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Archivio Febbraio 2018

“…Senza la Confessione mi sentirei perso..”

17 Febbraio 2018 Commenti chiusi

Il regista di Don Matteo confida la sua passione per i sacramenti: «L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso»
(di Francesca D’Angelo)

Una vita dedicata al set, ma con il cuore sempre rivolto verso il Cielo. I primi (quasi) 40 anni di Jan Michelini potrebbero essere riassunti così: come una girandola di successi professionali, nei quali si è insinuata, sempre più prepotentemente, la domanda sul significato della vita. Un interrogativo scomodo, che non lo lasciava tranquillo ma che, una volta abbracciato, gli ha regalato il centuplo quaggiù.

Sul lavoro, infatti, il regista di Don Matteo e A un passo dal cielo è ormai richiestissimo, in Italia e all’estero: il nostro ha appena terminato di girare la seconda stagione della serie tv I Medici, in onda prossimamente su Rai Uno, nonché la serie kolossal Ben Hur, dove ha lavorato come regista di seconda unità. Paradossalmente, però, i doni maggiori sono arrivati sul fronte privato: proprio quando il suo sguardo sulla vita ha iniziato a cambiare, Michelini ha incontrato l’attrice Giusy Buscemi, nota al grande pubblico per la fiction Il paradiso delle signore. I due si sono sposati l’anno scorso, dopo due anni e mezzo di fidanzamento, e presto diventeranno genitori di una bambina. «Faccio un po’ fatica a definirmi un convertito», precisa il regista di origini romane. «A un certo punto della vita – da grandicello, lo ammetto – la fede è diventata una chiamata. La vera conversione, però, è un cammino lungo una vita intera».

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Lei è nato e cresciuto in una famiglia cattolica. Cos’era mancato prima, perché la fede venisse percepita come una chiamata, e cosa è scattato, invece, in seguito?

«Se molti ragazzi si raffreddano nel proprio credo, come è capitato a me, è perché Gesù viene presentato loro come un Dio che ti chiede di fare una serie di cose, senza quasi dare nulla in cambio. È davvero difficile incontrare qualcuno che ti dica: “Vieni qui, andiamo davanti a Gesù, in adorazione, a fare silenzio per un quarto d’ora”. Se la religione resta una fede di chiacchiere, e non di preghiera, se non ti dicono che Gesù è innanzitutto gioia e amore, allora a un certo punto scappi».

Cosa l’ha portato a riavvicinarsi alla Chiesa?

«In realtà non mi sono mai allontanato fisicamente: ho sempre continuato ad andare in Chiesa. Il che, forse, è persino peggio: la lontananza talvolta è preferibile alla tiepidezza. A riaccendere il mio credo è stata la vita stessa: non ero felice. Nonostante avessi tutto (il lavoro, una bella casa…), non ero soddisfatto: avevo sete, sete di grazia. Personalmente considero la mia fede come una grazia mariana: è difficile spiegarlo, ma ho sentito la vicinanza materna della Madonna, nella preghiera e poi nel viaggio a Medjugorje. Maria è sempre stata una figura in qualche modo confortante per me».

Dunque, tutto è cambiato da Medjugorje?

«Più che Medjugorje è stata decisiva la riscoperta dei sacramenti.
Il regista di Don Matteo confida la sua passione per i sacramenti: «L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso»
La mia conversione non è quindi scattata lì: oggi c’è una sorta di deriva dei santuari, per cui sembra che bisogna andarci, più volte l’anno, per essere vicini a Gesù e Maria. Non è così: i sacramenti sono disponibili in ogni angolo della città, ogni giorno e a qualsiasi ora. In particolare, ho una passione per la confessione».

Come mai? Tra tutti i sacramenti è quello, di norma, meno gettonato e più discusso…

«L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso. La confessione ti permette infatti di ricominciare da capo: ti fa bianco come la neve, in ogni istante, dandoti forza nella grazia di Dio. Tra l’altro è incredibile quanto siano importanti i sacerdoti nella nostra vita! Il più delle volte non ce ne rendiamo conto, perdendoci in critiche, senza riflettere sui doni enormi che il Signore ci elargisce attraverso di loro».

Guardandosi indietro pensa che, in qualche modo, l’ambiente dello spettacolo abbia alimentato la tiepidezza della sua fede?

«Al contrario! Nella mia vita il lavoro è sempre stato un motore positivo, nonché una fonte d’ispirazione e di ricerca del Bello. So che, dall’esterno, il nostro ambiente potrebbe sembrare terribile, ma non è così! Personalmente stimo molto la categoria degli artisti perché sono, per definizione, cercatori di Bellezza. Poi, certo, c’è chi scambia il bello per altre cose, chi si perde, ma stiamo comunque parlando di persone estremamente sensibili e in ricerca».

