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“Trova il tempo di pensare”

24 Luglio 2017 Commenti chiusi

L’eclissi della luna
Il Cristo-pensante. Lacrime di participio-presente
don Marco Pozza www.sullastradadiemmaus.it
Lunedì, 24 Luglio 2017
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È una storia così bella d’apparire quasi leggenda, una di quelle scritturate per dare lustro e bellezza alla vita di montagna. Questa, però, non è leggenda: è una pagina d’inesausta passione, di un affetto che sfida la burocrazia, il senso del possibile, che regge l’urto delle forze contrarie. Pino Dellasega è un uomo di Predazzo (TN), un validissimo atleta delle Fiamme-Gialle, uno di quelli che è sempre meglio avere nella propria squadra piuttosto che in quella avversaria. La statua del Cristo pensante – posta sulla cima del Monte Castellazzo (2333 m.), nello splendido scenario del Parco Naturale delle Pale di San Martino – è una storia che in meno di un decennio ha affascinato oltre mezzo milioni di pellegrini: escursionisti, gente di città, di vallata, adoratori incalliti, bestemmiatori da trivio. Uomini, donne, bambini. Tutti lassù, oltre quota duemila, in ginocchio a scrutare il volto di quel Dio in fase-di-pensamento. Il Cristo scolpito è pensante, non è pensieroso: è forma di participio presente, dice azione in perpetua fase d’accadimento, è manovra sempre passibile di inediti. Pensando – ancor prima immaginando – Dio crea: è storia che non ha mai mutato d’aspetto. Non un Dio muto, noioso, geometrico: lassù Cristo, con lo sguardo a perdersi nelle vallate, pensa. Ripensa a quel suo primo pensiero, il più bello: pensa all’uomo. Sempre.
La mia prima-volta è stata domenica: la prima volta non si scorda mai. Era la giornata dedicata alle persone con disabilità: “Dalla croce alla meraviglia. La fragilità diventa forza percorrendo sentieri diversi”. Più curioso che devoto – con me, da anni, Dio colpisce vestito in borghese – mi son fatto pellegrino, più uomo di escursioni che di fede. La fede, invece, quella vera che sposta le montagne, il Cristo-pensante me l’aveva nascosta lungo il sentiero: irto, sassoso, a tornanti. Lì c’era un popolo in-cammino: a spingere la carrozzina di Giampaolo, malato di Sla, di Chiara, di Gianmarco. Eravamo sul Monte Castellazzo, montagna gemellata con Cafarnao: «Alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù» (Lc 5,19). Attorno, in-cordata, un popolo numeroso di malati mentali, gente con spasticità, bambini diversamente abili. Stampelle, mani, abbracci: gente lenta, che rallenta, gente di compagnia. Il sentiero ad un certo punto s’impenna: il Castellazzo ha la forma del Calvario. Eccoli i cirenei d’oggi: a tirare le carrozzine con le corde, ad alzarle sui punti critici, a zigzagare tra sassi d’inciampo e burroni scoscesi. Non c’è la compassione, nel volto hanno solo una certezza: oggi, quassù, le pietre di inciampo scopriremo che son pietre angolari. Di sostegno, pietre possenti. Quel Cristo l’ha portato su un Boeing CH-47, un elicottero pesante da trasporto, roba da esercito, da missioni di pace. Cristo, pensante, sta lassù: a guardare in giù la gente che sale, quella che s’affretta. Che piange, ride, martella, impenna e urla. È la sua gente, quel Pensatore è il loro Dio. Attorno è nato il trekking del Cristo pensante. Perché credere è voce del verbo camminare-in-su: il sudore, la gioia, benedizione. “È fede-in-salita”, ho visto scritto-scolpito nelle carrozzine.
Pino è una forza-della-natura: il cuore è malleabile come il cirmolo, la fede fa alzare gli elicotteri, inginocchiare gli increduli. Prima l’ha fatto lui tutto questo: anche lui, vecchia litania, è guaritore-ferito. Come Chiara Campostrini, mamma di Pietro, un bambino disabile: la grande manager che accantona Calvin Klein per diventare tessitrice di sentieri, cuore pulsante di questa domenica. Lei, Pino, un esercito intero di cuori. A Cafarnao scoperchiano il tetto, al Cristo-pensante spianano le altezze, livellano i dirupi: «Veduta la loro fede, Gesù disse: “Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi» (Lc 5,20). All’arrivo la cima è un formicaio. C’è Lui: pensante, mani-in-pasta, sguardo in allerta. Le carrozzine sono altari, le carni-ferite ostie consacrate. Piango, dopo stagioni d’astinenza dalle lacrime: la mia è fede-povera, arrugginita, non-autosufficiente. Fede-in-salita: con loro, verso Lui.

(da Il Sussidiario, 18 luglio 2017)

L’eclissi della luna – Liu Xiaobo: il coraggio delle idee

17 Luglio 2017 Commenti chiusi

Maddalena Negri
Lunedì, 17 Luglio 2017 www.sullastradadiemmaus.it
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-All’udire della morte del dissidente cinese Liu Xiaobo, ho avuto un sussulto. Sgombro subito il campo da ogni incertezza: non lo conoscevo affatto. E questo ha accesso in me il rimorso dell’ignoranza. Perché non conoscere non tanto la persona, quanto l’opera, che ha compiuto chi ha deciso di non sottostare alla prepotenza di un regime, qualunque esso sia, pur di rimarcare l’importanza e l’irrinunciabilità della libertà di pensiero e d’espressione, quale massima forma della dignità dell’uomo, è e sarà sempre una grave omissione. Lungi dall’essere mero animale, sottoposto unicamente ai propri istinti, in virtù della ragione che possiede, l’essere umano si muove verso le più alte vette del pensiero e solo la paura può farlo recedere dal proseguire attraverso percorsi personali ed originali. È infatti, per così dire, innata, nell’uomo l’esigenza di esprimere se stesso, ciascuno secondo ciò che gli è più congeniale: per il bambino lo strumento può – paradossalmente – essere proprio il capriccio, per l’adolescente, spesso è la musica o lo sport, per l’intellettuale, il più delle volte, si fa irrinunciabile necessità la divulgazione ed il confronto del libero pensiero. Perfino quando la sicurezza personale e la prudenza dovrebbero consigliare comportamenti di segno opposto.

Liu Xiaobo è solo un altro nome, che si aggiunge ad una lunga lista di “martiri del pensiero”, ma è bene ricordarlo, nonostante la Cina ci appaia un posto lontano, magari suggestivo, ma profondamente differente dal nostro panorama europeo. Chi è dunque quest’uomo, degno compare di San Giovanni Battista, San Tommaso Moro, Edith Stein, Roj Aleksandrovi? Medvedev, Dietrich Bonhoffer o la Rosa Bianca?
Liu Xiaobo, intellettuale, docente e scrittore, nasce il 28 dicembre 1955 e muore il 13 luglio 2017. La differenza, come spesso accade, è nel tempo trascorso nel mezzo, nel quale si è speso per la promozione di riforme e la salvaguardia dei diritti umani. È stato incarcerato nel 2008, a seguito della firma del documento «Charta 08», per il quale è stato accusato di “istigazione al sovvertimento dello Stato”, che gli è valsa una condanna ad undici anni, che avrebbe integralmente scontato, se un tumore non se lo fosse portato via anzitempo.
Che cosa si chiedeva dunque, in questo documento? Diverse richieste che infastidivano il governo cinese. Come, ad esempio: modifiche in senso democratico alla Costituzione della Repubblica popolare cinese; separazione dei poteri; democratizzazione del potere legislativo; Indipendenza del potere giudiziario; possibilità per i cittadini di controllare l’operato degli amministratori; rispetto dei diritti umani; elezione (dal basso) e non più nomina (dall’alto) dei funzionari pubblici; equilibrio tra ambiente urbano ed ambiente rurale;libertà di associazione; libertà di riunione; libertà di espressione; libertà di religione; educazione civica; tutela della proprietà privata; riforma del sistema fiscale e tributario; sicurezza sociale; protezione dell’ambiente; passaggio alla repubblica federale; istituzione di una Commissione della verità e della riconciliazione.

