tuttavia sfuggire alla mania contemporanea a normare tutto, incasellare secondo schemi prefissati, organizzare, gestire minuziosamente secondo le “regole” – altra parola chiave del tempo nostro – prescritte da schiere onnipresenti di sedicenti esperti. Pensiamo alla medicalizzazione di ogni passaggio della vita, a partire dagli obblighi di vaccinazione contro tutto, che probabilmente rendono più deboli le ultime generazioni, sino ai divieti ossessivi per il fumo o alla schedatura di chi vuole assistere agli spettacoli sportivi.

Tutto per il nostro bene, violando clamorosamente il postulato progressista del libero, insindacabile giudizio individuale sulle scelte personali. In compenso, nessuna difficoltà per chi intende schiamazzare, ubriacarsi, sballare, “farsi” di pillole o sostanze stupefacenti, diventare dipendenti della sessualità più estrema, compulsiva e amorale. Libertà di aborto, non sia mai, ma lacrime e disperazione per l’abbattimento di un’orsa. Una deriva antiumana che non sa più distinguere e dare giudizi di valore. Ma già, discriminare è vietato per legge, quindi non è né giusto né legale. Sempre le procedure, sempre il dannato potere di maestrini e maestrine dalla penna rossa esperti di qualcosa che ci spiegano come e qualmente l’uomo e la donna normali abbiano torto sempre e comunque. Giacché non esiste il senso comune che volge al bene e respinge il male, ma solo l’interpretazione, il giudizio relativo epperò insindacabile, beninteso se rispetta la cornice disegnata dagli esperti.

Le decisioni risultano largamente preordinate, in ossequio al principio dell’expertise tecnica, indiscutibile in quanto realizzata su presupposti “scientifici”. Non c’è più governo, ma amministrazione, adesso chiamata governance. Fu il movimento francese antiutilitarista MAUSS a definire per primo la nuova realtà: “L’obiettivo diventa quello di definire delle procedure neutre e oggettive – di cui il mercato e il diritto sono le principali incarnazioni – che permettano di far funzionare la società da sola, indipendentemente dalle motivazioni buone o cattive degli uomini “(Alain Caillé). Un mondo-meccanismo, un orologio indifferente a tutto, fuorché alla logica dominatrice dello scambio in denaro. Ci si riduce ad una triste espertocrazia, incaricata di individuare soluzioni esclusivamente tecniche, alle quali attribuire caratteri di oggettività, il criterio che ha sostituito la tramontata sacralità.

Una conseguenza è la depoliticizzazione della società, giacché la lotta non è più tra orientamenti, progetti, visioni, principi, ma tra coloro che sanno individuare ed applicare la soluzione razionalmente e tecnicamente possibile, l’unica, l’inevitabile. Negli ultimi anni, un nuovo attore di formidabile potenza si è aggiunto all’apparato di potere tecnocratico ed oligarchico, i padroni della rete informatica e i detentori dei “social media”. Qui la fiducia nella tecnica, nelle procedura e nel ruolo salvifico degli esperti rasenta il lucido delirio. Il manifesto del febbraio 2017 di Mark Zuckerberg, il dominus di Facebook di origine ebraica ne è una prova: un preciso programma di superamento antropologico del modo di essere di miliardi di uomini, il cui futuro sarebbe quello di essere costantemente connessi, destinati “a superare le istituzioni tradizionali “a favore di un super direttorio dei padroni della rete.

Un giovane filosofo e geopolitico, Parag Khanna, ha scritto un saggio intitolato, parafrasando Tocqueville, La tecnocrazia in America, nel quale, superando lo stesso Zuckerberg, conclude che in America “c’è troppa democrazia” (???). Ciò di cui c’è bisogno è “più tecnocrazia”. Khanna ha una convinzione precisa, quella che “un governo tecnocratico è costruito attorno alle analisi di esperti e sulla pianificazione di lungo periodo, piuttosto che sulla chiusura mentale e la visione di breve periodo dei capricci populisti”. Al di là del tocco finale contro i populisti, ossia contro i sostenitori della sovranità popolare, ciò che sgomenta è il tono chiliastico, millenarista del nuovo potere tecnoscientifico, nonché il disprezzo assoluto per il popolo. Decidono “gli esperti”, poiché essi “sanno”, conoscono le procedure, antivedono gli esiti, conoscono i risvolti di tutto. A noi spetta unicamente l’obbedienza, la bovina acquiescenza al verbo.

