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“…Senza la Confessione mi sentirei perso..”

17 Febbraio 2018 Commenti chiusi

Il regista di Don Matteo confida la sua passione per i sacramenti: «L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso»
(di Francesca D’Angelo)

Una vita dedicata al set, ma con il cuore sempre rivolto verso il Cielo. I primi (quasi) 40 anni di Jan Michelini potrebbero essere riassunti così: come una girandola di successi professionali, nei quali si è insinuata, sempre più prepotentemente, la domanda sul significato della vita. Un interrogativo scomodo, che non lo lasciava tranquillo ma che, una volta abbracciato, gli ha regalato il centuplo quaggiù.

Sul lavoro, infatti, il regista di Don Matteo e A un passo dal cielo è ormai richiestissimo, in Italia e all’estero: il nostro ha appena terminato di girare la seconda stagione della serie tv I Medici, in onda prossimamente su Rai Uno, nonché la serie kolossal Ben Hur, dove ha lavorato come regista di seconda unità. Paradossalmente, però, i doni maggiori sono arrivati sul fronte privato: proprio quando il suo sguardo sulla vita ha iniziato a cambiare, Michelini ha incontrato l’attrice Giusy Buscemi, nota al grande pubblico per la fiction Il paradiso delle signore. I due si sono sposati l’anno scorso, dopo due anni e mezzo di fidanzamento, e presto diventeranno genitori di una bambina. «Faccio un po’ fatica a definirmi un convertito», precisa il regista di origini romane. «A un certo punto della vita – da grandicello, lo ammetto – la fede è diventata una chiamata. La vera conversione, però, è un cammino lungo una vita intera».

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Lei è nato e cresciuto in una famiglia cattolica. Cos’era mancato prima, perché la fede venisse percepita come una chiamata, e cosa è scattato, invece, in seguito?

«Se molti ragazzi si raffreddano nel proprio credo, come è capitato a me, è perché Gesù viene presentato loro come un Dio che ti chiede di fare una serie di cose, senza quasi dare nulla in cambio. È davvero difficile incontrare qualcuno che ti dica: “Vieni qui, andiamo davanti a Gesù, in adorazione, a fare silenzio per un quarto d’ora”. Se la religione resta una fede di chiacchiere, e non di preghiera, se non ti dicono che Gesù è innanzitutto gioia e amore, allora a un certo punto scappi».

Cosa l’ha portato a riavvicinarsi alla Chiesa?

«In realtà non mi sono mai allontanato fisicamente: ho sempre continuato ad andare in Chiesa. Il che, forse, è persino peggio: la lontananza talvolta è preferibile alla tiepidezza. A riaccendere il mio credo è stata la vita stessa: non ero felice. Nonostante avessi tutto (il lavoro, una bella casa…), non ero soddisfatto: avevo sete, sete di grazia. Personalmente considero la mia fede come una grazia mariana: è difficile spiegarlo, ma ho sentito la vicinanza materna della Madonna, nella preghiera e poi nel viaggio a Medjugorje. Maria è sempre stata una figura in qualche modo confortante per me».

Dunque, tutto è cambiato da Medjugorje?

«Più che Medjugorje è stata decisiva la riscoperta dei sacramenti.
Il regista di Don Matteo confida la sua passione per i sacramenti: «L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso»
La mia conversione non è quindi scattata lì: oggi c’è una sorta di deriva dei santuari, per cui sembra che bisogna andarci, più volte l’anno, per essere vicini a Gesù e Maria. Non è così: i sacramenti sono disponibili in ogni angolo della città, ogni giorno e a qualsiasi ora. In particolare, ho una passione per la confessione».

Come mai? Tra tutti i sacramenti è quello, di norma, meno gettonato e più discusso…

«L’incontro intimo con la misericordia di Dio è una delle cose più belle al mondo, senza la quale mi sentirei perso. La confessione ti permette infatti di ricominciare da capo: ti fa bianco come la neve, in ogni istante, dandoti forza nella grazia di Dio. Tra l’altro è incredibile quanto siano importanti i sacerdoti nella nostra vita! Il più delle volte non ce ne rendiamo conto, perdendoci in critiche, senza riflettere sui doni enormi che il Signore ci elargisce attraverso di loro».

Guardandosi indietro pensa che, in qualche modo, l’ambiente dello spettacolo abbia alimentato la tiepidezza della sua fede?

«Al contrario! Nella mia vita il lavoro è sempre stato un motore positivo, nonché una fonte d’ispirazione e di ricerca del Bello. So che, dall’esterno, il nostro ambiente potrebbe sembrare terribile, ma non è così! Personalmente stimo molto la categoria degli artisti perché sono, per definizione, cercatori di Bellezza. Poi, certo, c’è chi scambia il bello per altre cose, chi si perde, ma stiamo comunque parlando di persone estremamente sensibili e in ricerca».

Attualmente segue un particolare cammino spirituale?