Queste erano le “rivoluzionarie” richieste della «Charta 08»: il solo leggerne l’elenco credo risulti esaustivo di cosa mancasse nel 2008 al popolo cinese, tanto da spingere più di trecento intellettuali a redigere un documento tanto compromettente, pur di lottare per la libertà. Non solo: il governo cinese, tuttora, avversa apertamente anche le più elementari libertà d’espressione, dal momento che continua a redigere leggi sempre più restrittive nei confronti della Rete (ad esempio, recentemente, con la connivenza della Apple, secondo le leggi in vigore nel Paese, l’iCloud non sarà più controllato da Cupertino, bensì, da un megaserver, controllato dai cinesi). Nel frattempo, il regime oscura ogni notizia su di lui, comprese le discussioni aperte online e metà del Paese è totalmente all’oscuro che egli sia morto in ospedale per cancro al fegato. Pare proprio che il governo cinese non si accontenti dell’accanimento su di lui da vivo, ci tiene ad offuscarne persino la memoria, arrivando ad affermare che il Nobel per la Pace del 2010 (assegnatogli in contumacia, poiché già recluso) sia “una blasfemia”.
L’Occidente del resto, pare non si sia particolarmente prodigato per lui e per i diritti umani in Cina, dato che si è ricordato solo ora, alla morte del marito, della detenzione, contraria ad ogni diritto umano della moglie Xia, incarcerata unicamente in quanto fedele compagna di un dissidente.
Mi è venuto spontaneo pensare a Dante e alle parole d’incoraggiamento che gli rivolge il suo avo Cacciaguida, incontrato nel diciassettesimo canto del Paradiso: non è solo la descrizione di Dante, ma anche quella di ogni intellettuale che cerchi di essere onesto e creda veramente nei propri ideali.

«Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
(Dante, Paradiso, Canto XVII, vv. 124 – 135).
È impossibile non sentirsi piccoli piccoli, di fronte a storie come quella di Liu Xiaobo, soprattutto, ripensando ai nostri piccoli calcoli strategici su cosa dire e cosa invece tacere, per il nostro miglior interesse lavorativo e sociale. Perché, pur non essendoci un vero e proprio tribunale per il reato d’opinione in Paesi come il nostro, è altresì vero che è sempre in agguato lo stigma collettivo, quando non sei allineato al pensiero comune (quello che è considerato giusto dall’élite culturale che segue la moda attuale).
La realtà è che, in ogni luogo, la vera ed autentica libertà d’espressione è sempre un ideale da perseguire con fiducia e speranza – e non una realtà già in atto -.
Il motivo lo analizza molto significativamente, Francesco Scisci, editorialista di Asia Times, in un’intervista rilasciata di recente a Il sussidiario : oggi nessuno scenderebbe più in piazza a protestare per la mancanza di libertà o la privazione di fondamentali diritti umani, come a Tienanmen, nel 1989. Qualche soldo in più ha comprato il silenzio: la libertà, d’altronde, ha sempre richiesto un tributo in coraggio e sacrificio, che non tutti sono disposti ad offrire.
«Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire» (George Orwell). Dovremmo ricordarcelo tutti: sicuramente, a partire da giornalisti ed operatori del mondo dell’educazione, ma anche ogni altra persona.
Perché a ciascuno è chiesto di veicolare la verità di cui viene a conoscenza. Soprattutto, se è scomoda.
Non facciamo il gioco di chi vuole tenere in scacco la libertà, non facciamoci fregare:

diffondiamo notizie come questa!

“No Vasco io non ci casco…”

11 Luglio 2017 Commenti chiusi

di Rino Cammilleri
www.lanuovabq.it del 3 luglio 2017

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«No, Vasco, no, Vasco, io non ci casco…». Così cantava qualche anno fa Jovanotti (un’altra «icona» della gioventù contemporanea da qualche decennio) e così verrebbe di cantare anche a me se non fosse che ho la stessa età del Rossi (il cognome nazionale) e, a differenza di lui, di cantare non mi va più. A sessantacinque anni un uomo normale sente tutto il peso della vita, vita la cui gran parte ha ormai alle spalle. E pure lui dovrà pur sentirlo, perché l’anagrafe è spietata. Anche se, per esigenze di copione, deve continuare a fare quel che fanno i dinosauri del rock, che a settant’anni seguitano ad agitarsi sul palco (come notava Ernesto Galli Della Loggia in un suo vecchio editoriale sul Corsera).

Gianni Morandi, settantadue, dal palco c’è pure caduto l’altroieri (ma poi ci è risalito: the show must go on). Il Gianni, pur con le rughe, ha conservato nell’aspetto una faccia e una silhouette giovanilistica, e pure la folta pettinatura, che per ovvi motivi ha dovuto tingere di rosso tiziano. Con Vasco Rossi il dna è stato più inclemente: pancetta accentuata, calvizie da nascondere sotto il cappellino e che il pizzetto brizzolato invano cerca di compensare. Ma che importa ai fans? Se uno è dio, è dio.

Esageriamo? No: «divo» vuol dire proprio divinità. E qualche anno fa mise a rumore il web il post di alcune ragazzine che, avallate dal padre divertito e compiaciuto, inneggiarono a Vasco in tal senso («Sei un dio»). E non c’è divinità (o «idolo», fate voi) che non richieda sacrifici. Nel megaconcerto di Modena i fans (da «fanatic») i sacrifici li hanno fatti, eccome. Dalle sei della mattina in piedi sotto il sole, per un «evento» che cominciava alle otto e mezza di sera. Restrizioni a non finire, perché la polizia, giustamente, non voleva situazioni alla Torino (panico e gente calpestata, anche a morte) o, peggio, alla Manchester (terrorismo). Così, anche le bottigliette d’acqua dovevano essere prive di tappo e la gente ha dovuto depositare pure le chiavi di casa. Più di duecento sono stati colpiti da malore, uno è perfino morto d’infarto.

Ma per Vasco questo e altro. Confesso che conosco poche canzoni del Rossi nazionale. Ricordo soprattutto la prima, Vita spericolata, che fece dire a Nino Manfredi, presente a quell’edizione di Sanremo: «Ahò, se questo vuole una vita piena di guai, gliene dâmo un poco de li nostri!». E’ arrivato in elicottero, come il papa. E, come il papa (Wojtyla) ha esortato a non avere paura. Be’, non ha torto: ci sono almeno duecentotrentamila persone che pendono letteralmente dalle sue labbra, e quel che dice Vasco per loro è vangelo.

Nei primi anni Settanta il cantautore scozzese Donovan fu processato (anche lui) per droga. Il giudice gli disse pressappoco così: contro l’uso delle droghe. Naturalmente, da quel momento il suo successo intraprese la via del “Lei ha una grande influenza sui giovani, cerchi di usarla per il bene. Donovan ne rimase molto impressionato e, scontata la condanna, pubblicò un album doppiodeclino.

Tanto che, di quello che era considerato a quei tempi l’anti-Dylan, oggi è scomparso perfino il ricordo. E dire che, ai suoi tempi, veniva utilizzato perfino per la pubblicità del dentifricio («Are you a Donofan?») e, quanto a creatività, altro che Vasco. Epperò a quei tempi i concerti andavano a farseli in località deserte come Woodstock o l’isola di Whigt, e nessuno si sognava di interrompere le messe e i funerali o paralizzare una città intera per quelle che, la si giri come si vuole, sono solo canzonette.

charlie deve morire

28 Giugno 2017 Commenti chiusi

da www.lanuovabq.it—–
Ermes DOVICO
28 giugno 2017

La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata.
Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.