Tutto è derubricato ad opinione, fuorché l’esito delle valutazioni degli esperti in base agli scenari disegnati, agli algoritmi ed ai modelli matematici. La prima obiezione è: chi nomina gli esperti, chi li paga, e perché la loro opinione dovrebbe prevalere sulla nostra? Per quale motivo l’opinione di un ingegnere, in qualsiasi campo diverso dalla sua specializzazione professionale, ha più valore della mia, e, comunque, chi stabilisce criteri, motivazioni, fini delle elaborazioni teoriche la cui esecuzione e progettazione pratica affidiamo ovviamente alla sua perizia tecnica?

Il cosiddetto Stato di diritto, che vanta la propria supposta indifferenza assiologica, si organizza ormai sulla neutralizzazione tecnica e procedurale di tutto, anzi sulla privatizzazione integrale di quelle fonti perpetue di discordia che la morale, la religione e la filosofia necessariamente rappresenterebbero (Jean Paul Michéa). In questo modo, tutte le questioni sono “eticamente purificate” nell’ottica del pluralismo, il cui esito è uno solo: screditare ogni convinzione o principio, neutralizzando tutto come semplice opinione, circoscritta alla sfera privata o addirittura intima affinché la società economica e commerciale possa continuare la sua marcia scandita dai meccanismi “naturali” del mercato. Ancora Jean Paul Michéa spiega che, scartata l’idea di vita buona di ascendenza aristotelica, “sarà il mercato – e tramite esso l’immaginario della crescita e del consumo- a incaricarsi di definire de facto la maniera concreta in cui gli uomini dovranno vivere”. E’ sin troppo chiaro che le scelte decise dalla finta imparzialità delle procedure e delle soluzioni tecniche non sono affatto neutre.

Un altro impressionante elemento della repubblica cosmopolita delle procedure è l’esaltazione maniacale, unita alla rizomatica crescita delle “regole”. Cacciate dalla porta del laissez faire liberale nelle grandi scelte socio-economiche, si ripresentano, pignole, meticolose, sospettose ed occhiute proprio là dove la libertà personale dovrebbe regnare. Ecco dunque il salutismo esasperato, la medicalizzazione di ogni momento della vita, la necessità di seguire corsi e possedere patenti o titoli per svolgere qualsiasi attività. E’, tra le altre cose, la società del libretto delle istruzioni, senza il quale non si esce più di casa. Si tratta del paradossale esito della società dei “diritti dell’uomo”, rigorosamente individuali. La sbandierata neutralità dello spazio pubblico esige l’invasione asfissiante del dover-essere, di ciò che, apoditticamente, diventa “il giusto”. Di qui la necessità di trasformare la società attraverso obblighi e modalità pratiche sempre nuove.

Contemporaneamente, la tecnica, specie l’informatica al servizio del profitto, fa sì che ogni giorno noi compiamo azioni che fino a pochi anni fa erano di pertinenza di numerose figure professionali. Non entriamo più in banca per prelievi o depositi, facciamo e stampiamo da soli il biglietto ferroviario, prenotiamo i servizi sanitari e tanto altro. Persino al supermercato, adesso possiamo svolgere noi il lavoro di cassieri. Al di là delle ricadute occupazionali, sorprende che così pochi osservatori svolgano critiche ad un modello che ci vede prigionieri di macchine, dispositivi, procedure rigide quanto inderogabili nella più totale solitudine spinta sino al solipsismo. Alla repubblica delle procedure non interessano i rapporti umani, persino quelli minimi che intratteniamo con un cassiere o un incaricato di servizi. Colonizzato lo spazio pubblico insieme con l’immaginario privato, diventa facile convincere della necessaria neutralità dello Stato rispetto alle scelte individuali sovrane. Quella neutralità, però, dovrà essere mantenuta attraverso una selva crescente di norme esclusivamente formali e procedurali.