«Il mondo cristiano è come una famiglia, grande e accogliente: io e Giusy non amiamo i campanilismi e preferiamo seguire il Vangelo, lasciandoci condurre dalle trame dei singoli rapporti. Per esempio, don Fabio Rosini ha sicuramente segnato il nostro cammino: ci ha sposato e stiamo seguendo il percorso dei Sette segni. Allo stesso tempo però siamo molto legati alla realtà dell’Opera del Cuore immacolato di Maria».

Nel suo lavoro ha sempre spaziato nei generi passando da titoli più popolari, come la fiction Don Matteo, alle grandi coproduzioni come I Medici. Che idea si è fatto della tanto ricercata “buona televisione”?

«La buona tv non è per forza la serie cool, magari via cavo, bensì quella serie che sa trasmettere un sogno e una speranza: quelle storie che prendono per mano lo spettatore portandolo in un viaggio che non è mai fine a se stesso. Per questo non mi tiro indietro nel fare titoli anche più nazional-popolari, sebbene il mio agente mi ricordi spesso che, a questo punto della mia carriera, dovrei accettare solo certi tipi di progetti. Tra l’altro per me un criterio fondamentale è anche la famiglia, che non voglio sacrificare. Non mi interessa andare a vincere un Oscar in America per due anni di lavoro in Canada: preferisco girare una fiction qui e stare vicino ai miei figli».

A proposito di famiglia, lei l’ha messa su dopo un fidanzamento abbastanza veloce: un rischio calcolato?

«Fin dall’inizio il nostro è stato un fidanzamento serio, di discernimento: ci siamo messi insieme per capire se eravamo fatti l’uno per l’altra. Non abbiamo detto “stiamo insieme e poi si vedrà”. Allo stesso modo abbiamo scelto di sposarci in chiesa non per tradizione, ma perché crediamo che il sacramento del Matrimonio abbia un reale valore di grazia».

Dopo I Medici, quali sono i suoi prossimi progetti?

«Mi piacerebbe molto realizzare delle serie bibliche, per il mercato internazionale. In particolare mi piacerebbe approfondire la figura di Maria e gli Atti degli apostoli. Inoltre dovrei girare una serie per Sky sulla finanza. Mi hanno chiesto anche di girare la nuova stagione di Un passo dal cielo: mi spiacerebbe cederlo perché la precedente la sento come una mia creatura. Forse quindi girerò la prima delle nuove puntate».

(ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA “CREDERE”)

,,,a 12 anni…sola contro tutti

9 Febbraio 2018 Commenti chiusi

“Al quarto mese di gravidanza sono arrivata al Centro di Aiuto alla vita di Forlì dove vivo ancora insieme a Stefano. Non è vero che non ci sono aiuti, ce ne sono e non bisogna lasciarsi spaventare dal futuro. Anche io avevo paura ma poi proprio da Stefano ho preso la forza per andare avanti” (Vatican News).
Oggi Aurora aiuta i collaboratori e volontari del Cav, di giorno è impegnata con il servizio civile in una scuola elementare a sostegno degli scolari problematici e di notte studia per l’ultimo anno di odontotecnico. Tutto insieme al suo Stefano, la sua forza, la sua priorità.

«Non volevo fare con lui lo stesso errore che mia madre aveva fatto con me<.

Io sono figlia di una donna che ha dato alla luce otto figli da quattro padri diversi, Stefano invece dovrà sempre sapere che lui è la mia priorità, tutto il mondo viene dopo di lui» (Avvenire).
Leggi anche: Paola Bonzi: «In questi anni abbiamo fatto tanta fatica, però sono nati fino ad oggi 19.000 bambini!»

“Le donne devono sapere la verità”

Da quando ha compiuto 18 anni non smette di portare la sua testimonianza, di raccontare che nonostante il parere contrario degli adulti si può mettere al mondo un figlio, che la paura di non farcela non deve ostacolare la gravidanza, che esistono comunità come i Centri aiuto alla vita che sostengono le madri in difficoltà, che un figlio non rovina mai la vita nemmeno quando hai 12 anni, ma anzi, la salva:

«(…) le donne devono sapere la verità, non è umano ingannarle, si deve dire che abortire significa uccidere tuo figlio. La legge parla chiaro, gli assistenti sociali dovrebbero aiutare la maternità quando è difficile, non farti credere che l’aborto sia una cosa normale. Il giorno in cui ho fatto la prima ecografia l’ho visto, era piccolissimo ma così bello, era il mio dolce maschietto già amato e desiderato. Se avessi dato retta agli adulti, ok, oggi andrei in discoteca e sarei libera, ma la mia vita sarebbe disperata: allora frequentavo una compagnia poco bella e vedo come sono finiti male gli altri, come sono angosciate le mie amiche che hanno abortito.