L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.

“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.


Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.

Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.

Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.

A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.

costretto a dire la verità

28 Giugno 2017 Commenti chiusi

I dialoghi privati tra Satana e l’esorcista Padre Gabriele Amorth.
Il diavolo e Padre Amorth, il più noto degli esorcisti, scomparso recentemente all’età di 91 anni,in più occasioni si sono fronteggiati.
Amorth lo ha ascoltato: discussioni dure, aspre, piene di bugie.
Perché


l’azione del demonio si fonda sulla menzogna.

LA REPLICA DEL DIAVOLO

Scriveva Fabio Marchese Ragona, curatore del blog “Stanze vaticane”:
«Nel corso di un esorcismo Amorth gli aveva domandato quando sarebbe uscito dal corpo della ragazza posseduta. Il diavolo gli rispose che sarebbe rimasto fino all’8 dicembre. Così in realtà non fu, e quando padre Gabriele gli rimproverò la bugia, il diavolo di rimando rispose: “non te lo hanno mai detto che sono bugiardo?”» (Faro di Roma, settembre 2016).

COME INTERROGARLO?

A la Luce di Maria (maggio 2015), il sacerdote confidava che «gli esorcisti interrogano il demonio e ne ottengono risposte. Ma se il demonio è il principe della menzogna, che cosa di utile si può ottenere ad interrogarlo?

E vero che le risposte del demonio vanno poi vagliate. Ma talvolta il Signore impone al demonio di dire la verità, per dimostrare che Satana è stato sconfitto da Cristo ed è anche costretto a ubbidire ai seguaci di Cristo che agiscono nel suo nome».

L’UMILIAZIONE PEGGIORE

Spesso il maligno, evidenziava Amorth, «afferma espressamente di essere costretto a parlare, cosa che fa di tutto per evitare. Ma, ad esempio, quando è costretto a rivelare il suo nome, è per lui una grossa umiliazione, un segno di sconfitta. Guai però se l’esorcista si perdesse dietro a domande curiose (che il Rituale espressamente vieta) o se si lasciasse guidare in una discussione dal demonio! Proprio perché è maestro di menzogna, Satana resta umiliato quando Dio lo costringe a dire la verità».

“IO SONO PIU’ FORTE DI DIO”

In un’intervista ad Urlo magazine (2009), Amorth confessa: «Una volta mi è capitato di chiedere ad un demone per quale motivo, nonostante la sua intelligenza superiore, avesse preferito la discesa negli inferi; lui ha risposto: “io mi sono ribellato a Dio, quindi ho dimostrato d’esser più forte di lui”. Dunque per loro la ribellione è il segno della vittoria e della superiorità».

Leggi anche: Il testamento spirituale di padre Amorth nell’ultima e inedita intervista
“HO PIU’ PAURA QUANDO NOMINI LA MADONNA…”

Sul suo libro L’ultimo esorcista – ripreso da diversi blog tra cui Gloria Tv e Testimonianze di fede – è riportato integralmente un dialogo tra l’esorcista e il diavolo.

Padre Amorth: “Quali sono le virtù della Madonna che più ti fanno rabbia?

Demonio: “Mi fa rabbia perché è la più umile di tutte le creature e io sono il più superbo; perché è la più pura di tutte le creature e io non lo sono, perché è la più ubbidiente a Dio di tutte le creature e io sono il ribelle!

Padre Amorth: “Dimmi la quarta qualità per cui hai tanta paura della Madonna che ti spaventi di più quando nomino la Madonna che quando nomino Gesù Cristo!”

Demonio: “Ho più paura quando nomini la Madonna perché sono più umiliato ad essere vinto da una semplice creatura anziché da Lui…”

Padre Amorth: “Dimmi la quarta qualità della Madonna che ti fa più rabbia!”

Demonio: “Perché Mi vince sempre, perché non è mai stata sfiorata da alcuna colpa di peccato!”

«Durante un esorcismo – ricorda ancora Amorth – attraverso la persona posseduta, Satana mi ha detto: Ogni Ave Maria del Rosario, è per me una mazzata in testa; se i cristiani conoscessero la potenza del Rosario, per me sarebbe finita!»

IL PRIMO INCONTRO

Su Libero (3 febbraio 2012), l’esorcista rammenta il suo primo incontro con Satana. E’ accaduto durante un esorcismo:

«D’un tratto ho la netta sensazione della presenza demoniaca davanti a me. Sento questo demonio che mi fissa. Mi scruta. Mi gira intorno. L’aria è diventata fredda. C’è un freddo terribile. Anche di questi sbalzi di temperatura mi aveva preavvertito padre Candido. Ma un conto è sentire parlare di certe cose. Un conto è provarle. Cerco di concentrarmi. Chiudo gli occhi e a memoria continuo la mia supplica. “Esci, dunque, ribelle. Esci seduttore, pieno di ogni frode e falsità, nemico della virtù, persecutore degli innocenti. Lascia il posto a Cristo, in cui non c’è niente delle tue opere” (…)».

LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA

19 Giugno 2017 Commenti chiusi

LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA
(Fabio Beretta)
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“Tutti noi uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, Cosa Nostra si vuole farla risalire all’apostolo Pietro”. Così Leonardo Messina, un mafioso pentito, parlava durante un interrogatorio. In quell’occasione, il boss rivelò anche l’esistenza di una “Bibbia della mafia”, nascosta nelle campagne di Riesi, un piccolo comune in provincia di Caltanissetta. Ad una prima analisi, in effetti, sembra proprio che siano veramente poche le differenze tra un cattolico e un mafioso. Entrambi pregano. Hanno in tasca, o nel portafoglio, un santino: una Madonna Addolorata, un Cristo crocifisso, un Padre Pio, ecc. Anche i mafiosi sono religiosi. Tutti. Campani, siciliani, calabresi, boss. Per anni il confine tra credente e mafioso è stato invisibile.

La mafia, l’anti-Chiesa

La malavita organizzata, da sempre denominata “anti-Stato”, oggi si potrebbe definire anche con l’appellativo di “anti-Chiesa”. Come i monaci osservano la regola benedettina dell’“ora et labora”, così anche la vita della mafia è scandita di riti, preghiere e funzioni religiose. Un esempio chiaro è la riunione dei capi della ‘Ndragheta, che il 2 settembre di ogni anno si riuniscono presso il Santuario della Madonna dei Polsi, situata a circa 860 metri d’altezza in una vallata dell’Aspromonte. Qui, a pochi passi dal torrente Bonamico, che costeggia il paese di San Luca, i boss prendono le decisioni più importanti e stringono alleanze. Qualche pentito rimasto anonimo ha raccontato che in questo luogo sono custodite le “12 Tavole della ‘Ndrangheta”. Una sorta di “codice etico” per certi aspetti molto simile ai “dieci comandamenti” donati da Dio a Mosè sul monte Sinai. Ma i riferimenti alla tradizione cristiana non si limitano al Vecchio Testamento. Nel 1951, mentre a Viterbo si celebrava il processo della strage di Portella della Ginestra, Gaspare Pisciotta, cugino traditore del bandito Salvatore Giuliano, in aula si difendeva con queste parole: “Siamo un corpo solo: banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Una vera e propria religione con tanto di ministri. Infatti, tra gli uomini d’onore di spicco della malavita siciliana figura anche padre Agostino Coppola, parroco di Carini. I media lo ricordano soprattutto come il prete che sposò in gran segreto Salvatore Riina (all’epoca latitante) e Antonina Bagarella. Anche le donne svolgono un ruolo importante. Infatti, i così detti “uomini d’onore” non si confessano direttamente. A riceve l’assoluzione sono le loro compagne. Grazie ad alcune intercettazioni della Polizia di Stato, è infatti emerso che sono le mogli a recarsi in chiesa per inginocchiarsi davanti al confessionale. Quando, raramente, sono gli stessi mafiosi che si accostano al Sacramento della Riconciliazione, ricorrono a una formula standard. Il dialogo suona, pressappoco, così: “Padre, mi assolva”. “Cosa hai fatto figliolo?”. “Niente, sono innocente come Gesù Cristo”.