Naturalmente, ciò ridà fiato e potere a nuove burocrazie, detentrici di spicchi di un sapere parcellizzato, nuove corporazioni di esperti, spesso riunti in gruppi interdisciplinari nei quali ciascuno è titolare di un minuscolo campo di conoscenza. Di qui l’esigenza di creare nuovi organismi, gruppi di lavoro, ulteriori prassi da formalizzare: una sorta di “conferenza di servizi” permanente, necessaria per riunire i numerosi soggetti titolari di pareri, competenze, procedure in capo a qualsiasi decisione, atto o problema. In una conversazione privata, un sociologo del lavoro, celiano sulle infinite specializzazioni della sua professione, affermò che forse ci saranno, a fianco di tutti gli altri, anche sociologi della sociologia. Nel 1970, il geniale Giorgio Gaber scrisse una canzone dalla musica molto cadenzata, il cui refrain era “il gatto si morde la coda, si morde la coda, e non sa che la coda è sua!”.

In tutto ciò, tecniche, procedure ed esperti sembrano concordare nella tendenza ad abolire, insieme al conflitto, il Male. Esso può essere combattuto ed estirpato attraverso misure appropriate, ovvero con leggi, procedure, apparati tecnici, figli tutti di un ordine sociale in cui dominano i “diritti” e, innanzitutto, la mano invisibile del Mercato. Occorre dunque mettere a punto una struttura che affranchi l’uomo nuovo dalla naturalità, sino ad una radicale antropologia storicista: l’uomo sarà ciò che egli vuole essere! Espulso il sentimento e la dimensione del tragico, tanto straordinariamente esplorato da un Miguel Unamuno, ma altresì respinta l’alterità. Che cosa rappresentano, infatti, le sofisticate, dettagliate procedure, le classificazioni sempre più minuziose degli esperti, la tassonomia, l’ansia previsionale e descrittiva degli “esperti”, se non l’allontanamento coatto, il respingimento ed il rigetto dell’Altro, del Diverso, dell’Imprevisto? Alain De Benoist parlò, già alcuni decenni fa, della dittatura dell’Identico sottesa al mercato, all’economia di scala, alla creazione a marce forzate del consumatore globale.

Il pensatore francese aveva intuito molto bene il progetto in fieri. Un altro francese, il citato Jean Paul Michéa, un socialista che rifiuta l’etichetta di sinistra, va oltre, e ci spiega un ulteriore risvolto della repubblica, ma possiamo chiamarlo impero delle procedure e della bulimia normativa. Poiché non possono sussistere una comunità e neppure una società prive di un linguaggio e di un senso comune, il metodo liberale ed il suo diritto positivo “non ha altra soluzione che fondare la sua decisione finale sui rapporti di forza che agitano la società in un dato momento; ossia, concretamente, sui rapporti di forza esistenti tra i vari gruppi di interessi (…) il cui peso è abitualmente in funzione della superficie mediatica che sono riusciti ad occupare”. Infine, norme, leggi, procedure, esperti, libretti di istruzioni, sono lo schermo di una contraffatta neutralità, imposta da chi ha fatto dell’economia la religione delle società moderne.

Il regno artificiale delle procedure altro non è che l’idea di bene ad uso dell’Homo consumens imposta dall’ unico Regno rimasto sul trono, quello del denaro. Il diavolo in terra, probabilmente.

ROBERTO PECCHIOLI

“…finchè la preghiera non diventi gioia…”

9 Agosto 2017 Commenti chiusi

(Benedetta Frigerio www.lanuovabq.it 9 agosto 2017
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Le cose più grandi avvengono lentamente, nel silenzio. Fuori dal caos del mondo moderno a cui i cristiani sono chiamati a resistere anche liberandosi della tv, della musica che stordisce, dei dispositivi tecnologici a cui siamo continuamente connessi. E’ così che si riesce a sentire la voce di Dio. Sono alcune delle riflessioni scritte dal cardinal Robert Sarah nel suo ultimo libro “La forza del silenzio” e lette alle 5 di mattina in viaggio verso Medjugorje, dove settimana scorsa, come ogni anno durante la prima settimana di agosto, si è svolto il Festival dei Giovani.