Quella piccola cosina dentro di me mi ha salvata» (Avvenire).

sola contro tutti, perché quando Aurora resta incinta all’età di dodici anni gli adulti che le sono accanto hanno solo una risposta: l’aborto. Lei coraggiosamente si oppone, nonostante sia poco più che bambina vuole proteggere suo figlio.

In occasione della 40esima Giornata Nazionale per la Vita Aurora Leoni ha dato la sua testimonianza durante la Festa diocesana per la Vita organizzata dall’arcidiocesi di Udine, insieme a lei la campionessa paralimpica Nicole Orlando.

Avvenire racconta la storia di questa mamma oggi 19enne, capelli lisci, occhi grandi e azzurri, che sente l’urgenza di dire alle ragazze di non farsi ingannare, di non credere che l’aborto sia la soluzione, perché abortire vuol dire uccidere il proprio figlio.

“Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi ad abortire”

Aurora cresce con sua nonna, non conosce il padre e la mamma l’abbandona quando aveva un anno di età. La notizia della gravidanza le suscita un amore grande per quella vita che le cresce dentro, nonostante la paura, ma gli assistenti sociali di Forlì si attivano per farle interrompere la gravidanza…

«Per settimane non ci accorgemmo che ero incinta, perché al primo mese ebbi ugualmente il ciclo (…) così io e nonna Valentina lo scoprimmo con un mese di ritardo. Vivevo con lei da sempre, perché mia mamma se n’era andata quando avevo un anno e mio padre non l’ho mai conosciuto, per questo ero sotto i servizi sociali di Forlì e ovviamente ci rivolgemmo a loro: avevo 12 anni, ero una bambina e aspettavo un figlio. Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi’, ma aiutarmi ad abortire, invece quel fagiolino era già mio e io non avevo mai provato la felicità che sentivo da quando lo avevo dentro» (Avvenire).
“(…) il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi”
“Ti rovinerai la vita”, le dicono, “ne parleranno tutti, anche i giornali”, eppure Aurora si sente felice come mai le era capitato prima. E conserva questa gioia anche quando il papà del bambino, un ragazzino di quattordici anni, le chiede di non tenerlo e soprattutto di non dire nulla a sua madre.

«Allora ero ribelle e trasgressiva, un colpo di testa dopo l’altro… ma il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi. Senza di lui oggi sarei sicuramente alla rovina» (Avvenire)
Anche la nonna di Aurora che le vuole bene ed è contraria all’aborto non vede alternative e così sembra tutto stabilito. A dodici anni non si ha voce in capitolo, si è in grado di concepire un figlio ma non si può scegliere e così gli assistenti sociali prenotano le visite e fissano la data per l’interruzione di gravidanza. Ma…

Leggi anche: Giulia Michelini: «Mio figlio mi ha salvato la vita»
“Era già di tre mesi e mezzo”
Durante l’ecografia il ginecologo si accorge che il figlio di Aurora è già di tre mesi e mezzo, lui resta male mentre lei esplode di gratitudine nonostante le preoccupazioni. La Vita batte la legge 1 a 0.

«Il ginecologo ha scoperto che era già di tre mesi e mezzo, i termini di legge per abortire erano già scaduti. Lui era seccato, io felicissima. Se non che la legge 194 prevede che per gravissimi problemi a livello psichico si può interrompere la gravidanza anche dopo, così mi portarono di corsa da un neuropsichiatra infantile, che ci desse lui la soluzione» (Avvenire).
Durante il colloquio con lo specialista la coraggiosa Aurora, ragazzina acerba ma mamma già pronta a lottare per suo figlio, afferma senza paura che lei lo vuole crescere e amare e così l’incubo dell’aborto finisce.La maternità mi ha portato la felicità
La nascita di Stefano ha aiutato Aurora a superare i traumi della sua infanzia, a comprendere che la vita è un dono prezioso che deve essere custodito, un mistero che dona felicità autentica, e che tutti i bambini hanno diritto a nascere e ad avere una mamma e un papà.

“Questa esperienza anche se fatta da giovanissima mi ha portato alla felicità,

mi ha reso una persona migliore, mi ha fatto capire che posso ragionare con la mia testa senza seguire il branco o le brutte compagnie. Un figlio non rovina la vita, un figlio te la cambia in meglio e per me l’attaccamento a Stefano è stato anche un rimediare all’abbandono subito. (…) I bambini devono restare con i genitori, con tutti i sacrifici che questa scelta comporta. Non bisogna far soffrire chi è così piccolo. Un bambino è una vita e quindi deve nascere” (Vatican News).
Le parole di Aurora fanno venire voglia di cantare il ritornello dell’ultimo successo di Jovanotti:

“Come posso io non celebrarti vita? Oh vita! Oh vita”
(da lanuovabq.it 8 febbraio 2018)

“Ho resistito perchè…..”