Attualmente segue un particolare cammino spirituale?

«Il mondo cristiano è come una famiglia, grande e accogliente: io e Giusy non amiamo i campanilismi e preferiamo seguire il Vangelo, lasciandoci condurre dalle trame dei singoli rapporti. Per esempio, don Fabio Rosini ha sicuramente segnato il nostro cammino: ci ha sposato e stiamo seguendo il percorso dei Sette segni. Allo stesso tempo però siamo molto legati alla realtà dell’Opera del Cuore immacolato di Maria».

Nel suo lavoro ha sempre spaziato nei generi passando da titoli più popolari, come la fiction Don Matteo, alle grandi coproduzioni come I Medici. Che idea si è fatto della tanto ricercata “buona televisione”?

«La buona tv non è per forza la serie cool, magari via cavo, bensì quella serie che sa trasmettere un sogno e una speranza: quelle storie che prendono per mano lo spettatore portandolo in un viaggio che non è mai fine a se stesso. Per questo non mi tiro indietro nel fare titoli anche più nazional-popolari, sebbene il mio agente mi ricordi spesso che, a questo punto della mia carriera, dovrei accettare solo certi tipi di progetti. Tra l’altro per me un criterio fondamentale è anche la famiglia, che non voglio sacrificare. Non mi interessa andare a vincere un Oscar in America per due anni di lavoro in Canada: preferisco girare una fiction qui e stare vicino ai miei figli».

A proposito di famiglia, lei l’ha messa su dopo un fidanzamento abbastanza veloce: un rischio calcolato?

«Fin dall’inizio il nostro è stato un fidanzamento serio, di discernimento: ci siamo messi insieme per capire se eravamo fatti l’uno per l’altra. Non abbiamo detto “stiamo insieme e poi si vedrà”. Allo stesso modo abbiamo scelto di sposarci in chiesa non per tradizione, ma perché crediamo che il sacramento del Matrimonio abbia un reale valore di grazia».

Dopo I Medici, quali sono i suoi prossimi progetti?

«Mi piacerebbe molto realizzare delle serie bibliche, per il mercato internazionale. In particolare mi piacerebbe approfondire la figura di Maria e gli Atti degli apostoli. Inoltre dovrei girare una serie per Sky sulla finanza. Mi hanno chiesto anche di girare la nuova stagione di Un passo dal cielo: mi spiacerebbe cederlo perché la precedente la sento come una mia creatura. Forse quindi girerò la prima delle nuove puntate».

(ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA “CREDERE”)

,,,a 12 anni…sola contro tutti

9 Febbraio 2018 Commenti chiusi

“Al quarto mese di gravidanza sono arrivata al Centro di Aiuto alla vita di Forlì dove vivo ancora insieme a Stefano. Non è vero che non ci sono aiuti, ce ne sono e non bisogna lasciarsi spaventare dal futuro. Anche io avevo paura ma poi proprio da Stefano ho preso la forza per andare avanti” (Vatican News).
Oggi Aurora aiuta i collaboratori e volontari del Cav, di giorno è impegnata con il servizio civile in una scuola elementare a sostegno degli scolari problematici e di notte studia per l’ultimo anno di odontotecnico. Tutto insieme al suo Stefano, la sua forza, la sua priorità.

«Non volevo fare con lui lo stesso errore che mia madre aveva fatto con me<.

Io sono figlia di una donna che ha dato alla luce otto figli da quattro padri diversi, Stefano invece dovrà sempre sapere che lui è la mia priorità, tutto il mondo viene dopo di lui» (Avvenire).
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“Le donne devono sapere la verità”

Da quando ha compiuto 18 anni non smette di portare la sua testimonianza, di raccontare che nonostante il parere contrario degli adulti si può mettere al mondo un figlio, che la paura di non farcela non deve ostacolare la gravidanza, che esistono comunità come i Centri aiuto alla vita che sostengono le madri in difficoltà, che un figlio non rovina mai la vita nemmeno quando hai 12 anni, ma anzi, la salva:

«(…) le donne devono sapere la verità, non è umano ingannarle, si deve dire che abortire significa uccidere tuo figlio. La legge parla chiaro, gli assistenti sociali dovrebbero aiutare la maternità quando è difficile, non farti credere che l’aborto sia una cosa normale. Il giorno in cui ho fatto la prima ecografia l’ho visto, era piccolissimo ma così bello, era il mio dolce maschietto già amato e desiderato. Se avessi dato retta agli adulti, ok, oggi andrei in discoteca e sarei libera, ma la mia vita sarebbe disperata: allora frequentavo una compagnia poco bella e vedo come sono finiti male gli altri, come sono angosciate le mie amiche che hanno abortito.