Il caldo torrido, che alle 14.30 supera i 50 gradi, fa sembrare il paesino dell’Erzegovina dove la Madonna appare da 36 anni come un sito fantasma. C’è un grande silenzio, appunto. La gente è ritirata nelle pensioni a mangiare in attesa che il Festival, durato dalle 9 fino alle 12, ricominci alle 17 per concludersi alle 22. A pranzo vicino a noi un “omone” dagli occhi azzurri e buoni mangia solo. Istintivamente viene da coinvolgerlo e fra una frase e l’altra pronunciata in francese capiamo che era un ex barbone, poi boxer, che “ho rubato e anche ucciso, poi mi sono convertito”. Sono passati circa trent’anni da allora, sebbene le sue mani siano piene di ferite che paiono ancora vive. Scopriamo di conoscerlo e di aver letto di lui. Il suo nome è Tim Guenard, legato al palo della luce a tre anni dalla madre che lo abbandonò senza versare una lacrima e picchiato dal padre fino al sangue, padre “che provai ad uccidere”. Oggi grazie all’amore di una donna (sua moglie da cui ha avuto 4 figli), della Madonna e di Gesù, ha perdonato i suoi genitori e aiuta chi è si è perso a tornare a vivere: “Dio mi ha donato la grazia di riuscire a guarire il cuore delle persone”. Tim ha raccontato la sua storia il giorno precedente, 3 agosto, di fronte a migliaia di giovani.


Verso le 15.30 i confessionali adiacenti alla parrocchia del paese sono già colmi di sacerdoti che, rigorosamente in talare o clergyman, sopportano un caldo tale da aver impedito ai pellegrini di salire i monti delle apparizioni nelle ore calde del giorno (a migliaia li hanno quindi scalati la notte). Durante la confessione di un frate, Emiliano, si sente ripetere quanto letto la mattina: “Il silenzio è necessario per chi vive una vita attiva, solo il silenzio profondo ci fa sentire il sussurro di Dio. Ho scritto un libro su questo si intitola “Silenzio: maestro dei maestri””. Alle 17, la testimonianza di una suora che ricorda la sua adolescenza, l’ossessione della perfezione fisica, la magrezza estrema, i pensieri continui e angosciosi che la tormentavano. Poi negli anni Novanta, l’incontro a Medjugorje con suor Elvira (fondatrice ella comunità di recupero Il Cenacolo): “La madre mi insegnò a pregare il Rosario a fare adorazione eucaristica. Così la Madonna mi liberò dai pensieri di morte e mi fece conoscere la felicità”. La donna infine ha il coraggio di provocare la libertà dei giovani presenti chiedendo loro di non soffocare la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa “se questa è la volontà di Dio”.

Alle 18 comincia il Rosario e la piazza di fronte all’altare esterno della basilica si riempie sempre più. All’inizio della seconda corona (18.30) saranno già presenti circa 30 mila persone. Alle 19 la Messa cantata ne ospita 40 mila. I sacerdoti concelebranti solo oltre 700. Il silenzio alternato ai canti e alla liturgia in croato impressionano per la regalità con cui si onora Cristo presente sull’altare. I giovani partecipano con un fervore impressionante, aiutati dalle radioline che offrono la traduzione in 23 lingue. La consacrazione eucaristica in latino ne vede a migliaia in ginocchio. Dopo la Comunione la volta ormai stellata sovrasta centinaia di uomini e donne raccolti in una preghiera profonda. Il cuore pare volare in alto (o forse è il cielo ad essere sceso in terra) grazie a tanto fervore. E i canti finali sono un’esplosione di gioia composta, perché piena di una pace raggiunta dopo ore di orazione di tutto il popolo. E’ una pace che chiede tempo e che è quasi sconosciuta all’uomo moderno. Il Cardinal Sarah ha ragione: è questo il segreto della felicità che l’uomo moderno cerca, sbagliando, nell’evasione. Perciò viene spontaneo domandare con forza la grazia di una rinnovata fedeltà alla preghiera profonda.