29 Gennaio 2018 Commenti chiusi

“Ho resistito perché sono stata amata”: Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, nominata senatrice a vita
Paola Belletti/Aleteia Italia | Gen 23, 2018
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Per circa quarant’anni non racconta nulla. Sopravvissuta ad indicibili orrori, si è sposata e ha avuto tre figli. Ai ragazzi chiede di scoprirsi forti e di opporsi a odio e indifferenza

“E io non capivo, me ne stavo lì, come se avessi fatto qualcosa di male, a domandarmi se tutto era cambiato per colpa mia”. (Dall’intervista di Caterina Padolini, su Repubblica, 26 giugno 2003)
Era una bambina, Liliana, quando sentì senza capire dalla voce del padre che a ottobre, (l’anno scolastico fino al 1977 iniziava il giorno di S. Remigio) non sarebbe potuta tornare a scuola. Agli ebrei da quel momento fu vietato. Era il 1938, l’anno della promulgazione delle leggi razziali. In Italia gli ebrei erano una ridotta minoranza. I Segre, famiglia ebrea agnostica, piccolo borghese, con un papà ex ufficiale della Grande Guerra in congedo (fino a che non gli ritirarono la tessera. Come ne soffrì, ricorda Liliana), così fiero di essere italiano, non sapevano che essere ebrei solo per nascita sarebbe diventato motivo necessario e sufficiente, anche se folle, per essere odiati e fatti morire.

E quello fu solo l’inizio. Ma fu allora che l’infanzia le fu strappata via come una coperta in pieno inverno e le fece sentire il gelo, destinato a crescere, dell’indifferenza, dell’abbandono e poi della ferocia più inumana.

Nei suoi racconti c’è un continuo oscillare di spirito tra ciò che è ritenuto impensabile e ciò che invece la realtà imporrà come vero. Erano già a Birkenau, nella seconda capanna: alcune deportate, più esperte di sole due settimane, raccontarono a lei, tredicenne e alle altre che l‘odore di bruciato era quello dei prigionieri arsi nei forni. Che il velo grigio sulla neve bianca sarebbero potute diventarlo pure loro, ridotte in cenere. Non ci credeva.

“(…)delle ragazze francesi che erano lì da 15 giorni ci spiegarono dove eravamo arrivate: ci spiegarono cos’era quell’odore di bruciato che permeava sul campo: è l’odore della carne bruciata, perché qui gasano e poi bruciano nei forni. Noi ci guardavamo l’una con l’altra e tra noi pensavamo che quelle erano pazze, ma che cosa stanno dicendo che qui bruciano le persone. Ci mostrarono la ciminiera in fondo al campo dicendoci che lì bruciavano le persone e dicendoci che si chiamava crematorio. Noi non volevamo credere loro, ma poi ci spiegarono perché la neve era grigia e c’era la cenere, che eravamo diventate schiave e che per un sì o per un no potevamo andare anche noi al gas” (tratto da Testimonianza di Liliana Segre a cura di Silvia Romero, © DEP ).
La signora Liliana ora ha 87 anni e quando il Presidente Mattarella le ha telefonato per annunciarle la nomina a senatrice a vita non ci voleva credere. Ma come è diversa questa incredulità.

Di andare a Roma ce lo aveva già in programma: il 27 gennaio è il giorno della memoria. Ma quando all’altro capo del telefono ha sentito “Buongiorno, sono Mattarella” ha risposto “aspetti che prima mi siedo”.

Ora le hanno detto che laggiù a Roma troverà un ufficio, la segretaria… “vedremo”, conclude lei.

Dall’inizio degli anni Novanta si è data la missione di raccontare ai ragazzi la sua esperienza.

“Da allora fui libera….”

29 Gennaio 2018 Commenti chiusi

Alle cronache che raccontano di adolescenze sempre più vuote e violente, è bello rispondere, in occasione della giornata della memoria, ricordando i tanti giovani che, nei modi più diversi, si opposero al nazismo. Tra le vicende che la storia ha documentato, v’è quella di Liliana Segre, che abbiamo personalmente ascoltato qualche anno fa, narrata dalla stessa protagonista con voce ferma e calda, appassionata ma serena. Liliana, nata in una famiglia ebrea non praticante, ha tredici anni quando viene portata a forza sul binario 21 della stazione centrale di Milano, divenendo improvvisamente “vecchia, sola, triste e disperata”.

Sono seicentocinque i deportati sul convoglio che quella notte parte per la Germania, destinazione Auschwitz-Birkenau.

Cinquecentottantacinque di loro evaporeranno nei lunghi camini, compreso Alberto, l’uomo che stringe la mano della bambina. Suo padre.