Quella piccola cosina dentro di me mi ha salvata» (Avvenire).

sola contro tutti, perché quando Aurora resta incinta all’età di dodici anni gli adulti che le sono accanto hanno solo una risposta: l’aborto. Lei coraggiosamente si oppone, nonostante sia poco più che bambina vuole proteggere suo figlio.

In occasione della 40esima Giornata Nazionale per la Vita Aurora Leoni ha dato la sua testimonianza durante la Festa diocesana per la Vita organizzata dall’arcidiocesi di Udine, insieme a lei la campionessa paralimpica Nicole Orlando.

Avvenire racconta la storia di questa mamma oggi 19enne, capelli lisci, occhi grandi e azzurri, che sente l’urgenza di dire alle ragazze di non farsi ingannare, di non credere che l’aborto sia la soluzione, perché abortire vuol dire uccidere il proprio figlio.

“Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi ad abortire”

Aurora cresce con sua nonna, non conosce il padre e la mamma l’abbandona quando aveva un anno di età. La notizia della gravidanza le suscita un amore grande per quella vita che le cresce dentro, nonostante la paura, ma gli assistenti sociali di Forlì si attivano per farle interrompere la gravidanza…

«Per settimane non ci accorgemmo che ero incinta, perché al primo mese ebbi ugualmente il ciclo (…) così io e nonna Valentina lo scoprimmo con un mese di ritardo. Vivevo con lei da sempre, perché mia mamma se n’era andata quando avevo un anno e mio padre non l’ho mai conosciuto, per questo ero sotto i servizi sociali di Forlì e ovviamente ci rivolgemmo a loro: avevo 12 anni, ero una bambina e aspettavo un figlio. Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi’, ma aiutarmi ad abortire, invece quel fagiolino era già mio e io non avevo mai provato la felicità che sentivo da quando lo avevo dentro» (Avvenire).
“(…) il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi”
“Ti rovinerai la vita”, le dicono, “ne parleranno tutti, anche i giornali”, eppure Aurora si sente felice come mai le era capitato prima. E conserva questa gioia anche quando il papà del bambino, un ragazzino di quattordici anni, le chiede di non tenerlo e soprattutto di non dire nulla a sua madre.

«Allora ero ribelle e trasgressiva, un colpo di testa dopo l’altro… ma il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi. Senza di lui oggi sarei sicuramente alla rovina» (Avvenire)
Anche la nonna di Aurora che le vuole bene ed è contraria all’aborto non vede alternative e così sembra tutto stabilito. A dodici anni non si ha voce in capitolo, si è in grado di concepire un figlio ma non si può scegliere e così gli assistenti sociali prenotano le visite e fissano la data per l’interruzione di gravidanza. Ma…

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“Era già di tre mesi e mezzo”
Durante l’ecografia il ginecologo si accorge che il figlio di Aurora è già di tre mesi e mezzo, lui resta male mentre lei esplode di gratitudine nonostante le preoccupazioni. La Vita batte la legge 1 a 0.

«Il ginecologo ha scoperto che era già di tre mesi e mezzo, i termini di legge per abortire erano già scaduti. Lui era seccato, io felicissima. Se non che la legge 194 prevede che per gravissimi problemi a livello psichico si può interrompere la gravidanza anche dopo, così mi portarono di corsa da un neuropsichiatra infantile, che ci desse lui la soluzione» (Avvenire).
Durante il colloquio con lo specialista la coraggiosa Aurora, ragazzina acerba ma mamma già pronta a lottare per suo figlio, afferma senza paura che lei lo vuole crescere e amare e così l’incubo dell’aborto finisce.La maternità mi ha portato la felicità
La nascita di Stefano ha aiutato Aurora a superare i traumi della sua infanzia, a comprendere che la vita è un dono prezioso che deve essere custodito, un mistero che dona felicità autentica, e che tutti i bambini hanno diritto a nascere e ad avere una mamma e un papà.

“Questa esperienza anche se fatta da giovanissima mi ha portato alla felicità,

mi ha reso una persona migliore, mi ha fatto capire che posso ragionare con la mia testa senza seguire il branco o le brutte compagnie. Un figlio non rovina la vita, un figlio te la cambia in meglio e per me l’attaccamento a Stefano è stato anche un rimediare all’abbandono subito. (…) I bambini devono restare con i genitori, con tutti i sacrifici che questa scelta comporta. Non bisogna far soffrire chi è così piccolo. Un bambino è una vita e quindi deve nascere” (Vatican News).
Le parole di Aurora fanno venire voglia di cantare il ritornello dell’ultimo successo di Jovanotti:

“Come posso io non celebrarti vita? Oh vita! Oh vita”
(da lanuovabq.it 8 febbraio 2018)