Una Chiesa “divisa”

I media italiani hanno sempre evidenziato come la Chiesa non sia stata “unita”, bensì
divisa sulla questione mafia. Vescovi e parroci locali, stando a quanto riportano le cronache, nella maggior parte dei casi hanno taciuto il grande male che attanaglia il Mezzogiorno. In realtà, la Chiesa mai ha taciuto sulla mafia. A dimostrarlo non sono solo le scelte dettate dalla prudenza degli ecclesiastici che hanno svolto la loro missione pastorale in Sicilia, o in Calabria. Leonardo Messina, mafioso pentito, dichiarò: “La Chiesa ha capito prima dello Stato che doveva prendere le distanze da Cosa Nostra”. Quello dei mafiosi è un uso deviato della religione che, oggi come in passato, si manifesta in processioni, rituali e preghiere che assumono una dimensione pubblica con il solo scopo di riconoscere uno status di superiorità a chi, in realtà, viola la legge in nome di un falso dio.

Il peccato di mafia

Le processioni sono atti di devozione che riguardano la sfera religiosa dell’uomo. Nel
cattolicesimo, esse costituiscono un ulteriore elemento di appartenenza e identità a quel “depositum fidei” che la Chiesa custodisce. Una fede che da oltre duemila anni si rende visibile attraverso le liturgie. Esse scandiscono i ritmi della vita della Chiesa. E, per certi aspetti, anche quelli della mafia. Anche i malavitosi vanno a messa, e come tutti i buoni cristiani anche loro si confessano. Da alcune intercettazioni del prof. Guttadauro, aiuto primario in uno degli ospedali di Palermo, e capo mafia a Brancaccio, si viene a sapere che il medico la mattina si dedicava a ricevere i mafiosi, nel pomeriggio i politici di turno, e la sera istruiva il “delfino” che avrebbe dovuto sostituirlo, invitandolo a confessarsi, ma raccomandandogli di scegliere il sacerdote giusto. Gli racconta: “Sai cosa mi è successo? Un giorno mi sono andato a confessare e il sacerdote mi ha detto che esiste il peccato di mafia. Questa cosa non l’avevo mai sentita. Quindi, prima di andarti a confessare, devi trovare il soggetto giusto”.

Il senso religioso dei mafiosi

La sociologa Alessandra Dino ha provato a spiegare le motivazioni per cui un mafioso prova un forte senso religioso. Secondo la studiosa, vi sono due livelli da prendere in considerazione: quello individuale e quello dell’organizzazione. Gaspare Mutolo, uno dei killer di Mondello, autore di oltre venti omicidi, ha dichiarato: “Noi mafiosi siamo religiosi perché siamo anche noi fatti di carne e di ossa. Lo sa cosa volevo fare da bambino? Il missionario, perché volevo aiutare la gente”. A livello organizzativo, invece, la religiosità fa si che le cosche assumano i tratti di una “comunità” nella quale identificarsi. Ad esempio, Bernardo Provenzano usava la Bibbia per comunicare. Il motivo è semplice: costituisce un punto di vista culturale a cui tutti possono attingere, e dà credibilità all’organizzazione.

Una religione strumentalizzata

Pensiamo al caso della “Candelora” di Sant’Agata, nel 2005, a Catania. I membri del clan Santapaola, salirono sul catafalco della martire, al posto del prete, con l’obiettivo di deviare il percorso della processione per farla passare sotto la casa di Francesco Mangion, della cosca appena rilasciato, affinché la protettrice di Catania potesse dare il bentornato al malavitoso. Da ciò si evince che gli inchini, così come tutte le “liturgie” a cui prendono parte i mafiosi, non sono un elemento folkloristico, ma una forma di sfoggio del potere legittimato dalla divinità.

Un’efficace strategia di comunicazione

Allo stesso tempo rappresenta una straordinaria strategia di comunicazione, efficace e diretta, che trasmette un solo messaggio: qui comandiamo noi. In realtà, la Chiesa non ha mai legittimato l’operato della mafia, ne ha mai stretto alcun tipo di patto. Alla base vi sono questioni storiche e sociali ben precise che trovano le loro radici all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando tra i cittadini e gli esponenti del clero vi era una scarsa conoscenza, nonché una grande sottovalutazione, del fenomeno mafioso. Basti pensare all’operato di mons. Ruffini, cardinale di Palermo dal 1946 al 1967. Nel maggio del 1947, commentando la strage di Portella della Ginestra, affermò: “Come vescovo non posso certo approvare le violenze da qualunque parte provengano, ma è un fatto che la reazione all’estremismo di sinistra stia assumendo proporzioni impressionanti. Del resto, si poteva ritenere inevitabile la reticenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali dei comunisti”. In altre parole: se la sono cercata. Bisognerà attendere gli anni ’80 e l’operato di don Pino Puglisi, oggi beato, per intravedere alcune crepe nel muro di omertà e silenzio innalzato da alcuni rappresentanti del clero siciliano.

Il ruolo delle donne

Alcuni pentiti hanno raccontato che mentre erano impegnati nel realizzare l’opera voluta dai padrini, le loro mogli, o compagne, erano in chiesa, inginocchiate davanti ad un altare, o al simulacro della Vergine Maria. Pregavano affinché le anime di quelle persone che venivano uccise dai propri mariti fossero accolte in paradiso. La loro morte era necessaria perché andava contro il “piano divino”. E loro, i mafiosi, che si dicono credenti, come Cristo ha perdonato i peccatori, perdonano chiunque si metta contro il volere di Dio. Li uccidono, ma pregano per le anime dei morti ammazzati, e non per le loro perché i malavitosi, con quel gesto, compiono la volontà del Signore. Un ragionamento contorto e tutt’altro che cristiano, ma ben impostato e inculcato nelle menti dei giovani che si avvicinano al mondo della mafia.

La risposta della Chiesa locale

Bisogna attendere l’alba degli anni ’80 per avere una prima denuncia pubblica del fenomeno mafioso da parte della Chiesa siciliana. A parlare è il cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 1970 al 1996. Negli anni del suo ministero pastorale, in Sicilia si consumano quelli che saranno definiti, successivamente, i “delitti eccellenti”: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma l’evento che fa da cassa di risonanza del sentimento di disprezzo e di orrore di tanti cittadini onesti, sono i solenni funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, uccisi in un violento agguato il 3 settembre del 1982. Il giorno dopo, dal pulpito della chiesa di San Domenico, il cardinale fece impallidire i più importanti uomini politici siciliani e d’Italia, che assistevano nelle prime file alla messa funebre del prefetto Dalla Chiesa: “La mafia è un demone dell’odio, l’incarnazione stessa di Satana. Si sta sviluppando una catena di violenza e di vendette tanto più impressionanti perché, mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti, quanto mai decise, invece, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti a colpire. Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur; mentre a Roma ci si consulta, la città di Sagunto viene espugnata. Sagunto è Palermo. Povera la nostra Palermo! Come difenderla?”. Parole rimaste indelebili nelle coscienze non solo dei siciliani, ma degli italiani tutti. Queste parole, passano alla storia come l’“omelia di Sagunto”. Un intervento che, de facto, segna una grande svolta nella storia della lotta alla mafia e nei “rapporti”, se così si possono definire, della “piovra” con la Chiesa. Un lungo periodo che passa alla storia come “la Chiesa del silenzio”. Infatti, da quel momento, in Sicilia tanti giovai parroci, definiti “coraggiosi” dal Procuratore Antimafia, Pietro Grasso, “iniziarono a porsi domande sul loro ruolo in una terra di violenza, sangue e diritti negati, chiedendosi se dovevano limitarsi a curare le anime o invece impegnarsi in un’azione apostolica in difesa dei diritti dell’uomo. Sorsero, su impulso del cardinale, movimenti, missioni popolari fuori dalle parrocchie, istituti dedicati alla formazione evangelica dei credenti, dei giovani, degli emarginati”. Ma i veri trascinatori della lotta alla mafia sono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che nel 1986 riescono a far condannare i grandi capi di Cosa Nostra, tra cui Michele Greco, detto “il Papa”, come mandanti di numerose stragi. Tuttavia, Toto Riina e Bernardo Provenzano restano latitanti. I due giudici, su ordine di Riina, capo dei capi di Cosa nostra, vengono assassinati. Ma il coraggio e la tenacia dimostrata dai due magistrati, e i sempre maggiori sforzi degli inquirenti nel debellare questa piaga sociale, fanno nascere in molti strati della società una sensibilità diversa che tocca anche i vertici della Chiesa.