Nel racconto – divenuto un libro, Sopravvissuta ad Auschwitz, scritto con Emanuela Zuccalà, edizioni Paoline 2005

Liliana rivive molti aspetti di quella drammatica esperienza. Colpisce, ad esempio, lo shock e l’impotenza del pudore violato. “Di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nuda assieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente di quello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude”. Tra le altre cose, “era questo sprezzo a essere intollerabile, questo ridere di noi, questo punire ogni minima disobbedienza facendoci stare inginocchiate nude per delle ore. La nudità è stata una costante e io l’ho vissuta come una grande persecuzione morale, aggiunta a una situazione già di per sé terribile”. Sopravvissuta a diverse selezioni, nel gennaio 1945 Liliana fa parte di quel corteo di fantasmi che i nazisti hanno fatto camminare di notte di lager in lager – la marcia della morte – nel patetico tentativo di nasconderli agli occhi del mondo. Sebbene malata e nei suoi trentadue chili, la ragazzina sopravvive anche a questa prova: liberata nel circondario di Ravensbrück il 1° maggio, quattro mesi dopo torna a Milano. Ma nulla sarà facile nemmeno qui: è durissima, dopo l’infezione, la convalescenza del corpo e dell’anima, la convalescenza senza la quale non si è in grado di affrontare l’enormità di un letto comodo, di una tavola apparecchiata, di un bagno caldo, degli sguardi umani che, pur non capendoti più, si posano su di te. Colpisce davvero il modo pacato con cui Liliana riesce a parlare di argomenti così tremendi. Colpisce l’assenza di odio, l’amore per la vita che pervade anche le scene più atroci senza mai cadere nella retorica, la sua capacità di cogliere segni di speranza, bagliori di vita, anche nei luoghi in cui la morte si fa più assurda e selvaggia. Non c’è spazio per la disperazione nelle sue parole, v’è, invece, un’enorme fiducia nella vita, e nella forza di resistenza dell’umanità di fronte al male. “Scelsi una piccola stella nel cielo, e mi identificai con lei. Io non ero ad Auschwitz: mi ero fusa con quella stellina e pensavo: io sono quella stellina. Finché brillerà nel cielo io non morirò, e finché resterò viva, lei continuerà a brillare”. Ma il momento in cui questa ragazzina attua davvero la sua resistenza al male è quando sceglie di non essere una bestia, ma una persona umana. È il momento in cui Liliana decide di dare un senso a quel numero 75.190 che le è stato tatuato, e che mai si cancellerà perché ormai è parte di lei. “Il comandante dell’ultimo campo, crudele assassino, camminava vicino a me (…), si spogliò, rimase in mutande, si rivestì da civile. Tornava a casa dai suoi bambini e da sua moglie. Certamente non si accorgeva della mia presenza perché io ero ancora
uno Stück, un pezzo

. Quando buttò la pistola ai miei piedi, con tutto l’odio che avevo dentro di me e la violenza subita che mi invadeva il corpo, io pensai per un istante: “Adesso mi chino, prendo la pistola e, in questa confusione assoluta, lo ammazzo”. Mi ero nutrita a lungo solo di malvagità e di vendetta. Pensai che sparargli fosse l’azione giusta,

nel momento giusto; il giusto finale di quella storia di cui ero stata protagonista e testimone. Ma fu un attimo. Un attimo importantissimo, definitivo nella mia vita, che mi fece capire (…) che nella debolezza estrema che mi vinceva, la mia etica e l’amore che avevo ricevuto da bambina mi impedivano di diventare uguale a quell’uomo.

Non avrei mai potuto raccogliere la pistola e sparare al comandante di Malchow. Io avevo sempre scelto la vita. Quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno, e da allora fui libera”. (Giulia Galeotti Osservatore Romano)

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scegliere l’amore = scegliere la vita

4 Gennaio 2018 Commenti chiusi

L’emozionante “sì” di Heather Mosher: si sposa 18 ore prima di morire
(Gelsomino Del Guercio/Aleteia Italia | Gen 03, 2018)
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(https://youtu.be/KOrfIdjskU8)
Il cancro la stava annientando. Ma la ragazza americana ha voluto fortemente le nozze con David. Una storia simbolo di attaccamento alla vita fino alla fine

18 ore dopo essersi sposata, due anni dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro, Heather Mosher è morta in un ospedale del Connecticut, negli Stati Uniti.

Non è riuscita a sconfiggere la malattia, contro la quale ha lottato sino all’ultimo momento, ma le foto del suo matrimonio con David, pubblicate su facebook, sono diventate adesso il potente simbolo di quella lotta, dell’attaccamento alla vita, della voglia di esserci e di viverla intensamente fino in fondo (L’Huffington Post, 3 gennaio).

Anticipate al 23 dicembre
Come riporta Abc News (2 gennaio), la nozze si sarebbero dovute celebrare il 30 dicembre, ma il peggioramento delle condizioni della donna hanno convinto la coppia ad anticipare la data del fatidico sì al 23 dicembre. Le nozze sono state celebrate nella cappella dell’ospedale in cui era ricoverata la donna, dove sono accorsi amici e parenti. Qualche ora più tardi la donna si è spenta nel suo letto.