Il giorno successivo, il 5 agosto, Medjugorje festeggia il compleanno della Madonna, (nel 1984 la Madonna aveva chiesto un triduo di preparazione di preghiera e digiuno per la sua nascita in questa data. Da allora a Medjugorje si festeggia sia sia il 5 agosto sia l’8 di settembre). Medjugorje freme e a centinaia portano rose e doni alla Madonna onorata su più altari. Il pranzo con vecchi e nuovi amici riporta alla mente il miracolo ricevuto in questo luogo sette anni prima, che poi fu la scoperta della strada per unirsi a Dio e trovare la cura alle ferite dell’anima. Di questo parlerò alle 17 dopo la preghiera davanti al Santissimo nella cappella dell’adorazione permanente adiacente alla Chiesa dove si riversa un flusso continuo di persone nonostante il caldo sempre più pesante. Alle 17.30 fra Alessandro, francescano noto per le sue lodi a Dio tramite il canto lirico, spiega in un altro modo il segreto della felicità “che, come l’amore, non è un sentimento ma una scelta: amare ciò che Dio ti mette davanti e dire di sì con fede, questa è la preghiera, l’offerta che rende lieti”. Il contrario dell’immaginazione di ciò che dovrebbe essere la vita, che invece uccide l’istante e l’esperienza presente lasciando l’uomo triste e frustrato.

Dopo il Rosario e la Messa si attende l’apparizione della Madonna al veggente Ivan. Sarà alle 22 sul monte Podbrdo dove saliamo alle 20.30 insieme a centinaia di persone che in preghiera o in silenzio si fanno luce con le torce. In cima si sentono da lontano i violini che animano l’adorazione notturna nel piazzale della Chiesa ancora colmo di migliaia di giovani. Al buio davanti alla statua della Madonna illuminata e sotto una luna quasi piena attendiamo l’apparizione cantando e lodando Dio, chi in piedi e chi in ginocchio. Poi il Rosario. Intorno a noi c’è chi piange piano, chi si sostiene a vicenda. I ragazzi e le suore della comunità Cenacolo sono riusciti a portare in cima una donna che fatica a reggersi in piedi. Quando la Vergine arriva la donna, con uno sforzo immenso si mette in ginocchio vincendo anche la nostra stanchezza. Un silenzio profondo cade sulla folla, la Madonna è qui: viene spontaneo implorare l’amore e la conversione per noi e per questo mondo, anche cristiano, immerso nella menzogna. La Madonna se ne va gioiosa dopo aver pregato a lungo su noi tutti: “Cari figli – afferma attraverso Ivan – anche oggi mi rallegro insieme a voi. Anche oggi desidero invitarvi a decidervi per Gesù. Vedo così tanti giovani che stanno ritornando a Lui, che si stanno decidendo per Lui e stanno cambiando. Pregate per i giovani, cari figli, pregate per le famiglie! La Madre prega per tutti voi. Specialmente in questo tempo di grazia, pregate di più! Pregate che mio Figlio nasca nei vostri cuori e vi rinnovi e permettete allo Spirito Santo di guidarvi. Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata”.

Di qui la speranza di un seme che si salva crescendo senza far rumore e la

necessità di pregare finché, come ha ripetuto spesso la Madonna, “la preghiera non diventi gioia”.

Mentre scendiamo la gente continua a ripetere l’Ave Maria, c’è chi si fa benedire dai sacerdoti presenti. Ci avviciniamo e mentre le mani del prete si poggiano sulle nostre teste, sentiamo con sorpresa le parole di chi, pur sconosciuto, sembra sapere nei dettagli chi siamo. Alle 5 della domenica partiamo mentre il sole si leva rosso. Il silenzio è interrotto solo da una flebile e lontana cantilena: sul monte Krizevac, sotto la croce, il Festival si sta concludendo con la Messa. La nostalgia della partenza, proprio nel giorno della Trasfigurazione del Signore, si unisce alla certezza rinnovata che il Paradiso, di cui in questo luogo prediletto si gusta l’anticipo con un’intensità unica, esiste. Il Signore nella confusione dei tempi e di una Chiesa la cui barca “si è riempita fino quasi a capovolgersi”, come ha detto di recente papa Benedetto XVI, sta costruendo il suo Resto e il suo Regno lentamente, in silenzio. E allo stesso modo lo costruisce in noi. Si rinnova così il desiderio della preghiera profonda. Il desiderio di stare davvero e sinceramente con Dio attraverso sua madre.

(vedi sito www.medjugorie.hr)