La scomunica

E così, nel maggio del 1993, Giovanni Paolo II alza un forte grido contro gli uomini d’onore, e lo fa pronunciando anche la parola “mafia”. Il grido di conversione di Giovanni Paolo II viene ignorato dai mafiosi. E la Chiesa entra nel mirino di Cosa Nostra. La notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993, due bombe al tritolo vengono fatte esplodere a Roma: una davanti la basilica di San Giovanni in Laterano, l’altra nella chiesa di San Giorgio al Velabro. Un attacco mirato alla Chiesa. E questo perché le frasi di Giovanni Paolo II tolgono ogni dubbio all’ambiguità tra religione e mafia. Per ciò cosa nostra colpisce Roma: San Giovanni in Laterano è la Cattedrale della “città eterna”, li viene custodita la cattedra del Papa. Alle bombe esplose nelle basiliche romane, segue un assassinio, quello di don Giuseppe Puglisi, parroco di Brancaccio. Anche Benedetto XVI ha condannato la mafia in occasione della sua visita pastorale a Palermo, il 3 ottobre del 2010. Le parole di Ratzinger si pongono sulla stessa scia di quelle di Giovanni Paolo II e, per certi aspetti, sembrano rievocarle. “La mafia è strada di morte, incompatibile con il Vangelo”, aveva dichiarato. Di recente, Papa Francesco ha messo del tutto fine al “rapporto” tra religione cattolica e mafia pronunciando in Calabria, terra martoriata dalla ‘Ndragheta, nel giugno del 2014, una scomunica latae sententiae nei confronti di tutti quelli che si professano mafiosi. “I mafiosi sono scomunicati, la ‘ndrangheta adora il male”, ha affermato Bergoglio. Nella concezione cristiana, chiunque commette peccato può pentirsi. Probabilmente questa prospettiva e l’idea che la mafia fosse solo un’organizzazione di assassini, ha rimandato l’uso dell’arma più potente che la Chiesa abbia mai avuto. Scomunicare persone che si ritengono, a modo loro cattoliche, avrebbe sbarrato ogni porta alla conversione.

Un fenomeno umano che ha fine

C’è differenza tra mafiosi e cattolici: definirsi credenti non basta ad esserlo. È necessario vivere con le opere quell’incontro che il battezzato ha avuto con Cristo. Altresì, possiamo dire che la religione dei mafiosi non è quella cattolica: la mafia è un distorto complesso di falsi valori e dunque, prima ancora che “per il suo nefasto potenziale di delinquenza e anti-socialità, è incompatibile con il Vangelo”. Inoltre, la Chiesa ha capito fin da subito la pericolosità di tale organizzazione e, anche se a livello gerarchico vescovi e pontefici hanno denunciato la malvagità e l’incongruenza della criminalità organizzata solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, a livello locale sono stati numerosi i sacerdoti, ma anche laici credenti, che si sono impegnati a lottare contro l’ombra nefasta della mafia. Allo stesso modo, non dobbiamo dimenticare che i media sono uno degli strumenti principali della lotta alla mafia: una corretta e approfondita informazione, infatti, garantirebbe l’isolamento della criminalità organizzata dalla società. Giovanni Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Quel giorno, la cupola, che da simbolo e faro della cristianità è stata snaturata nella sua quintessenza dalla mafia, continuerà ad essere un ponte tra l’uomo e Dio. Non sarà più accostata ad un organigramma che getta la sua ombra malefica grazie ad un potere occulto. Da quella cupola tornerà ad echeggiare un grido di speranza per ogni uomo, una speranza che la mafia non può, non ha potuto e non potrà mai rendere all’uomo: l’incontro con l’Infinito.
di Fabio Beretta

i figli di chi sono??

12 Giugno 2017 Commenti chiusi

da lanuovabq.it Ermes Dovico
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Il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini. In un’udienza di emergenza, durata poche decine di minuti e svoltasi ieri pomeriggio, tre giudici della Corte Suprema hanno confermato la condanna a morte del piccolo Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una patologia rarissima, autorizzando i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra a staccare il respiratore che gli fa da supporto vitale, contro la volontà dei suoi genitori che vorrebbero portarlo negli Stati Uniti per una cura sperimentale che ha già avuto successo su almeno due bambini con una malattia simile (come testimonia questo splendido video).

Ma non gli è stato permesso, perché Charlie, da quando a otto settimane ha iniziato a manifestare i sintomi della malattia, è diventato prigioniero dell’ospedale londinese, dove i medici hanno presto iniziato a dire che bisognava lasciarlo “morire con dignità”. E i giudici hanno assecondato questa scelta mortifera, pur sapendo della ferma speranza dei genitori Chris e Connie e della loro raccolta fondi – 1,3 milioni di sterline da oltre 83 mila donatori – che consentirebbe tranquillamente di proseguire le cure di Charlie in America.

“Come possono farci questo? Stanno mentendo. Perché non dicono la verità?”, ha detto la mamma scoppiando in lacrime subito dopo la decisione della Corte Suprema, che è arrivata addirittura a negare lo svolgimento di un’udienza completa per rivedere meglio il caso di questo piccolo Cristo innocente, condannato perché è la risposta di senso al dolore che il mondo rifiuta di ascoltare.

Tre corti su tre, con pareri uniformi e talmente rapidi da restituire un quadro se possibile ancora più inquietante, hanno sentenziato che è nell’interesse del bambino morire, rifiutando di dargli qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Per l’esattezza, la Corte Suprema ha chiesto ai dottori di continuare a dare il supporto vitale a Charlie per 24 ore (che scadrebbero alle 17 di oggi pomeriggio, ora inglese, nel più macabro dei conti alla rovescia) per consentire alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di considerare un eventuale ricorso dei genitori, che i legali hanno nel frattempo annunciato di aver fatto. L’interruzione delle cure per il momento dovrebbe perciò essere stata scongiurata e adesso si dovrà attendere il pronunciamento della Cedu, che si spera possa ribaltare l’ingiustizia disumana delle corti inglesi.

Ad ogni modo, com’era già di per sé assurdo dover arrivare alla sentenza di una corte, e perfino quella di grado più alto a livello nazionale, per dire che un bambino di 10 mesi può o meno continuare a vivere, lo è a maggior ragione dover ricorrere a un tribunale sovranazionale per affermare un principio così elementare come il diritto alla vita. Un principio sul quale si fonda la stessa convivenza umana e, negato il quale, perde di senso qualunque corte di giustizia di questo mondo, destinata a giudicare arbitrariamente secondo gli interessi dei più forti, a confondere il bene e il male, a sacrificare gli ultimi, i più indifesi, sull’altare di un’ideologia che pretende di sostituirsi a Dio, stravolgendo la morale secondo le proprie convenienze.