Leggi anche: Quando l’amore vince il cancro
La diagnosi di cancro al seno
Heather e David si erano conosciuti nel 2016 e un anno più tardi il ragazzo aveva intenzione di chiedere la sua mano, ma proprio quando era pronto a fare la proposta, a Heather era stato diagnosticato un cancro al seno. Nonostante la terribile notizia, David decise comunque di chiedere in sposa la ragazza: “Non doveva affrontare questo percorso da sola”.

Le metastasi
Qualche giorno più tardi i medici hanno notato un’elevata aggressività del cancro, che hanno costretto la donna a vivere gli ultimi anni tra ospedali, cure e terapie, fino al settembre 2017, quando le metastasi si erano ormai diffuse nel cervello.

In quel momento è stato chiaro che non c’era più niente da fare. Heather ha comunque continuato a combattere, realizzando, poche ore prima della morte, il sogno d’amore con il suo David
(Today, 2 gennaio).

“Una vita apparentemente perfetta”

17 Dicembre 2017 Commenti chiusi

Uscita da questo incubo nel 2006 ora lo racconta in un libro

Michelle Hunziker è un volto noto da tempo a tutti gli italiani e non solo. Di origini svizzere si trasferì vicino a Bologna a 16 anni.

Bella ed energetica ha sempre interpretato un femminile sensuale ma misurato (si, sì ci ricordiamo tutti le rotondità alla fine di quella lunga Treccia, nelle gigantografie esposte dietro gli autobus o affisse sui palazzi. Era giovanissima).

Simpatica, spiritosa, in grado di cantare, ballare, recitare, condurre o fare da spalla. Qualche imitazione o personaggio caricaturale, anche piuttosto riusciti. Trasmette e dichiara un’immediata simpatia per la vita e tutto ciò che essa comporta.

Un divorzio famoso alle spalle, un periodo poco chiaro che lo ha preceduto, ora appare più sicura, serena. Sposata in seconde nozze con Tomaso Trussardi ha già avuto con lui due figlie. Solo lui il destinatario, fino ad ora, delle confidenze su quel terribile periodo.

Ma ora Michelle ha parlato chiaro. Proprio di quel periodo strano. Perché dietro il suo volto, soprattutto quello semplificato rimandatoci dagli schermi e dalle pagine di giornale, si nasconde una persona, che ha sempre una storia e spesso ferite.

Ne ha scritto nel libro in uscita per Mondadori

“Una vita apparentemente perfetta”

e ne parla per il Corriere con Michela Proietti, che l’ha intervistata.

“Ero prigioniera di una setta” ha confessato al quotidiano. Per cinque anni, che a viverli saranno sembrati eterni, è durata la sudditanza. Ne sarebbe uscita definitivamente nel 2006. Ora racconta distesamente e denuncia con coraggio; solo ora. Facile immaginare quanto deve essere durata l’opera di ricostruzione, di riconquista della normalità; lo spiega Michelle.

Dice che ogni giorno è stato un nuovo tentativo di tornare a vivere normalmente.

Ora che ne è completamente uscita riesce a vedere le dinamiche con le quali è stata resa succube. Isolata dagli affetti, resa sola, infragilita e man mano fatta sempre più dipendente da Clelia. È lei la forza centripeta che la attira dentro il gorgo.

Descrive la donna come perfetta, luminosa, accogliente. E per questo pericolosissima. Come un fiore, meraviglioso e venefico.

È la seduzione del male all’opera. Come un falso angelo di luce che acceca l’anima – o anche solo la mente -con una falsa luce abbagliante. Solo dopo, molto dopo, si sarebbe accorta dell’oscuramento nel quale l’aveva trascinata.

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L’ha conquistata comprendendo il suo dolore di figlia con un padre poco presente, inadeguato; l’ha fatto indicandole soluzioni “quasi” vere.

La verosimiglianza , soprattutto iniziale, del rapporto con la guru con un vero cammino di crescita e di guarigione l’ha trasformata in una preda docile. Da dentro la forza della setta sembra invincibile. Ma ora ne vede la pochezza, la falsità, l’insulsaggine. E riconosce che lo sfruttamento che ha subito aveva fini biechi. Il denaro, il potere. Veniva usata. E non poteva nemmeno permettersi di godere dei propri successi- controcanto di una vita matrimoniale che andava a rotoli- perché quelli non erano merito suo. Lei era solo la pedina di una scacchiera governata da altri.

Inquietanti tratti di neo catarismo, nella setta, secondo quanto riferisce la showgirl: la ricerca spasmodica della purezza, il rifiuto di certi cibi e l’astinenza sessuale.Uscita da questo incubo nel 2006 ora lo racconta in un libro

Decisivo sarà l’incontro con due sacerdoti. Dapprima frate Elia, che la segue e guida spiritualmente e in seguito anche il compianto Padre Amorth:

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«Uscita dalla setta ho trovato una guida spirituale, frate Elia, che mi ha permesso di incontrare padre Amorth: mi ha rassicurata e poi mi ha benedetto. (…) Oggi non ho rancori, ho scoperto la fragilità della setta, tutto il progetto che si è dissolto sotto ai miei occhi».
Michelle, ora, è mossa dall’’urgenza di mettere in guardia più persone possibili dai pericoli di sette come quella che aveva irretito lei; e forse anche di comunicare a tanti, soprattutto ai ragazzi come sua figlia, da che parte stiano la verità, la libertà, il vero benessere.