Abbiamo detto che il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini, ma è chiaro che la considerazione andrebbe estesa a tanti altri Paesi, compreso il nostro, e retrodatata agli anni ’60-’70, ossia alla comparsa generalizzata nell’Occidente delle leggi contro la vita umana e la famiglia, primo baluardo contro le prepotenze del potere che ha gioco facile nel manovrare a suo piacimento l’individuo isolato.

Tra l’altro, per effetto della legge inglese sul fine vita, se i genitori fossero stati d’accordo con i medici, a quest’ora Charlie sarebbe morto da un pezzo: morto per omicidio. Parola che i cultori dell’eutanasia cercano di nascondere, ora stracciandosi le vesti, ora fingendo compassione, ora minacciando querele. Ma è di omicidio che si tratta. Come quello che per un soffio ha evitato di recente la piccola Marwa in Francia, anche lei veramente amata dai genitori, che hanno fatto ricorso contro la decisione dei medici di ucciderla, riuscendo a spuntarla dopo due gradi di giudizio.

Ed è sempre l’omicidio quello che dovranno sperare di evitare bambini, minori e incapaci qualora il Parlamento italiano dovesse approvare il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (un ddl ipocrita già dal titolo perché non nomina mai l’eutanasia, pur legalizzandola nei fatti), che come questo quotidiano ha già spiegato introdurrebbe sia l’eutanasia consensuale sia quella non consensuale: se il fiduciario e il tutore dovessero essere d’accordo sulla volontà di dare la morte al paziente – per esempio un neonato o un disabile mentale – non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere ai giudici, perché l’atto eutanasico (omicidio) sarebbe considerato del tutto legale. Legale, sebbene profondamente ingiusto.

Eppure, la cultura dominante continua a venderci lo slogan dell’autodeterminazione, continua a ingannarci dicendo che lo Stato deve lasciare libero l’individuo di fare quel che gli pare, come se fosse dio di se stesso e slegato da qualunque legame con la comunità, in una fasulla libertà senza limiti, che spalanca le porte del male aumentando a dismisura le possibilità di compierlo, con tutte le garanzie della legge.

Ma in realtà, come questo e tanti altri casi recenti dimostrano, l’unico modo libero di “autodeterminarsi” è quello che la cultura dominante vuole, che prima concede la “libertà” di uccidere e poi obbliga a uccidere il più debole, calpestando perfino il diritto di due genitori di provvedere alle cure del loro bambino. È una cultura della morte sempre più pervasiva che rifiuta di confrontarsi con la sofferenza, nega che la vita di quaggiù è un dono in vista della ricompensa celeste per chi riconosce di avere un Padre che lo ama e di aver bisogno di Lui per essere felice. Una cultura della morte che rigetta ogni speranza, non solo quella ultraterrena, ma la stessa speranza in quella scienza umana in cui a corrente alternata i suoi fautori dicono di credere, ignari che la scienza viene da Dio, lo stesso Dio che rifiutano di accogliere nella loro vita.

A Charlie, la cui dignità incommensurabile deriva dal suo essere persona e non certo dal suo grado di salute, stanno cercando di togliere anche la speranza di vivere secondo le possibilità che la medicina gli dà.
Don’t take my sunshine away, “non portarmi via la mia luce del sole”, è il sottofondo di uno dei tantissimi video che sono stati dedicati in questi mesi a questa dolcissima creatura. Alla fine del filmato si vedono gli occhioni chiari e risplendenti di Charlie, segno tangibile di una testimonianza d’amore eterno che le tenebre non riusciranno mai a oscurare. Intanto, forza piccolo, tante persone che ti amano stanno pregando per te.

Aggiornamento delle 17,15: La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che Charlie deve ricevere i trattamenti che lo tengono in vita sino alla mezzanotte di Martedì, al fine di poter valutare il caso.

commercio dissacrante

2 Giugno 2017 Commenti chiusi

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere
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il Center for Medical Progress ha pubblicato un nuovo reportage sullo scandalo che da quasi due anni vede coinvolto il colosso americano degli aborti, la

Planned Parenthood, al centro di un disgustoso commercio di organi di feti abortiti nelle loro cliniche.

Nel nuovo video girato segretamente, diversi manager della Planned Parenthood scherzano su come fare a pezzi i neonati e ammettono che la vendita di organi di feti abortiti è redditizia.

Proprio su questo immondo commercio Generazione Voglio Vivere aveva pubblicato nel 2015 un ampio Dossier sul numero di Ottobre della sua Rivista. Hai per caso visto questa notizia sui più importanti quotidiani italiani o al telegiornale?

Ovviamente No!
Condividi la notizia sui social!
Il video riporta gli interventi e le presentazioni fatte durante uno degli incontri annuali che organizza, in segreto, la Federazione Nazionale dell’Aborto degli Stati Uniti (NAF). Circa il 50% dei membri e dirigenti della NAF è anche membro di Planned Parenthood.

La Dottoressa Lisa Harris, Direttrice Medica di Planned Parenthood nel Michigan, è la prima ad apparire nel video e ad ammettere che «Le nostre storie in realtà non hanno molto a che fare con gran parte del discorso e della retorica pro-choice (pro-aborto), non è vero?».

La Dottoressa si riferisce a quello che accade nelle loro cliniche, veri e propri mattatoi di bambini smembrati pezzo dopo pezzo…

«Le teste (dei feti) si bloccano e non riusciamo a farle uscire», racconta alla platea la Harris provocando una risata generale tra i partecipanti all’incontro. Storie del genere «fanno parte della nostra esperienza. Però non esiste alcun posto dove possiamo condividerle».

Si rimane inorriditi dinanzi all’insensibilità e alla freddezza di certi racconti, come quello della Dott.ssa Uta Landy, della Planned Parenthood Federation of America, che ha provocato le risate del pubblico per aver ricordato un episodio in cui “un occhio (del feto che stava smembrando, ndr) cadde sopra il mio grembo. Che schifo!”.

Fare a pezzi un bambino…è questo il loro lavoro! È questa la realtà dell’aborto!
Che aspetti? Fai girare questa notizia!
La Dott.ssa Susan Robinson, che effettua aborti presso la clinica della Planned Parenthood nel Mar Monte, in California, ci ha tenuto a precisare che «il feto è un piccolo oggetto robusto, e farlo a pezzi, voglio dire, farlo a pezzi il primo giorno è molto difficile».

Un verità talmente brutale che la stessa Dott.ssa Lisa Harris è costretta ad ammettere «che qui c’è violenza» e che il concepito «è una persona» che viene uccisa.

Nel video si vede anche la Dott.ssa Ann Schutt-Aine, Direttrice dei Servizi per l’Aborto della Planned Parenthood nella Costa del Golfo, la quale ha raccontato che se sta eseguendo un aborto e si accorge che sta per comparire l’ombelico del bambino «potrei chiedere una seconda serie di pinze per tenere il corpo dentro il collo dell’utero e staccare una gamba o due, affinché in questo modo non si tratti di un aborto a nascita parziale», proibito dalla legge degli Stati Uniti.

Cos’altro aggiungere?!

A proposito della compravendita di organi di feti abortiti, Deb VanDerhey, Direttrice Nazionale del CAPS della Planned Parenthood Federation of America, ha affermato che alcune cliniche della sua organizzazione «potrebbero voler vendere organi e tessuti di bambini abortiti per aumentare il loro reddito. E non li possiamo fermare».

Un’ammissione di colpa che fuga ogni dubbio a riguardo: queste persone dovrebbero essere fermate e messe in galera.