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«È un’epoca infestata da life-coach: solo a sentire la parola mi viene da schiaffeggiarli, il maestro di te stesso sei solo tu»
È cambiato piano piano tutto nella sua vita. Perché come il male prima intreccia legami, stringe nodi insuffla umori, così il bene, quando arriva, fa evaporare miasmi, slega groppi, scioglie grovigli. O li taglia via, se necessario. Ha modificato anche dieta!

«Ho ripreso a mangiare carne solo in attesa di Sole (la terzogenita di Michelle, la seconda avuta con l’attuale marito, Ndr). Prima sentivo odore di cadavere».
Ancora una volta, anche in questa storia, la conferma che in Dio sta il Bene e si sta bene. Che sotto il Suo dominio siamo liberi. Se Lui è il Re, noi siamo signori. Che vicini a Lui siamo finalmente nostri e non più in pasto a brame altrui.

Confidiamo che il percorso di riconquista di sè e di liberazione compiuto da Michelle possa instradarla del tutto in una via di profonda conversione, come ci auguriamo per ciascuno di noi.

…se non altro …per curiosità!

16 Dicembre 2017 Commenti chiusi

Costanza Miriano

(dal blog di Costanza Miriano)

https://costanzamiriano.com/about/

Costanza Miriano è nata nel 1970 a Perugia, dove si è laureata in lettere classiche. Poi ha studiato giornalismo, e si è trasferita a Roma dove ha cominciato a lavorare alla tv pubblica, la Rai. Per quindici anni ha lavorato al telegiornale nazionale, il tg3, ora invece si occupa di informazione religiosa a Rai Vaticano (ma collabora anche con Il Foglio, Credere, Il Timone, La Verità).
E’ cattolica fervente, e, convinta che in cielo si vada solo per raccomandazione, cerca sempre dei canali preferenziali per arrivare al Capo Supremo. Trova che la messa e il rosario siano quelli che funzionano meglio.
Sposata, ha quattro figli, due maschi e due femmine (e un solo marito).
Svezzata l’ultima, ha cominciato quasi per caso – o per provvidenza – a scrivere un libro, Sposati e sii sottomessa (2011), che è partito piano piano ed è diventato un caso letterario in Italia, ed è stato tradotto in vari paesi (tra cui la Spagna dove Cásate y se sumisa ha provocato vivissime polemiche trasformandosi in un vero e proprio caso). Portando il verbo della sottomissione in tutto il paese – con conferenze ed articoli – si è resa conto che era necessario scrivere un altro libro, che spiegasse alle donne come parlare agli uomini. Ed è nato Sposala e muori per lei (2013).
Nel 2015 poi è arrivato Obbedire è meglio e nel 2016 Quando eravamo femmine.

“Le cose che non hai fatto”

1 Dicembre 2017 Commenti chiusi

(Bruno Ferrero, 40 storie nel deserto)

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Una delle più belle poesie d’amore degli ultimi tempi è stata scritta da una ragazza americana al suo ragazzo “…non tornato dal Vietnam
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E’ intitolata: “Le cose che non hai fatto”.

Ricordi il giorno che presi a prestito la tua macchina nuova e l’ammaccai?
Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non l’hai fatto.
E ricordi quella volta che ti trascinai alla spiaggia, e tu dicevi che sarebbe piovuto, e piovve?
Credevo che avresti esclamato: “Te l’avevo detto!”. Ma tu non l’hai fatto.
Ricordi quella volta che civettavo con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?
Credevo che mi avresti lasciata, ma tu non l’hai fatto.
Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina?
Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non l’hai fatto.
E ricordi quella volta che dimenticai di dirti che la festa era in abito da sera e ti presentasti in jeans?
Credevo che mi avresti mollata, ma tu non l’hai fatto.
Sì, ci sono tante cose che non hai fatto.
Ma avevi pazienza con me, e mi amavi, e mi proteggevi.
C’erano tante cose che volevo farmi perdonare quando tu saresti tornato dal Vietnam. Ma tu non l’hai fatto.
Ma tu non sei tornato.

Una regola d’oro: passeremo nel mondo una sola volta. Tutto il bene, dunque, che possiamo fare o la gentilezza che possiamo manifestare a qualunque essere umano, facciamoli subito.
Non rimandiamolo a più tardi, né trascuriamolo, poiché non passeremo nel mondo due volte.

………ARTE ????…(o vescovo neanche cristiano??)