Cordialmente,

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

I “giovani bigotti”

26 Maggio 2017 Commenti chiusi

Fonte http://www.ilfoglio.it/…/ma-quale-post-religione-in-franci…/MA QUALE POST RELIGIONE, IN FRANCIA VANNO FORTE I ” GIOVANI BIGOTTI ”

Qualcosa è cambiato nella patria della laïcité. Tra i giovani dai 18 ai 29 anni i credenti sono al 53 per cento. Solo nove anni fa, erano il 34

Roma. Giovani bigotti che rivendicano la propria fede. Con orgoglio, s’intende. Il Monde è forse un po’ sprezzante nel descrivere il ritorno al religioso nella Francia dove a essere sacra, negli ultimi decenni, era la laïcité. Qualcosa è cambiato. Lo dicono gli indicatori numerici, elaborazioni di statistiche autorevoli, e – soprattutto – le masse di giovani che non si fanno scrupoli a esibire simboli della propria fede, che frequentano le chiese e vanno in pellegrinaggio. Sia chiaro, si tratta sempre di una minoranza (creativa), i giovani che si definiscono credenti sono sempre al di sotto del cinquanta per cento della popolazione, ma tra i giovanissimi (dai 18 ai 29 anni) i credenti salgono al 53 per cento. Solo nove anni fa, erano il 34. Aggiunta necessaria: non sono solo musulmani, visto che il 42 per cento dei “credenti” è cattolico. Un bel cambiamento di rotta, se si considera che alla fine del secolo scorso il cristianesimo era dato per agonizzante nella terra delle cattedrali. Era la “grande stagione della post religione”, ricorda il Monde: “Tutti i sondaggi e le inchieste affermavano che le chiese sono vuote, i giovani non credono più e i genitori non trasmettono (o lo fanno molto poco) ai propri figli il patrimonio religioso. Si diceva che il buddismo e le filosofie New Age stavano sostituendo il monoteismo occidentale”. Insomma, all’alba del nuovo millennio si guardava con timore alla profezia apocrifa di André Malraux, secondo cui “il Ventunesimo secolo sarà spirituale o non sarà”.

Vent’anni dopo l’infausto oracolo, nota il quotidiano progressista francese, siamo “all’ostentazione” della propria fede. “Aiuto, sta tornando Gesù !”, titolava Libération lo scorso novembre. In tv i politici esibivano croci al collo. Durante la campagna per le presidenziali, più d’un candidato ha parlato di fede e della propria educazione cristiana. “Nei dibattiti – nota il Monde – è stato perfino invocato il riesame della legge del 1905 sulla separazione tra chiesa e stato”. Senza contare, negli ultimi scampoli di campagna, le visite nelle cattedrali (pure a Reims, dove si ungevano i sovrani). “In un paese dove il non essere affiliato ad alcuna religione è fin troppo banale, il fatto d’essere credenti o di rivendicare una dimensione religiosa, significa essere non conformisti. Dio non è più relegato alla sfera privata”, sottolinea l’inchiesta del quotidiano parigino. E non si tratta solo di scendere in strada, brandendo vessilli crociati per riconquistare uno spazio pubblico annichilito prima dalla rivoluzione antropologica, quindi da quella sociale, storica e politica. Insomma, c’è di più oltre la battaglia contro il mariage pour tous. I giovani d’oggi, quelli che leggono la pagina Facebook dell’abbé Grosjean e che considerano l’esasperazione laicista alla stregua di un ufo, d’un oggetto non identificato e che organizzano veglie di preghiera notturna in qualche santuario del paese, sono prive delle sovrastrutture sociologiche che hanno dominato le generazioni precedenti, cresciute a pane e laicità esasperata, riducendo l’essere credente a qualcosa di personale e la partecipazione ai riti una sorta di hobby pari al bridge o al cinema d’essai.

“Il rapporto dei giovani con la religione manifesta un cambiamento di paradigma tra la religione e la modernità”, ha detto il sociologo delle religioni Jean-Paul Willaime, aggiungendo che “più modernità non significa meno religione”. Anzi, “nella religione si cerca una dimensione rilevante della propria personalità, il modo di stare in una società che non è più così carica di significato”. I giovani di oggi, “rispetto alla generazione degli anni Sessanta – prosegue Willaime – che sono stati ‘socializzati religiosamente’, non hanno un atteggiamento di rifiuto della religione. Non hanno un’educazione contro cui ribellarsi. La fede li affascina, pone domande. E se i giovani sono più religiosi, sono più impegnati, più visibili, più coerenti”. In sostanza, rivendicando la propria appartenenza religiosa, “rivendicano la loro libertà personale”.
di Matteo Matzuzzi

Vicenda da chiarire

18 Maggio 2017 Commenti chiusi

di Andrea Zambrano da “La nuova bussola quotidiana” del 17 maggio 2017 (lanuovabq.it)
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La vicenda che sta vedendo protagonista la Diocesi di Reggio Emilia in queste ore circa il prossimo gay pride merita alcune sottolineature non di poco conto. Da due giorni i media nazionali stanno presentando la vicenda reggiana così: i buoni, il gay pride che si svolgerà il 3 giugno prossimo; i cattivi, un gruppo di cattolici tradizionalisti-oltranzisti-integralisti-retrogradi etc etc che si è opposto organizzando una processione di riparazione poche ore prima della sfilata gaia per le vie della Città del Tricolore; il bravo, il vescovo di Reggio che ha fatto sapere di non aver concesso né la cattedrale né il sagrato per questa celebrazione “contro” quindi, implicitamente acconsente alla kermesse arcobaleno dove il sesso promiscuo la farà da padrone, e tanti auguri per la salute pubblica.

Ma sullo sfondo c’è anche una veglia antiomofoba svoltasi domenica scorsa in una parrocchia reggiana, quella di Regina Pacis, che è stata presa a modello dagli autonominati “cristiani Lgbt” di Gionata.org come un bell’esempio di una Chiesa finalmente aperta e accogliente e inclusiva delle differenze e non giudicante etc etc… e che per certi versi è il vero scandalo di questa vicenda tanto che è stata la molla che ha costretto alcuni fedeli a manifestare il loro disappunto.

Questo il quadro. Ci sono diversi però, appunto, che sono indispensabili per focalizzare quello che sta accadendo a Reggio come un bello scherzetto del cornuto. Anzitutto la cronistoria dei fatti.

Nel giro di poche settimane a Reggio Emilia è successo di tutto.

Nel marzo scorso viene indetto il Gay Pride previsto per il 3 giugno prossimo. Nello stesso mese il vescovo reggiano proclama per il 13 maggio l’atto solenne di consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria. I due eventi sono scollegati ovviamente tra di loro, ma solo qui sulla terra. C’è qualcuno, laggiù, che lavora per farli “incontrare”.

L’occasione si presenta a fine aprile con l’esposizione in una parrocchia reggiana di un manifesto: “Benedite e non maledite”. E’ il manifesto con il quale la parrocchia di Regina Pacis pubblicizza la prima veglia reggiana contro l’omofobia e la transfobia. L’iniziativa si collega tramite il portale dei cristiani Lgbt Gionata.org nel solco delle molte veglie simili che si svolgono in tutt’Italia dal 14 maggio a oggi, guarda caso pochi giorni dopo l’anniversario di Fatima. Veglie che hanno ricevuto il placet anche di vescovi, come è il caso di Bologna.

Ma è a Reggio Emilia che la notizia fa più clamore. Quella è la città che si sta preparando a festeggiare, con il patrocinio di Comune e altri enti pubblici, la festa dell’orgoglio gay. E pazienza per il rischio epatite che le organizzazioni sanitarie sollevano. L’importante è avere il preservativo. E infatti di preservativi, è annunciato, a Reggio ne verranno distribuiti a gogo.

I giornali locali fiutano subito la notizia e ci si buttano a pesce. “In chiesa si prega per i gay”. Segue commovente discorso del parroco di Regina Pacis sull’inclusione, l’amore etc… San Paolo? Il catechismo? Chi li ha visti? I dati reali sull’inesistenza del pericolo omofobico in Italia? Niente. L’importante è essere inclusivi.