23 Novembre 2017 Commenti chiusi

(lanuovabq.it 21 nov.2017)

Dal Belgio veramente le sorprese non hanno fine, e normalmente non sono sorprese gradevoli. Almeno per chi ha amore e rispetto per la Chiesa cattolica. L’ultima notizia che ci è stata data da amici belgi, giustamente, a nostro parere, stupefatti e indignati è questa. Nella chiesa cattolica – non sconsacrata – di Kuttekoven, a Looz (nella diocesi di Limburg) è stata installata un’opera d’arte dell’artista Tom Kerck, dal titolo “La vacca sacra”. Su un grande crocifisso è appesa una mucca; intorno a lei un lago di latte.
Nel pomeriggio di domenica scorsa una quindicina di cristiani cattolici, in seguito a un tam tam avvenuto sui social media, si sono radunati nella chiesa, armati di rosario, per riparare a quella che evidentemente è, al minimo una mancanza di buon gusto clamorosa. Venivano da diverse parti delle Fiandre, e l’azione è stata organizzata dal l’ASB Katholiek Forum.
La chiesa di Kuttekoven è in pessimo stato, come si può vedere dall’immagine, e non viene usata normalmente per scopi liturgici. Ma comunque non è stata ancora sconsacrata; e anche se la sorte di molte chiese in Belgio è soggetta a cambi di destinazione d’uso impressionanti, da supermercato a palestra, il fatto che l’edificio religioso abbia ancora il suo carattere sacro ha esacerbato i sentimenti dei fedeli. Secondo il Katholiek Forum, si tratta di “un’immagine satanica, e di un insulto disgustoso a Dio e al cattolicesimo”.
Il gruppo che si è ritrovato a pregare era munito di rosari, di una croce, e di un cartello, diretto all’autore dell’opera e al vescovo, mons. Patrick Hoogmartens, che riportava questa scritta: “Fermate la blasfemia e l’arte degenerata. Pregate per la riabilitazione”. “Siamo delusi da Patrick Hoohmartens – ha dichiarato Dries Goethals, direttore del Katholiek Forum. “Non ha fatto niente contro questa sedicente opera d’arte perché vuole evitare il conflitto. È terrorizzato dai media. Per questo noi siamo venuti a pregare qui, perché il cattolicesimo è disonorato”. L’autore dell’opera era presente, e ha detto al gruppetto: “Sono contento che voi siate venuti, ciascuno ha il diritto ad avere la sua opinione”. Secondo lui l’opera non vuole essere un insulto al cattolicesimo, ma fa riferimento allo spreco che avviene nella nostra società. Sarà, ma ancora una volta, come in altri, troppi, episodi, è sempre la religione cristiana che offre spunti e materiale per le provocazioni.

Stranamente altre fedi, forse oggetto di fede da persone più suscettibili e, pronte a dimostrare la loro suscettibilità non solo a parole, non ispirano nello stesso modo gli artisti. Misteri della creazione artistica.

Il Katholiek forum conta qualche decina di membri, di cui una cinquantina nelle Fiandre, e gli altri in Olanda

l’eleganza di certe idee

9 Novembre 2017 Commenti chiusi

GAY AGGREDISCE ADINOLFI
La verità non resta in mutande
(da lanuovabq.it 31 ottobre 2017
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Beati i miti perchè erediteranno la terra.
Chi di noi, al posto di Mario Adinolfi, non avrebbe tirato un papagno in faccia all’obeso che si è presentato in mutande e in pose effemminate dietro di lui mentre a Novara l’altra sera presentava il suo libro ?

“O CAPIAMO O MORIAMO”

autore Mario Adinolfi–

Poi, certo, sarebbe passato dalla parte del torto, triturato dal curcuito mediatico. Il video si può vedere qui.
Il mainstream della gaytudine che odia non avrebbe aspettato altro. Infatti Adinolfi lo sapeva e ha mostrato un self control imperturbabile, stoico. Sicuramente lo avrà esercitato in tutti questi anni di attacchi vergognosi da parte dei gaysdaran italiani nei confronti della moglie e delle figlie. Cose irripetibili, che a casa di altri si configurano come reato, ma che per la gaystapo invece sono libere espressioni. E tali restano impunite.
Invece lui è rimasto impassibile perché la verità non ti fa spostare di un millimetro. Guardando la scena viene in mente di non prepararsi alcuna difesa, perché lo Spirito vi dirà di volta in volta le cose da dire. “Io vi darò parola e sapienza, cosicché i vostri avversari non potranno resistere nè controbattere”. Anche il silenzio visto da questa prospettiva dunque è parola e sapienza. E ha svelato con potenza che la Verità veste a nozze, non sta in slip. E che le provocazioni ideologiche e giacobine Lgbt sono uno sbuffo d’aria putrescente nella vastità dell’universo. Un sulfureo meato da cui partono effluvi che lasciano in mutande solo chi li propaga.