La diocesi accusa il primo colpo, il vescovo si arrabbia, ma si va avanti. Alcuni giorni dopo è annunciata su un giornale locale la presenza alla veglia niente meno che del vicario generale del vescovo. La curia non smentisce. Gli Lgbt cantano vittoria: “Finalmente la Chiesa è con noi”. E la nota della Congregazione per la Dottrina della fede del 1986 che proibisce ai vescovi di sposare iniziative che promuovano in ambito cattolico quello che il catechismo definisce ancora un disordine morale che grida vendetta al Cielo? E la Bibbia che ci va giù pesante dicendo che “gli omosessuali non entreranno nel Regno di Dio”? Il sunto non è includere, ma accompagnare, insegnando la castità, come dimostra l’esperienza di Courage, ma il messaggio è offuscato da alcune tendenze omoeretiche anche dentro la Chiesa, quindi si passa oltre. Di là si cita Papa Francesco a gogo, quindi, per timor di Papa, infondato come leggerete qui, si aggiunge un altro tassello.

Tempo poche ore e alcuni fedeli gravitanti attorno al giornale di contro informazione Radio Spada lanciano l’allarme e denunciano la veglia Lgbt in chiesa con presenza del vicario generale. Ma, nell’eccesso di apparire più puri di tutti, si lanciano in un’intemerata contro il vescovo di Reggio, reo di lasciare campo libero ad omosessualisti e affini e contemporaneamente di consacrare la Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, che in fondo è una specie di atto dovuto. Dovuto mica tanto visto che non l’ha fatto praticamente nessuno.

Insomma: gli ingredienti per un polverone ci sono tutti. Infatti, neanche il tempo di portare in processione la Madonna, in un evento di popolo straordinario, ma puntualmente snobbato dai media mainstream locali oltre che da Radio Spada e compagnia, che la guerriglia riprende. Lo stesso giorno il giornale annuncia la nascita di un comitato Beata Giovanna Scopelli che annuncia l’intenzione di una processione di riparazione pubblica con sede la Cattedrale di Reggio.

E scoppia il finimondo: la pagina Facebook del comitato, che presenta solo alcune sigle di appoggio come Riscossa Cristiana, Radio Spada, ProVita onlus e Chiesa e Post Concilio, ma nessun nome e cognome riscontrabile o referente ottiene più di 500 iscrizioni. I giornali ne parlano e il vescovo, appreso tutto, è costretto a dire che il comitato non si è mai interfacciato con la curia né per chiedere la cattedrale né per farsi autorizzare, o quanto meno condividere la processione. I giornali parlano di una sconfessione dei tradizionalisti da parte del pastore reggiano, il quale però viene comunque bersagliato dall’Arcigay locale che gli ricorda di aver partecipato ad un evento omofobo alcuni anni prima con la presenza dell’avvocato Gianfranco Amato.

Ma Camisasca è nel mirino delle gaie combriccole anche perché aveva dato ospitalità a Courage, osando dare spazio a chi dice che l’omosessualità è una tendenza moralmente erronea e che va affrontata con castità e preghiera, per non cadere nell’omoerotismo praticato. Tutto perfettamente in linea con il Magistero, anche quello più aggiornato, della Chiesa. Ma inaccettabile adesso che, anche nella Chiesa, ci si deve piegare al diktat totalitario che gay è soltanto una variante naturale della sessualità.

Si va avanti così: con il comitato indomito, dietro al quale stanno alcuni reggiani che frequentano ambienti lefevbriani che celebrano in una frazione di Correggio (a proposito, chi glielo dice in curia che Papa Francesco è loro amicone e non devono fare più paura?) nella parte dei barricaderi anni ’70, della serie né con lo Stato né con le Br. E con i giornali che sparano a palle incatenate su questi vecchi rottami della Chiesa che proprio non ne vogliono sapere di cedere il passo al nuovo che avanza. Chi glielo spiega che i membri del comitato in questione sono tutti abbondantemente sotto i 40 anni?

Alcune considerazioni. Anzitutto sugli organizzatori della processione riparatrice: d’accordo, c’è un problema di metodo. D’altra parte annunciare una veglia di preghiera senza mai farsi vedere in volto e spendendo il nome della Cattedrale senza averne mai parlato col vescovo appare un po’ truffaldino. Che è un po’ come il benzinaio che per cuccare si presentava come il Mario del ramo petroli. Così come è vero che la ribattezzata “marcia antigay” a molti è parsa come una provocazione nei confronti del vescovo, almeno nella tempistica. Di quelle della serie: visto che tu non ti muovi a parlare noi siamo più Chiesa di te e ci facciamo giustizia da soli. Comprensibile forse nei tempi che viviamo, drammatici, ma per certi versi un po’ comodo e di sicuro non rispettoso del cosiddetto sentire cum ecclesia.

Detto questo resta un fatto incontestabile: la contro veglia di riparazione è una sveglia suonata in faccia alle 4 di notte ad un clero che non fa mistero di essersi addormentato sui basilari. Il gong al politicamente corretto ecclesiale che ha svenduto l’anima per il consenso relativista. Se c’è una cosa che si può rimproverare agli organizzatori sono i toni, non certo il cuore dell’iniziativa che invece, comunque la si cerchi di analizzare, è indispensabile e verrà replicata in altre forme nei giorni seguenti il gay pride da altri gruppi di fedeli. Anzi: doveva essere capitanata dalla Chiesa locale, non da un gruppo minoritario che così ha buon gioco nel dire o con noi o contro di noi.

E qui veniamo alla Chiesa reggiana. A forza di chiudere gli occhi su iniziative di un clero progressista che fa strame della dottrina e del Vangelo, barattandolo con un messaggio da Baci Perugina, non ci si deve stupire se qualcuno, si alza e grida che il re è nudo. Se si smette di dire la verità sulle cose, sull’uomo e sul progetto di Dio, le conseguenze sono il caos.

Alla veglia anti omofoba la benedizione finale è arrivata non dal vicario generale, ma dal vicario urbano, quindi sempre un rappresentante del vescovo, che di nome fa don Giuseppe e di cognome fa Dossetti. Un cognome, una garanzia, un simbolo. Lamentarsi perché alcuni giovani si appropriano delle insegne di cattolico (tranquilli, sono comunque battezzati a tutti gli effetti!) e provano a reagire ad uno spettacolo che offende la morale è il tipico chiudersi a riccio di un’istituzione arrivata al capolinea per assenza di motivazione e di contatto con il popolo.

Infine uno sguardo, benevolo, ma senza compiacenze nei confronti di Camisasca. Avrà anche chiuso gli occhi per dovere di scuderia di fronte alla veglia degli omoeretici locali e per questo gli ricordiamo che nel 2000 Giovanni Paolo II utilizzò parole molto chiare sui nascenti gay pride. E’ ancora in tempo. Però ha regalato alla sua Chiesa un lasciapassare per il Paradiso di quelli da manuale. La Consacrazione al Cuore Immacolato è l’evento ecclesiale più significativo che si sia mai verificato nella rossa Reggio negli ultimi 30 anni, a detta di tutti i 5.000 che sabato sera hanno affollato le vie del centro cantando Mira il tuo popolo. Camisasca ha sfidato buona parte del suo clero refrattario a questi devozionalismi per eseguire un ordine impartito al mondo dalla madre celeste. Poteva non farlo e accodarsi come quasi tutti gli altri suoi confratelli italiani nel calduccio anonimato delle celebrazioni fatimite. Invece l’ha fatto e il diavolo gli ha sferrato un caos di lustrini e paillettes che farà parlare ancora per un po’ la città. Passerà. Resterà sul fondo l’evento della sera del 13 maggio.

Non riconoscerlo significa non comprendere la portata di questo atto gradito a Dio. Ed è per questo che in tutta questa triste vicenda, la vera vittima sacrificale appare lui. Che per amore della Chiesa ha osato sfidare il cornuto e si è scottato le penne. Però, ha accumulato anche un grande merito, che gli sarà riconosciuto – glielo auguriamo – a tempo debito.